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Millennials, i più interessati agli investimenti Esg

28 Agosto 2019 · Francesca Conti · 5 min

  • Secondo un report di Morgan Stanley l’86% dei Millennials è interessato agli investimenti responsabili, rispetto al 75% della restante popolazione di investitori

  • “I Gen Y rappresentano una coorte intrigante e al contempo difficile da inquadrare: vogliono qualità e prezzo, ma anche e forse soprattutto personalizzazione e esperienza di acquisto”, spiega Antonio Maresca, principal di Roland Berger

  • “Per gli investitori, i principali fattori Esg considerati sono legati agli aspetti di governance, alla catena di approvvigionamento, ai diritti umani e ai rischi climatici”, commenta Rossella Zunino, Italy sustainability for financial services leader di EY

I Millennials sono la generazione più sensibile agli investimenti Esg. Secondo diversi studi, per i giovani le tematiche Esg influenzano anche rendimenti e livelli di rischio

L’interesse per gli investimenti responsabili negli ultimi anni è sempre più diffuso. In base a diverse survey, sono donne e Millennials a guidare la classifica degli investitori attivi in tema Esg. Le generazioni più giovani, in particolare, credono fermamente che i comportamenti socialmente responsabili delle società possano influenzare i livelli di rischio e rendimento dei portafogli.

Secondo un report di Morgan Stanley, l’86% dei Millennials è infatti interessato agli investimenti responsabili, rispetto al 75% della restante popolazione di investitori. Tale interesse si è concretizzato, nel tempo, nelle diverse attitudini di investimento: dal 2016 a oggi le attività basate su strategie responsabili (Sri) sono aumentate del 38%.

Diverse età, diversi interessi Esg

Non a tutti i Millennials stanno a cuore le stesse tematiche. Se sei un consulente devi sapere che i Millennials “più vecchi”, che hanno intorno ai 30 anni generalmente sono più propensi a investire in tecnologia a zero impatto, in istruzione e nell’agricoltura, emerge dal report The Generation Project, di Oppenheimer Funds. “Non si può pensare alla Generazione Y come a un gruppo omogeneo”, spiegano anche gli autori dello studio di Roland Berger Decoding Gen Y means recoding your business model.

Lo studio – che ha preso sotto esame le abitudini di consumo delle Generazioni X e Y in Europa, Asia e America per un totale di 4 mila persone intervistate – sottolinea alcune differenze sostanziali anche all’interno dello stesso cluster e parla di Gen Y1 e Gen Y2, rispettivamente i nati tra il 1981 e il 1990 e quelli tra il 1991 e il 2000.

Con un’evidenza su tutte: i primi, in media, hanno una stabilità maggiore su tutti i livelli (economico, lavorativo, familiare) mentre i secondi si trovano soltanto all’inizio del loro percorso di vita da adulti. La Gen Y2 è, inoltre, la generazione degli ‘iperconnessi’, con accessi giornalieri ai social media che superano le 20 volte per ben il 23% del campione (in contrapposizione al 9% per la Gen Y1).

Per essere competitivi nello scenario globale a medio-lungo termine, sottolinea lo studio, le aziende sono chiamate ad accrescere il portafoglio clienti attuale e, al contempo, a offrire soluzioni sempre più interessanti per i più giovani così da poter sfruttare al meglio il grande potenziale dei Millennials. Per farlo, Roland Berger ha messo in luce tre punti focali per conquistare la Gen Y rivedendo se necessario persino il proprio modello di business:

  1. Avere a disposizione opportunità di acquisto sempre più veloci ed efficienti
  2. Godere di una comunicazione personalizzata per i singoli prodotti unita ad una customer journey sempre più ingaggiante e one-to-one
  3. Accedere a prodotti, brand e negozi tailor-made e se possibile ‘unici’.

“I Gen Y rappresentano una coorte intrigante e al contempo difficile da inquadrare: vogliono qualità e prezzo, ma anche e forse soprattutto personalizzazione e esperienza di acquisto. Non distinguono del tutto tra i canali fisici e digitali e si muovono a ondate seguendo o guidando i trend del momento”, sostiene Antonio Maresca, principal di Roland Berger.

C’è bisogno di consulenza, meglio se Sri

I Millennials ritengono anche di avere molto da imparare in materia di investimenti. Solo il 30% dei Millennials intervistati da Finra e Cfa Institute (Uncertain Futures: 7 Myths about Millennials and Investing) è “molto” o “estremamente” fiducioso nella propria capacità di prendere buone decisioni di investimento.

Questa informazione si aggiunge al fatto che molti giovani vogliono un professionista finanziario che possa anche educarli alla finanza e personalizzare l’approccio di investimento alle loro esigenze. Non sorprende quindi che i Millennials che si affidano a un consulente finanziario siano generalmente più ricettivi agli investimenti responsabili.

L’esempio degli istituzionali

L’atteggiamento degli investitori istituzionali può essere considerato un anticipatore dei trend di investimento collettivi. Secondo una recente analisi di EY, “il 97% degli investitori intervistati conduce una valutazione sulle disclosuresnon finanziarie delle società di riferimento, percentuale in aumento rispetto all’anno precedente. Inoltre, per alcuni di loro le performance non finanziarie delle società hanno frequentemente svolto un ruolo crucialenel processo decisionale di investimento”, spiega a We Wealth Rossella Zunino, Italy sustainability for financial services leader di EY.

In particolare, “per gli investitori, i principali fattori Esg considerati sono legati agli aspetti di governance, alla catena di approvvigionamento, ai diritti umani e ai rischi climatici. Il rischio derivante da modelli di governance negativi causerebbe per il 63% l’esclusione immediata di un investimento. Allo stesso modo, i rischi nella catena di fornitura legati a Esg (52%), il rischio o le precedenti cattive prassi in materia di diritti umani (49%) e il rischio dei cambiamenti climatici (48%) sono anche fattori rilevanti nelle scelte d’investimento”, ricorda Zunino.

“Per quanto la disponibilità di informazioni non finanziarie stia crescendo e sia sempre più tenuta in considerazione dagli investitori nelle attività di decision-making, allo stesso tempo, gli investitori non sono del tutto soddisfatti della qualità delle informazioni fornite dalle società,che spesso si rivelano essere carenti, inconsistenti o non verificate, e non comparabili con quelle di altre società”, conclude la manager.

Francesca Conti
Francesca Conti
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