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Donna, over 40, società quotata: l’identikit del csr manager

Donna, over 40, società quotata: l’identikit del csr manager

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

23 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • “Il 40% dei professionisti d’impresa lavora in un’azienda quotata, un dato che conferma come ancora oggi la grande azienda sia l’ambito dove si concentra buona parte dei professionisti”, commenta Fulvio Rossi del Csr manager network

  • Il 45% possiede una laurea specialistica e il 39% un master

  • Secondo l’Onu, il 60% delle donne in tutto il mondo lavora nell’economia informale, registra minori guadagni e minori risparmi e ha un rischio maggiore di cadere nella povertà

Secondo il Csr manager network, il professionista della sostenibilità è donna, ha un’età superiore ai 40 anni e lavora in un’azienda quotata. Ma se le manager sono la colonna portante, arriva intanto l’allarme dell’Onu. Guterres: “Dobbiamo mobilitarci per una ripresa centrata sull’individuo, inclusiva, verde e sostenibile”

Le imprese italiane si stanno sempre più impegnando per fornire soluzioni e aggirare gli ostacoli allo sviluppo sostenibile, ma sono le donne che tessono le fila del cambiamento. Il 62% dei csr manager è donna, una percentuale che sfiora il 70% se si considera la fascia di età tra i 25 e i 40 anni. A fornire l’identikit del professionista della sostenibilità è una ricerca su 1.300 persone realizzata dal Csr manager network, in collaborazione con l’Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica e l’Università degli studi di Milano.

Si tratta di professionisti con un’età compresa tra i 41 e i 50 anni nel 38% dei casi e superiore ai 50 nel 26%, con un elevato livello di formazione: il 45% possiede una laurea specialistica e il 39% un master, ma crescono anche coloro che hanno frequentato percorsi formativi dedicati ai temi della responsabilità sociale d’impresa (14%). Il 42% ha effettuato studi nell’ambito manageriale o economico, ma c’è anche chi possiede un’iniziale laurea umanistica e poi un master sul tema della corporate social responsibility.

Nonostante manchi ancora un’identificazione univoca del ruolo – dal csr specialist al direttore sostenibilità e valorizzazione, dall’head of sustainability al sustainability & risk manager – il professionista della sostenibilità ha un ruolo sempre più rilevante nella governance delle imprese, trovandosinel 25,6% dei casi alle dipendenze dirette del direttore generale e nel 22% del ceo. Un aspetto che viene evidenziato anche dai livelli di remunerazione, considerati in linea con funzioni di analogo livello. Il 22,6% degli specialisti ha infatti una retribuzione annuale lorda compresa in una forbice tra i 40mila e i 59.999 euro.

Il 40% lavora in un’azienda quotata

“È anche vero però che il 40% dei professionisti d’impresa lavora in un’azienda quotata, un dato che conferma come ancora oggi la grande azienda sia l’ambito dove si concentra  buona parte dei professionisti – commenta in una nota Fulvio Rossi, presidente del Csr manager network – Una delle sfide principali per l’affermazione dello sviluppo sostenibile in Italia è dunque il coinvolgimento delle piccole e medie imprese”. Secondo Matteo Pedrini, professore ordinario di corporate strategy dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e responsabile dell’area ricerca di Altis, oggi le competenze dei professionisti della sostenibilità “rappresentano un unicum nelle organizzazioni in cui operano e, in un panorama sempre più attento agli aspetti sociali e ambientali, sono un’importante risorsa per il futuro”.

Se dunque ci si attende un cammino delle imprese verso un incremento delle iniziative a carattere sociale e ambientale, la necessità di un maggiore coordinamento assumerà sempre più un ruolo di primo piano. Questi professionisti, spiega Pedrini, “progressivamente passeranno da conoscenze tecniche a competenze sempre più legate alle strategie di sostenibilità, attivandosi per il coordinamento delle attività e dei contributi delle differenti funzioni aziendali e alla verifica dei risultati di sostenibilità conseguiti”.

Tra le principali responsabilità evidenziate nello studio emergono le attività istituzionali verso gli stakeholder, come l’analisi di materialità (73%), la rendicontazione (73%) e l’engagement degli stessi (66%). Seguono le politiche e gli obiettivi di selezione dei fornitori secondo criteri socio-ambientali ma anche le politiche sulle tematiche socio-ambientali legate ai lavoratori, rispettivamente per il 48% dei casi. Quanto alle attività verso la comunità, il 43% è responsabile delle partnership con organizzazioni locali o non profit e il 36% del dialogo con le comunità locali.

Onu: donne vittime della pandemia

C’è però anche un altro lato della medaglia da considerare. Se le donne sono la colonna portante della sostenibilità, oggi questa colonna potrebbe non avere radici solide. L’allarme dell’Onu continua infatti a riecheggiare chiaro, nonostante la tendenziale ripresa delle attività. “Le donne sono state colpite in modo particolarmente duro, lavorando in molti dei settori toccati in modo più critico”, spiega il segretario generale António Guterres in un video messaggio. “È vero, molte imprese e molti lavoratori si sono adattati in maniera innovativa alle mutate circostanze. Tuttavia i più vulnerabili corrono il rischio di diventarlo ancora di più, e paesi e comunità già povere rischiano di decadere ancora”. Se poi parliamo di sostenibilità, la componente sociale potrebbe essere proprio quella più trascurata. “Dobbiamo mobilitarci ora per una ripresa centrata sull’individuo, inclusiva, verde e sostenibile, che sfrutti il potenziale offerto dalle nuove tecnologie per creare lavori decenti per tutti e attinga alle positive esperienze di adattamento messe in campo da compagnie e lavoratori in questo periodo”, aggiunge Guterres.

Da più parti emerge il richiamo a un ritorno alla normalità ma, ricorda Guterres, “il mondo prima del covid-19 era lungi dall’essere normale”, tra disuguaglianze, discriminazione di genere, scarse opportunità per i giovani, redditi stagnanti e un “cambiamento climatico fuori controllo”. Secondo i dati riportati dall’Onu lo scorso aprile, il 60% delle donne in tutto il mondo lavora nell’economia informale, registra minori guadagni e minori risparmi e ha un rischio maggiore di cadere nella povertà. Ed è proprio da questi dati sconfortanti che bisognerebbe partire per costruire una “nuova normalità”. “È il momento di uno sforzo coordinato, globale, regionale e nazionale, per creare un lavoro decente per tutti come fondamento di una ripresa verde, inclusiva e resiliente”, conclude Guterres.

Rita Annunziata
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