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La corsa (a ostacoli) green delle mid e small cap italiane

La corsa (a ostacoli) green delle mid e small cap italiane

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

11 Gennaio 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • Divulgato in media il 73,8% delle informazioni considerate rilevanti, con un focus sulla componente social (88% dei parametri mappabili) e environmental (70,9%)

  • Solo il 33,3% del campione ha definito obiettivi quantitativi sulla contrazione delle emissioni di Co2 e il 23,8% sull’efficientamento energetico

  • Guglielmo Manetti, Intermonte Sim: “Pochi sono ormai disposti ad affidare i propri capitali a imprese che non implementano strategie orientate alla sostenibilità di lungo termine”

Nel triennio 2017-2019 le mid e small cap italiane dal cuore green hanno registrato una performance del +76,6%, più del triplo rispetto anche alle blue chip. Ma, secondo gli esperti, è necessario che nei prossimi due anni non si lascino cogliere impreparate dagli appuntamenti normativi in calendario

Borsa italiana si tinge di green, anche per le mid e small cap. Secondo l’analisi annuale di Intermonte Sim giunta alla quinta edizione e realizzata in collaborazione con la School of management del Politecnico di Milano, negli ultimi anni hanno divulgato il 73,8% delle informazioni rilevanti in ottica esg, puntando principalmente sulla componente “social” (comunicato in media l’88% dei parametri mappabili), seguita da “environmental” (70,9%) e “governance” (67,2%). Eppure, mancano ancora dei veri e propri ruoli manageriali e di collegamento dedicati alla verifica dell’andamento delle strategie sostenibili, oltre a incentivi volti a remunerare i membri del board e i manager sulla base delle performance ambientali e sociali raggiunte.

La ricerca, dal titolo Le strategie di comunicazione delle mid e small cap quotate su Borsa Italiana in ambito esg: un’analisi di benchmarking, ha coinvolto in particolare un campione di 21 aziende non finanziarie (rappresentanti circa il 95% della capitalizzazione dell’intero mercato azionario italiano e che nel 2019 hanno divulgato più del 70% delle informazioni mappate come rilevanti ai fini esg), con un focus sui comparti industriale, energy e utilities. Società virtuose in ambito green che, nell’arco del triennio 2017-2019, hanno evidenziato una performance del +76,6% (valore mediano), più del triplo rispetto alle blue chip e alle altre mid e small cap. Ma ancora molto resta da fare.

Considerando il contesto ambientale, infatti, solo il 33,3% del campione ha definito obiettivi quantitativi sulla contrazione delle emissioni di Co2 e il 23,8% sull’efficientamento energetico. “Ciò potrebbe sollevare dubbi riguardo all’effettiva implementazione delle iniziative di sostenibilità – spiegano i ricercatori – che, senza dei chiari parametri con i quali misurarne la bontà, potrebbero essere percepite esclusivamente come tentativi di greenwashing”. Quanto, invece, alle altre due componenti dell’acronimo, sul fronte della governance solo il 38,1% delle mid e small cap ha effettivamente collegato le proprie politiche di incentivazione e remunerazione alle variabili esg, e quasi un terzo delle stesse vanta un csr manager (corporate social responsibility manager, ndr) volto a supervisionare e implementare piani di sostenibilità.

Di conseguenza, come anticipato, a occuparsi della verifica dell’andamento delle strategie esg è principalmente il Consiglio di amministrazione, mancando ruoli manageriali e di collegamento predisposti. E il vuoto relativo alle politiche di incentivazione e remunerazione “potrebbe alimentare perplessità di investitori e stakeholder in merito all’effettivo impegno nei confronti della sostenibilità”, continua lo studio. In altre parole, se da un lato la corsa alla virtuosità e alla trasparenza, ma anche alla qualità e alla quantità, delle informazioni divulgate all’esterno continui, manca una strategia aziendale di lungo periodo.

“Il tema della sostenibilità sta monopolizzando l’attenzione dei mercati finanziari, consolidandosi come fattore centrale anche nelle strategie di investimento, grazie alla spinta delle autorità di mercato, dei legislatori europei e dei risparmiatori a ogni livello, dai retail agli istituzionali – spiega Guglielmo Manetti, amministratore delegato di Intermonte Sim – Pochi sono ormai disposti ad affidare i propri capitali a imprese che non implementano strategie orientate alla sostenibilità di lungo termine, attraverso buone pratiche finalizzate alla tutela dell’ambiente, all’inclusione e welfare sociale e a una governance trasparente e rispettosa di tutti gli stakeholder”. Tuttavia, aggiunge, “nuovi adempimenti obbligatori stanno per riguardare le imprese emittenti di titoli diffusi e chi ingegnerizza, gestisce e colloca prodotti finanziari che vi investono”.

In vista degli appuntamenti normativi in calendario nel 2021 e nel 2022 (attinenti alla tassonomia delle attività sostenibili ai servizi finanziari, allo standard relativo ai fondi e ai titoli finanziari sostenibili), secondo i ricercatori è necessario dunque che le piccole e medie imprese tricolori inizino a prepararsi. E chi sarà in grado di “anticipare proattivamente l’evoluzione normativa”, spiegano, “godrà di un vantaggio competitivo rispetto agli altri, in quanto sempre più capitali e risorse sul mercato saranno vincolati a essere investiti secondo criteri esg”. Le altre, invece, non potranno far altro che “recuperare il gap”, conclude Giancarlo Giudici, professore ordinario della School of management del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca.

Rita Annunziata
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