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Esg, Sandrin: Bilanciare rischi e opportunità

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Francesca Conti
Francesca Conti

30 Aprile 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • La riflessione sugli investimenti sostenibili, secondo Sandrin, è iniziata nel 1987 con il rapporto Brundtland delle Nazioni Unite

  • Per il manager integrare i criteri Esg vuol dire fare ulteriori approfondimenti e analizzare nel dettaglio rischi e opportunità a livello di sostenibilità

  • Il 60% degli intervistati da Cfa Society Italy ritiene che molto spesso la buona governance abbia un effetto positivo sul prezzo delle azioni

L’attenzione verso gli investimenti Esg è sempre più alta. Bisogna però fare attenzione a variabili e ‘falsi miti’ che circondano questo tipo di investimenti. L’intervista a Giancarlo Sandrin, Cfa, presidente di Cfa Society Italy

Si può dire che oggi qualsiasi società di gestione sia in grado di offrire prodotti che incorporano i fattori ambientali, sociali e di buon governo (environmental, social and governance, o Esg). Gli investimenti sostenibili e responsabili sono in rapida espansione, spinti soprattutto dalla forte domanda di investitori e risparmiatori privati. Se l’aumento di attenzione verso questo tipo di investimenti è sicuramente un fatto positivo, bisogna però tenere conto delle variabili e dei ‘falsi miti’ che condizionano la scelta di fondi o prodotti denominati Esg. Come il fatto – spiega Giancarlo Sandrin, Cfa, presidente di Cfa Society Italy – che non siano solo utilizzati come strumento di marketing, ossia cercando di far sembrare Esg ciò che, ad un’analisi un po’ più approfondita, in realtà non lo è. Oppure che un buon punteggio Esg determini per una società l’inclusione automatica all’interno di un portafoglio. 

Investimenti e criteri Esg, a che punto siamo?

Le tematiche Esg sono ormai diffuse tra investitori e asset manager. L’Europa risulta essere uno di quei mercati che sta adottando in maniera prevalente il sistema degli investimenti sostenibili, ma l’attenzione verso questo tipo di investimenti è presente a livello globale. Tutto è nato nel 1987 quando la Commissione mondiale sull’ambiente e sviluppo delle Nazioni Unite ha pubblicato il rapporto Brundtland, nel quale lo sviluppo sostenibile viene definito come quello che consente la soddisfazione dei bisogni economici, ambientali e sociali della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Da questa definizione è derivato il tema del sustainable investing.

Come si sono evoluti nel tempo?

Si è partiti dagli investimenti che si basavano su una selezione negativa, o di esclusione dagli indici tradizionali di società legate ai settori della produzione di tabacco o armi. Si sono sviluppati poi ulteriori criteri di investimento, come la selezione positiva chiamata best in class, che mira a selezionare le migliori aziende sulla base dei criteri Esg. Sono state individuate in seguito ulteriori modalità, come la selezione su base normativa, ovvero in base al rispetto di norme e standard internazionali quali il Global compact delle Nazioni Unite, per poi passare agli investimenti tematici, focalizzati su determinati aspetti legati alla sostenibilità. È nato anche l’impact investing, che comprende gli investimenti che abbiano lo specifico obiettivo di migliorare l’impatto ambientale o sociale. Anche i green bond rientrano in parte sotto questo cappello. L’ultimo step è l’integrazione Esg, una delle componenti che come Cfa Institute stiamo cercando di valutare.

Cosa si intende?

L’inclusione sistematica ed esplicita dei fattori Esg da parte dei gestori nella propria analisi. Sappiamo che gli asset manager valutano le aziende guardando ai fondamentali, verificando i bilanci o le loro strategie. Integrare i criteri Esg vuol dire fare ulteriori approfondimenti e analizzare nel dettaglio rischi e opportunità a livello di sostenibilità. Quindi osservare anche fattori legati alla governance, agli impatti sull’ambiente o sul sociale.

C’è ancora molta diffidenza rispetto a possibili gap di rendimento tra gli strumenti che applicano criteri Esg e quelli invece non lo fanno?

