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Esg: e se non fossimo tutti d’accordo?

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Maddalena Liccione
Maddalena Liccione

26 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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Un elevato disaccordo sui rating Esg può generare una percezione ambigua sui profili, soprattutto di aziende sostenibili. Più in generale, comporta una maggiore avversione al rischio, un premio di mercato più elevato e una minore domanda da parte degli investitori

Capita spesso che una stessa azienda riceva più “rating Esg”, cioè delle vere e proprie pagelle di sostenibilità, da parte di diverse agenzie. E questo crea confusione. Ad esempio, a seconda di quanto pesi un aspetto rispetto a un altro, un’azienda che produce tabacco – che dovrebbe avere un rating “negativo” per l’impatto sociale e ambientale – finisce per avere un rating “neutro” compensando, ad esempio, con la governance aziendale.

I rating Esg possono essere uno strumento utile per selezionare e identificare investimenti sostenibili secondo un criterio oggettivo. Il panorama dei dati Esg è però tutt’altro che uniforme: i provider utilizzano metodologie proprietarie per assegnare rating specifici all’azienda, causando alcune discrepanze ma soprattutto molta confusione. Comprendere gli effetti della mancanza di coerenza tra i rating Esg è al centro della ricerca di Andrea Tarelli, professore di Asset pricing e gestione del portafoglio all’Università Cattolica di Milano, che ha pubblicato da poco uno studio con l’università di Hong Kong e la Edhec di Parigi. La ricerca studia la relazione tra il rendimento dei titoli Esg e l’incertezza sul loro rating, suggerendio che la mancanza di coerenza tra i giudizi può distorcere il trade-off del rischio/rendimento. Il risultato è che – in teoria – esiste una relazione inversa tra Esg e rendimenti: siccome i benefici percepiti non sono solo economici, chi investe in titoli verdi può accettare un rendimento minore.

Se l’investitore scappa

“Lo studio, che ha preso in considerazione i rating Esg di 6 grandi provider (Asset4 (Refinitiv), Msci Kld, Msci Iva, Bllomberg, Sustanalytics e RobecoSAM) ha rivelato per tutto l’ampio periodo di riferimento tra il 2002 e il 2019 un disaccordo costante con una correlazione in media di 0,48. In letteratura la correlazione media tra i 6 maggiori provider di rating è di circa 0,54”, spiega il professor Tarelli.

Inoltre, l’incertezza fa allontanare gli investitori sia dai titoli con Esg molto alto che molto basso. “Il disaccordo sui rating, infatti, riduce la domanda degli investitori, specialmente tra titoli che hanno rating agli estremi (molto buoni o molto negativi). L’analisi indica che i titoli nel quintile di rating Esg più alto hanno una presenza di investitori istituzionali del 73% se il disaccordo tra rating è basso, che scende al 65% se il disaccordo tra i rating è alto”.

A farne le spese sono le aziende green

L’analisi rivela che un elevato disaccordo sui rating Esg può generare una percezione ambigua sui profili Esg soprattutto di aziende sostenibili. I titoli convenzionali o brown performano meglio dei titoli verdi quando il disaccordo tra i rating è basso. “Questo è coerente con la teoria dell’equilibrio dei prezzi: chi investe in titoli green è disposto ad accettare un rendimento inferiore perché il beneficio percepito non sia solo quello economico”, spiega Tarelli. “Tuttavia, questo risultato di sovra-performance non viene confermato quando il disaccordo tra i rating è alto”. In definitiva, il disaccordo aumenta la confusione tra cosa sia verde e cosa sia brown, penalizzando i titoli sostenibili. A questo si aggiunge che sono principalmente i titoli verdi a essere percepiti come più rischiosi quando il disaccordo è alto.

Trovare una sintesi tra sostenibilità e redditività

Per questi motivi, la ricerca scientifica è cruciale per svelare i meccanismi della sostenibilità e colmare il divario tra teoria e pratica nella costruzione di portafogli green. Succede così che la ricerca dai corridoi dei dipartimenti universitari entra in azione. Da più di un anno nel Mdotm Lab, il centro di ricerca di Mdotm che collabora con le università, il prof. Tarelli è alla guida un gruppo di ricerca dedicato ai temi Esg. Come evidenzia l’analisi di Mdotm “Esg is not Enough” – investire in una strategia Esg non rende di per sé.

“Più rating e più divulgazione stanno rendendo possibile integrare i dati Esg direttamente nel processo di investimento, ma non senza un’adeguata considerazione: i gestori dovrebbero prestare attenzione a come incorporano i dati Esg nella loro analisi. “È essenziale avere un piano per estrapolare correttamente il segnale che nasce dal profilo ambientale, sociale e di governance di un’azienda e integrare efficacemente queste informazioni in soluzioni di investimento proficue”, spiegano da MdotM. “Tuttavia, l’Esg di per sé potrebbe non essere sufficiente per fornire migliori risultati di investimento. Un approccio orientato agli Esg è un approccio robusto che non distrugge il valore e che produce risultati di investimento che sono per lo più in linea con l’andamento generale del mercato. Per completare il puzzle, abbiamo bisogno di un ultimo tassello: ripensare l’Esg come un metodo, un punto di partenza coerente e solido per la progettazione, un approccio di investimento a tutto tondo che riesce a mettere insieme performance e sostenibilità”.

Maddalena Liccione
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