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Economia circolare, le imprese italiane scaldano i motori

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

28 Gennaio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • Il 14% prevede di adottare almeno una pratica di economia circolare nel prossimo triennio, mentre solo il 24% si rivela indifferente al tema

  • Le aziende del settore “automotive” risultano maggiormente legate a logiche di tipo lineare all’interno dei propri processi

  • Davide Chiaroni: “In Italia non c’è ancora un ecosistema circolare di player che lavorino insieme e spingano intere filiere verso il nuovo approccio industriale”

Il 62% delle imprese italiane ha già implementato almeno una pratica di economia circolare. Un’adozione legata alla presenza di incentivi, ma che trova nell’incertezza governativa e nei costi degli interventi il suo principale ostacolo

La transizione tricolore verso l’economia circolare porta in dote oltre 4,24 miliardi di euro stanziati con la legge di bilancio 2020 a favore del Green new deal, con l’istituzione di un fondo per gli investimenti pubblici volto a sostenere progetti e programmi d’investimento innovativi a elevata sostenibilità ambientale. Ma non solo. Con il decreto dell’11 giugno 2020, il Mise ha avviato il finanziamento di progetti di ricerca e sviluppo industriale con particolare riferimento alla sperimentazione di soluzioni innovative per la riconversione delle attività produttive verso un modello circolare. Un fondo per la crescita sostenibile, che si rivolge a imprese di qualsiasi dimensione e tipologia, e che oggi vale 157 milioni di euro per la concessione di finanziamenti agevolati e 62,8 milioni per la concessione di contributi alla spesa. Ma il tessuto produttivo è pronto a coglierne i benefici e a incanalare al meglio le risorse disponibili?

A rivelarlo è la prima edizione del Circular economy report redatto dall’Energy&strategy group della School of management del Politecnico di Milano, che ha coinvolto 150 imprese appartenenti a quattro macrosettori industriali: “costruzioni” (opere di ingegneria civile o lavori di costruzione specializzati), “automotive” (progettazione, costruzione e vendita di veicoli o componenti), “impiantistica industriale” (realizzazione di apparecchiature elettriche o macchinari destinati all’industria), “resource & energy recovery” (recupero e smaltimento di rifiuti biologici ma anche gestione di impianti per la produzione di energia elettrica attraverso biomasse). Secondo lo studio, il 62% delle intervistate ha già implementato almeno una pratica di economia circolare, il 14% prevede di farlo nel prossimo triennio, mentre solo il 24% si rivela indifferente al tema.

Le pratiche implementate

Il settore resource & energy recovery, in particolare, si colloca nella posizione migliore, seguito dalle imprese appartenenti al settore dell’impiantistica industriale e costruzioni che “hanno già intrapreso il passaggio verso l’adozione di pratiche manageriali per l’economia circolare”, spiegano i ricercatori. Chiudono il cerchio le aziende dell’automotive, che “appaiono più arretrate e ancora maggiormente legate a logiche di tipo lineare all’interno dei propri processi”. Per quanto riguarda invece il tipo di attività implementata, al primo posto spicca il “design for environment”, volto a intervenire sul ri-disegno di prodotti e processi. Circa un terzo delle aziende ha introdotto pratiche relative al “design for remanufacturing/reuse” (l’insieme delle azioni necessarie alla rigenerazione correlata ai processi di rinnovamento del prodotto e di rigenerazione dei componenti, ma anche al riutilizzo di un prodotto per lo stesso scopo nella sua forma originale o con pochi miglioramenti o modifiche) e una piccola parte è arrivata al “design for disassembly” (l’insieme di azioni per semplificare le operazioni di smontaggio delle componenti, facilitando il recupero delle stesse) e a sistemi di “take back”, vale a dire di recupero delle materie e dei componenti dai clienti finali.

I driver e le barriere all’adozione

La presenza di incentivi emerge come il driver principale all’adozione di pratiche manageriali, anche se i ricercatori evidenziano una ridotta capacità delle aziende di intervenire per influenzarne lo sviluppo. Un forte stimolo è anche l’entrata in vigore di leggi o regolamenti a supporto della transizione verso l’economia circolare, oltre alla presenza di una normativa sulle emissioni di Co2. Sul versante opposto si posizionano la prossimità geografica di specifici partner, la scarsità delle risorse, la volatilità del prezzo delle stesse e l’alto prezzo di quelle in input. Per quanto riguarda invece le barriere, l’incertezza governativa sembrerebbe non agevolare le imprese nella valutazione di decisioni strategiche per l’adozione di tali pratiche. Seguono i costi d’investimento e delle tempistiche associate alla realizzazione degli interventi e l’avversità al rischio da parte del top management.

“Capire di cosa realmente si stia parlando (non del ciclo dei rifiuti, per intenderci, che è solo la parte finale e a minor valore aggiunto del processo) è determinante e chiarisce immediatamente che in Italia la vera economia circolare è ancora di là da venire e richiede un tempo e un ammontare di investimenti ben più significativi di quanto oggi sia in campo”, spiega Davide Chiaroni, vicedirettore dell’Energy&strategy group e curatore dell’indagine, secondo il quale “la circular economy non è la panacea di tutti i mali, la miglior soluzione possibile per ogni settore, ambito di consumo o attore in gioco” ma è “un percorso lungo e complesso che occorre tuttavia intraprendere”.

Stando all’esperto, è necessario dunque “cambiare radicalmente prospettiva”, mantenendo i “prodotti il più a lungo possibile nel circuito attraverso l’estensione della loro vita, la ridistribuzione, il riutilizzo, la rigenerazione e, soltanto alla fine, il riciclo. In questo modo, anche connettendo più filiere che traggano beneficio e condividano parte delle risorse, risulta possibile sostenere la stessa domanda di beni e servizi con un minor prelievo di risorse naturali”, spiega. In Italia, conclude, non esiste ancora un ecosistema circolare di player che “lavorino insieme e spingano intere filiere tecnologico-produttive verso il nuovo approccio industriale”. A mancare sono in particolare le piattaforme, “ossia attori deputati a costituire un bilanciamento tra la domanda e l’offerta di prodotti, materiali o risorse, creando mercati che facilitino la circolazione delle risorse all’interno del sistema”.

Economia circolare, le imprese italiane scaldano i motori
Davide Chiaroni, vicedirettore dell’Energy&strategy group della School of management del Politecnico di Milano
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