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Meno di un’impresa su dieci in linea con l’Accordo di Parigi

Meno di un’impresa su dieci in linea con l’Accordo di Parigi

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

03 Marzo 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • In Europa il 95% di tutti i prestiti alle imprese provengono da banche che intendono allinearsi all’Accordo di Parigi

  • Per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sarebbe necessario moltiplicare per otto l’attuale livello di ambizione delle aziende europee sulle emissioni

  • Weiss: “Abbiamo bisogno che banche e investitori coinvolgano maggiormente le imprese per accelerare il cammino dell’Europa”

Secondo uno studio condotto da Cdp Europe e Oliver Wyman, meno di un’impresa su dieci oggi riporta obiettivi di emissione volti a limitare il riscaldamento globale bel al di sotto dei 2°C, in linea con l’Accordo di Parigi. Ma le istituzioni finanziarie, in questo contesto, hanno l’opportunità di giocare la propria parte

Secondo quanto riferito dal segretario generale dell’Onu António Guterres in un videomessaggio diffuso in occasione della Giornata mondiale della natura, le foreste del pianeta ospitano oggi circa l’80% di tutte le specie naturali terrestri. Il 90% tra i più poveri del pianeta, inoltre, dipende in qualche modo dalle loro risorse. Eppure, ogni anno, ne perdiamo 4,7 milioni di ettari. Un’area più vasta della Danimarca. Un’occasione, dunque, per sollecitare ancora una volta governi, imprese e cittadini ad accentuare i propri sforzi su questo fronte, contribuendo in questo modo anche “a conseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile”. Ma, nel frattempo, c’è chi la voce del pianeta stenta ancora ad ascoltarla. Soprattutto quando si parla di clima.

Stando allo studio Running hot, accelerating Europe’s path to Paris condotto da Cdp Europe e Oliver Wyman, in Europa il 95% di tutti i prestiti alle imprese provengono da banche che intendono allinearsi all’Accordo di Parigi, ma meno di un’azienda su 10 riporta obiettivi di emissione volti a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C, generando così un gap da 4.000 miliardi di euro. Certo, spiegano i ricercatori, il 56% delle intervistate (sono state coinvolte 1.000 società europee, ndr) riferisce di avere in atto un piano di transizione, una percentuale che supera i tre quarti nel caso del settore energetico. Ma esistono ampie differenze. Nei settori dell’acciaio e delle utility, per esempio, le aziende migliori in tal senso risultano essere fino a quattro volte più efficienti in termini di emissioni di carbonio rispetto alla controparte.

Inoltre, solo il 35% delle imprese appartenenti ai settori a più alto impatto ambientale sta divulgando dati sulle proprie emissioni indirette secondo lo “Scope 3” del Greenhouse gas protocol (come quelle relative alla mobilità dei dipendenti o alla catena di fornitura). Emissioni, spiegano i ricercatori, molto più difficili da tracciare rispetto a quelle dello “Scope 1” (emissioni dirette, in gran parte legate alla combustione di combustibili fossili negli impianti di riscaldamento) e dello “Scope 2” (emissioni indirette derivanti dalla generazione di elettricità, calore e vapore, importati e consumati dall’organizzazione), motivo per cui “affrontare questa problematica richiede nuove forme di collaborazione”.

Il ruolo delle istituzioni finanziarie

Le istituzioni finanziarie, in questo contesto, hanno un ruolo fondamentale da svolgere quando interagiscono con le aziende, nell’incoraggiarle e nell’incentivarle a sviluppare piani di transizione credibili. E a mantenerli nel tempo. In uno scenario di “modesta accelerazione”, secondo i ricercatori, le banche potrebbero dover adeguare dal 20 al 30% dei loro grandi portafogli prestiti per allinearsi agli obiettivi di Parigi entro il 2030. Mentre la nostra economia dovrebbe ridurre il 50% delle emissioni nel prossimo decennio, stimando che almeno il 65% delle aziende aderisca completamente agli accordi. In altre parole, per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sarebbe necessario moltiplicare per otto l’attuale livello di ambizione delle imprese europee sulle emissioni.

“Il settore aziendale europeo è oggi su un percorso di riscaldamento di 2,7°C (dai 2,3°C della Svizzera ai 3,0°C di Regno Unito, Belgio e Italia, ndr), oltre un grado in più di quello che la scienza del clima dice che dobbiamo raggiungere per prevenire gli impatti più catastrofici del cambiamento climatico”, interviene Maxfield Weiss, direttore esecutivo di Cdp Europe. “Il fatto che le imprese leader in molti settori stiano ora fissando obiettivi ambiziosi e riducendo le emissioni è positivo e mostra che una rapida decarbonizzazione è fattibile. Ma i dati rivelano anche la necessità di un maggiore impegno da parte delle aziende e delle istituzioni finanziarie per raggiungere i nostri obiettivi. Banche e investitori hanno grandi ambizioni: abbiamo bisogno che coinvolgano maggiormente le imprese per accelerare realmente il cammino dell’Europa”.

Rita Annunziata
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