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Gli hnwi inquinano di più: carbon budget al limite

Gli hnwi inquinano di più: carbon budget al limite

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

14 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Tra il 1990 e il 2015 le emissioni annuali sono cresciute del 60%

  • Jean-Jacques Barbéris di Amundi: “L’adozione di obiettivi di riduzione delle emissioni da parte delle aziende è un fattore critico per la mobilitazione dei capitali. Gli investitori responsabili vogliono investire in società che si stanno spostando verso un’economia allineata a quella di Parigi”

Secondo l’ultimo rapporto di Oxfam, il 10% più ricco della popolazione mondiale è responsabile di oltre la metà delle emissioni globali e ha già consumato un terzo del budget complessivo di carbonio. Intanto, le istituzioni finanziarie chiedono alle aziende di fissare obiettivi basati sulla scienza

Sebbene le restrizioni legate al contenimento della pandemia abbiano determinato quest’anno una contrazione delle emissioni globali, gli eventi meteorologici estremi non hanno conosciuto una battuta d’arresto. Dal ciclone Amphan in India e Bangladesh nel cuore della primavera agli incendi infuriati negli Stati Uniti, il pianeta è “pericolosamente vicino” a superare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Secondo l’ultimo rapporto di Oxfam realizzato in collaborazione con lo Stockholm environment institute, tra il 1990 e il 2015 le emissioni annuali sono cresciute del 60% e a esserne responsabili sono soprattutto i più ricchi del pianeta. Il monito di 137 istituzioni finanziarie che detengono un patrimonio di quasi 20 trilioni di dollari, tra cui Eurizon capital sgr, Etica sgr – investimenti responsabili, Amundi e Allianz Se, non si lascia attendere.

Stando all’analisi di Oxfam, nei 25 anni considerati il 10% più ricco della popolazione mondiale, ben 630 milioni di persone, è stato responsabile del 52% della quantità di Co2 immessa nell’atmosfera, mentre per il 50% più povero (circa 3,1 miliardi di persone) si parla del 7%. Nel dettaglio, l’1% più ricco (circa 63 milioni di persone) ha determinato il 15% delle emissioni totali, mentre il 5% più ricco (circa 315 milioni di persone) ne è stato responsabile per oltre un terzo. A soffrire maggiormente della disuguaglianza climatica sono oggi proprio le fasce della popolazione meno abbiente, ma secondo l’istituto di Stoccolma anche le generazioni future finiranno per ereditare “un budget di carbonio impoverito e un mondo che accelera verso il crollo del clima”. Stando all’analisi, infatti, tra il 1990 e il 2015 il 10% più ricco del pianeta ha già consumato un terzo del nostro budget complessivo di carbonio, vale a dire la quantità di Co2 che può essere emessa senza incidere sull’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, mentre la metà più povera della popolazione ne è responsabile per solo il 4%.

In questo contesto, si legge nello studio, “mentre la pandemia ha innescato una contrazione caotica e spesso iniqua dei consumi in tutto il mondo, ha anche dimostrato che cambiamenti un tempo impensabili negli stili di vita dei più ricchi del pianeta possono essere adottati nell’interesse di tutti noi”. Secondo Oxfam, politiche pubbliche come la tassazione del “carbonio di lusso” come Suv, jet privati e yacht, ma anche la crescita delle infrastrutture legate al digitale e ai trasporti possono aiutare a ridurre le emissioni e le diseguaglianze, ma è necessario intervenire prima che il carbon budget “sia completamente esaurito”. I governi, spiegano, hanno oggi un’opportunità storica per iniziare a costruire economie più eque che rispettino i limiti del nostro pianeta, creando “società più sane, coese e resilienti”.

Intanto, anche un gruppo di 137 istituzioni finanziarie con un patrimonio di circa 20 trilioni di dollari ha chiesto alle imprese di impegnarsi a favore del raggiungimento dell’obiettivo degli 1.5°C e su un futuro a impatto zero entro il 2025, attraverso una metodologia fornita dalla Science based targets initiative. La richiesta, comunicata attraverso una campagna di mobilitazione coordinata da Cdp (organizzazione non-profit che gestisce una piattaforma di divulgazione ambientale, ndr) è stata inoltrata nello specifico a 1.800 aziende che rappresentano il 40% dell’indice Msci acwi, responsabili di 13,5 gigatoni di emissioni pari al 25% del totale globale.

“L’adozione di obiettivi di riduzione delle emissioni da parte delle aziende è un fattore critico per la mobilitazione dei capitali – commenta Jean-Jacques Barbéris, direttore della divisione clienti istituzionali e aziendali & esg di Amundi – Gli investitori responsabili vogliono investire in società che si stanno spostando verso un’economia allineata a quella di Parigi”. Secondo Barbéris, in questo contesto gli obiettivi su base scientifica rappresentano “uno strumento globale, forte e utile per supportare le aziende nel loro percorso di transizione” e le aziende “con approvati obiettivi su base scientifica”, aggiunge Aldo Bonati, corporate engagement and networks manager di Etica Sgr, risultano essere tra l’altro “meglio attrezzate per affrontare i rischi e le opportunità della transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio”. Il prossimo passo per creare “un circolo virtuoso di azione”, conclude Laurent Babikian, director of capital markets di Cdp Europe, è che gli investitori stessi “fissino i propri obiettivi basati sulla scienza, aiutino a focalizzare i loro flussi di credito e investimento e mobilitino più velocemente i capitali verso le aziende e le tecnologie che guidano la transizione verso un’economia a impatto zero”.

Rita Annunziata
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