Noi come Cfa abbiamo fatto una survey tra i soci per capire quale fosse la view sugli impatti dei fattori Esg sui prezzi di azioni e sui rendimenti delle obbligazioni corporate e governative. Analizzando i risultati vediamo che il 60% dichiara che molto spesso la governance ha un effetto positivo sul prezzo delle azioni e in generale la governance è il fattore che maggiormente viene considerato ad oggi. Per contro sugli aspetti ambientali e sociali, solo il 24% degli intervistati ritiene che abbiano effetti consistenti sulle valutazioni di un’azione.

Stessi risultati sull’obbligazionario?

Le cose cambiano un po’ per quanto riguarda il fixed income perché abbiamo dei valori più bassi. Questo è legato al fatto che l’obbligazionario si muove anche su determinate tematiche esogene come la curva dei tassi o la duration, che forniscono l’apporto più determinante rispetto al rendimento dell’obbligazione. Tolti questi fattori, considerando nello specifico i singoli titoli obbligazionari in questo momento emerge che il 47% degli intervistati ritiene che la governance abbia un effetto molto significativo sui prezzi delle obbligazioni corporate, mentre la parte sociale è soltanto intorno al 17%. Se esaminiamo invece l’obbligazionario governativo, i valori sono ancora diversi: la governance influisce per il 39%, la parte ambiente per l’11% e la parte sociale del 19%. In proporzione la parte sociale sul fixed income governativo ha un peso che inizia ad essere più significativo.

Un trend destinato a proseguire in futuro?

Tutti gli intervistati si aspettano che nei prossimi anni – in particolare già nei prossimi – questi valori saranno destinati a salire, soprattutto per le componenti ambientale e sociale. Si stima che la parte di governance avrà un impatto rilevante per il 69% degli intervistati per la componente equity, mentre la parte ambientale sarà del 54% e sociale del 46%. Quindi ci sarà un incremento nettamente superiore ai valori attuali. Quello che noi diciamo sempre, tuttavia, è che i fattori Esg dovrebbero essere integrati all’interno della gestione del portafoglio senza diventare qualcosa che distolga l’attenzione dalla redditività del portafoglio.

In che senso?

La considerazione dei fattori Esg rappresenta un fattore di valutazione ulteriore rispetto ai criteri che comunque dovrebbero sempre essere presenti. Il fatto che una società presenti uno scoring Esg particolarmente positivo non significa che sia necessariamente un buon investimento e debba essere comprata. È un fattore in più che deve essere dato alla valutazione di un’azienda. Se una società ha dei criteri Esg molto buoni, ma da un punto di vista di business fa molto male magari è meglio non inserirla in portafoglio perché l’obiettivo di un investment manager è di fornire una redditività al proprio cliente. Le cose devono andare assieme, perché i fattori Esg sono un contributo – nel bene o nel male, considerando i rischi – alla valutazione di un’azienda.

Gli investimenti Esg sono oggi sempre più richiesti da parte degli investitori. Crede però che il loro sviluppo sarà legato necessariamente a un’imposizione di tipo normativo?

Una spinta normativa europea aiuterebbe a sensibilizzare tutti, in particolare gli asset manager. Non credo però che sarebbe particolarmente utile imporre determinate metodologie per la costruzione dei criteri Esg. È importante che ci sia trasparenza sul prodotto venduto al cliente e che l’investitore finale abbia la possibilità di scegliere, ma imporre modelli prestabiliti nella costruzione dei portafogli diventerebbe eccessivo e inficerebbe il lavoro di costruzione del portafoglio da parte del gestore. Un asset manager deve essere libero di implementare i prodotti Esg con la metodologia che ritiene più idonea per la sua struttura. Non ci devono essere delle imposizioni. C’è un tema poi a monte, quello della reportistica delle aziende.

Cioè?

Ci sono delle normative che richiedono alle aziende di fare una disclosure di tutte le non financial balance sheet. In questo senso sarebbe utile che ci fosse un po’ più di uniformità. Ci sono già stanard più riconosciuti, ma se si riuscisse ad arrivare ad uno standard definito, si potrebbe semplificare il lavoro di tutti. Uno standard definito sulle tematiche Esg aiuta le aziende, che non devono rispondere a mille questionari diversi e aiuta anche chi fa il mestiere del gestore per paragonare correttamente aziende differenti che utilizzano lo stesso standard di reporting. Sarebbe già un buon inizio a livello europeo.

Francesca Conti
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