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Equita, i modelli analisi Esg non capiscono le Pmi

Equita, i modelli analisi Esg non capiscono le Pmi

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Francesca Conti
Francesca Conti

10 Settembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Lo scenario attuale, spiega Equita, presenta alcune criticità da affrontare in modo da calibrare in maniera corretta il giudizio sulla sostenibilità delle imprese medium-small cap

  • Secondo Equita, le aziende a capitalizzazione medio-bassa presentano caratteristiche e peculiarità che richiedono un approccio ad hoc per essere correttamente rappresentate da una valutazione Esg

I modelli di analisi delle principali agenzie di rating spesso non riescono a valutare correttamente l’approccio Esg delle Pmi. Lo studio di Equita e Altis cerca di capire come le metodologie di rating Esg potrebbero meglio adattarsi alle aziende italiane small e mid cap

I criteri Esg stanno entrando nelle decisioni di investimento di un numero crescente di fondi. Gli investitori sono sempre più interessati al tema della sostenibilità e anche le società più piccole sono chiamate ad applicare questi parametri. D’altra parte, i modelli di analisi delle principali agenzie di rating non finanziario sembrano ancora essere focalizzati su aziende di grandi dimensioni.

Ma le aziende a capitalizzazione medio-bassa presentano caratteristiche e peculiarità che richiedono un approccio ad hoc per essere correttamente rappresentate da una valutazione Esg. Una nuova ricerca condotta da Equita e Altis cerca di rispondere a questa evidenza e si pone come obiettivo lo studio di come le metodologie di rating Esg (environment, social, governance) potrebbero meglio adattarsi alle aziende italiane a capitalizzazione medio-bassa.

La ricerca

La ricerca è stata strutturata in tre diverse fasi. Per prime sono state selezionate le due principali agenzie di rating Esg e sono stati analizzati i modelli utilizzati: il framework teorico, la definizione degli aspetti valutati, la ponderazione degli stessi e l’attribuzione dei punteggi. I modelli risultanti sono poi stati messi a confronto tra loro e sono stati evidenziati gli aspetti di maggior rilevanza e applicabilità per l’obiettivo di definizione di un modello di comportamento raccomandato per la piccola e media impresa italiana.

In un secondo momento, con l’intento di superare un approccio meramente teorico, la ricerca è proseguita mediante la realizzazione di interviste approfondite con i rappresentanti di sei aziende, appartenenti a cinque differenti settori, operanti in Italia e all’estero.

L’obiettivo di tali incontri è stato duplice: indagare, da un lato,le modalità di coinvolgimento attuate dai rating provider nei confronti delle aziende e il processo seguito per la valutazione Esg e, dall’altro, l’opinione delle società circa il modello vero e proprio, con particolare attenzione nei confronti di eventuali correttivi suggeriti dalle stesse.

Tale indagine è stata propedeutica alla terza fase del lavoro, che ha visto la definizione di un questionario per indagare i relativi approcci al tema della sostenibilità e guidare una selezione delle tematiche Esg più significative, con il coinvolgimento un panel di venti aziende a capitalizzazione medio-bassa.

Risultati

I risultati emersi, spiega Equita, “appaiono rilevanti nell’ottica di fornire un ‘peso’ del mancato presidio interno dei temi Esg e un ‘premio’ aggiuntivo che le agenzie dovrebbero considerare circa la dimensione social delle piccole e medie imprese quotate”.

Ovviamente, sottolinea Equita, le simulazioni risentono di numerose limitazioni: il campione è piuttosto ridotto e auto-selezionato positivamente; i criteri di attribuzione di pesi e punteggi sono stati determinati secondo scelte arbitrarie. Tuttavia, l’esercizio serve a rendere visibile la distorsione che potrebbe non valorizzare correttamente la piccola e media impresa in tema di valutazione Esg.

Da questo punto di vista, il questionario potrebbe svolgere diverse funzioni:

  1. Fungere da linee guida best practiceper le aziende, che potrebbero utilizzarne i quesiti come check-list per individuare aree non adeguatamente presidiate o valorizzate (es. inadeguatezza della struttura organizzativa, esistenza di policy aziendali non fruibili pubblicamente);
  2. Se reso pubblico dall’azienda stessa, fornire a tutti gli stakeholder una rappresentazione del gruppo in tema di aspetti Esg sintetica ma non troppo rigida(anche grazie alle domande aperte e alle domande di inquadramento del modello di business), utile in particolare per tutte le aziende che non abbiano un rating Esg;
  3. Suggerirecorrettivi alle società di rating nel processo di valutazione Esg delle SmeS, quali per esempio la formulazione di questionari più flessibili che consentano alle aziende di chiarire meglio le peculiarità del loro modello di business, una maggiore attenzione alla componente social, generalmente molto rilevante per le SmeS, a causa del forte radicamento territoriale, o la necessità di sviluppare un canale di dialogo diretto con una persona di riferimento all’interno dell’azienda – sia in fase di raccolta delle informazioni sia in fase di restituzione di feedback circa il posizionamento Esg della società oggetto di analisi.

In conclusione, l’adozione di rating Esg per la piccola-media impresa è dunque un processo da un lato auspicabilee dall’altro ineluttabile: espande l’universo investibile per la realizzazione di strategie di finanza sostenibile, integrando un segmento di mercato popolato da società interessanti sia per l’aspetto economico che per la loro dimensione sociale e ambientale; d’altra parte, l’espansione così impetuosa della finanza sostenibile rende inevitabile dotare più emittenti possibili di rating non finanziari.

Questa espansione è ancora in diveniree, pertanto, presenta alcune criticità da affrontare in modo da calibrare in maniera corretta il giudizio sulla sostenibilità delle imprese medium-small cap. I futuri sviluppi di questo studio, quindi, sono imprescindibilmente legati all’espansione dell’analisi, per ampliare il campione e raggiungere una maggior robustezza statistica, e l’estensione della stessa a società di capitalizzazione minore, per le quali si presume che l’effetto distorsivo sia ancora più rilevante rispetto a quanto analizzato finora.

Francesca Conti
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