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Investitori previdenziali: oltre la metà applica strategie green

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

17 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 62% dei rispondenti afferma di applicare una strategia di investimento sostenibile ai prodotti monitorati, una percentuale in crescita rispetto al 2019

  • In 34 casi il Cda ha definito l’approccio all’investimento in termini generali, affidando al gestore il compito di tradurre i principi dettati in pratiche operative

  • Più della metà dei piani attivi in termini di sri ha introdotto o ha in programma di introdurre il calcolo dell’impronta di carbonio del portafoglio di investimento

Cresce la sensibilità degli operatori previdenziali italiani nei confronti degli investimenti sostenibili e responsabili: stando a un’analisi del Forum per la finanza sostenibile in collaborazione con Mefop e MondoInstitutional, nel 2020 i piani che adottano politiche sri passano da 42 a 53. Fa da traino una migliore gestione dei rischi finanziari

La crescente sensibilità degli operatori previdenziali italiani trova conferma anche nell’anno della crisi. Secondo la sesta edizione dell’indagine condotta dal Forum per la finanza sostenibile in collaborazione con Mefop e MondoInstitutional e presentata in occasione di un nuovo appuntamento della Settimana sri, il 62% dei rispondenti afferma di applicare una strategia di investimento sostenibile ai prodotti monitorati, una percentuale in crescita rispetto al 2019. Nello specifico, i piani previdenziali attivi in termini sri (sustainable and responsible investment) riportano masse in gestione per circa 127 miliardi di euro, pari al 70% del patrimonio complessivo degli intervistati. Solo il 38%, invece, non adotta alcun tipo di politica su questo fronte anche se, precisano i ricercatori, “21 hanno dichiarato di aver avviato valutazioni in merito”.

Rispetto alla precedente edizione, inoltre, cresce il numero di rispondenti che afferma di conoscere “in termini specifici” le normative europee in materia di finanza sostenibile (28 contro 26), mentre si riduce la fetta di coloro che ammette di conoscerle “in termini generali” (55 contro 59). Le motivazioni che si celano dietro la decisione di adottare una politica di investimento sostenibile, in particolare, sono trainate dalla volontà di contribuire allo sviluppo sostenibile ma anche di gestire più efficacemente i rischi finanziari (rispettivamente 41 e 31 rispondenti). C’è chi cita poi un “dovere fiduciario”, ma anche la spinta proveniente dal contesto normativo, la possibilità di ottenere rendimenti finanziari migliori e di mitigare il rischio reputazionale.

Per quanto riguarda coloro che al contrario non adottano strategie sri, il 73% afferma di non aver ancora affrontato il tema. “Nessun piano ha invece motivato la mancata adozione con la (presunta) rischiosità, complessità o scarsa redditività degli investimenti sostenibili”, si legge nel rapporto. Un dato incoraggiante, secondo i ricercatori, perché “presuppone il superamento dei pregiudizi nei confronti dell’investimento sostenibile, già confutati da numerosi studi accademici e di mercato”.

Sul versante opposto, invece, gli investitori previdenziali che hanno iniziato a valutare l’integrazione dei criteri esg (environmental, social e governance), per i quali le principali criticità sono legate alla mancanza di una tassonomia comune e alla difficoltà nel raccogliere informazioni, mentre le opportunità rientrano tra i buoni profili di rischio-rendimento dei prodotti esg, la mitigazione del rischio in portafoglio e la facoltà di coniugare l’impatto socio-ambientale con un “congruo ritorno economico”. La decisione finale è attesa nell’86% dei casi a fine anno, ma si evidenzia anche un rispondente che collega i ritardi nell’implementazione di strategie sri all’attuale crisi pandemica.

Volgendo lo sguardo sul ruolo del Consiglio di amministrazione, per 34 dei rispondenti attivi in termini di sri i vertici hanno definito “l’approccio all’investimento in termini generali”, continuano i ricercatori, affidando al gestore il compito “di tradurre i principi dettati in pratiche operative”. Per gli altri 17, invece, il Cda ha fornito indicazioni più specifiche (nel 2019 erano 15), dai settori ai criteri esg considerati più significativi. Quest’ultimo, inoltre, si rivolge principalmente all’advisor e al gestore per raccogliere le informazioni (24 rispondenti), ma in alcuni casi anche agli info provider. Sulla stessa linea d’onda cresce anche il numero di piani che affida obiettivi di sostenibilità ai manager (29 contro i 23 dello scorso anno), ma anche ai dipendenti che si occupano di asset allocation, selezione e controllo della gestione finanziaria (20 contro 17).

Non manca infine un occhio alla misurazione dell’impronta di carbonio, vale a dire alla rendicontazione delle emissioni di gas serra dei propri investimenti. Stando all’indagine, infatti, più della metà dei piani attivi in termini di sri ha introdotto (11 contro gli otto dello scorso anno) o ha in programma di introdurre (18 contro 13) il calcolo dell’impronta di carbonio del portafoglio di investimento. Tali dati, concludono i ricercatori, sono poi presi in considerazione per attività di benchmarking con l’indice di riferimento o per “identificare i rischi associati al cambiamento climatico nel portafoglio titoli”.

“I risultati dell’indagine rafforzano la nostra convinzione sul ruolo centrale che gli investitori previdenziali potranno ricoprire nell’ambito della ripresa economica attraverso scelte sempre più legate alla finanza sostenibile”, commenta Gian Franco Giannini Guazzugli, presidente del Forum per la finanza sostenibile, in occasione del convegno di presentazione dell’indagine. “La sfida della sostenibilità è impegnativa e richiede una prospettiva di sistema – aggiunge Simonetta Bono, sales manager di Vigeo Eiris – Alla previdenza spetta un ruolo primario: adottare un approccio all’investimento che tenga in considerazione un modello di sviluppo sostenibile. Nel nostro paese siamo nella direzione per continuare ad agire insieme verso un futuro più equo e sostenibile”. “I numeri presentati danno l’esatta dimensione della crescita dell’interesse verso strategie di investimento esg, a maggiore ragione nell’attuale fase di crisi pandemica in cui si osserva una maggiore efficienza delle produzioni coerenti con le logiche di sostenibilità, sia nei risultati gestionali che nella stabilità di lungo periodo degli stessi”, conclude Gianni Golinelli, responsabile dell’area finanza di Enpacl.

Rita Annunziata
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