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Algoritmi e garanzie, il valore dell’arte non è soggettivo

Algoritmi e garanzie, il valore dell’arte non è soggettivo

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

13 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Se l’arte dev’essere un asset strategico per la finanza di impresa, non può che affidarsi ad algoritmi oggettivi di valutazione e a una solida pratica di risk management. Clarice Pecori Giraldi spiega perché, nel mondo della finanza evoluta, è essenziale andare oltre l’opinione dei professionisti, per quanto autorevoli

Può un bene d’arte costituire rischio di impresa? Si. E come tale va gestito, con solide politiche di risk management. Superato ormai da tempo lo scoglio culturale del riconoscere che l’arte è patrimonio e non costo, è necessario consolidare questo passo con pratiche adeguate di gestione del rischio, a partire dai parametri di valutazione per le poste di bilancio. «E questo non può esulare da una valutazione davvero oggettiva delle opere d’arte. Lo stesso risk assesment che viene condotto per i beni immobiliari, si può mettere in campo per quelli culturali», commenta Clarice Pecori Giraldi. Una pratica tanto rara (in Italia, ma anche a livello globale) quanto utile.

La traccia dei prezzi di vendita passati è infatti del tutto insufficiente a operare una valutazione corretta dell’opera d’arte in termini di rischiosità. I parametri relativi alla commerciabilità (e dunque alla liquidità) di un’opera sono molteplici. Per citarne solo alcune: la frequenza con cui un quadro ha preso parte a mostre prestigiose e kermesse internazionali, quali gallerie lo hanno trattato, di quali collezioni private ha fatto parte. La fama della mostra, così come della galleria, incide sul valore del pezzo. L’art collection manager indipendente ravvisa negli algoritmi la sola obiettività possibile per un monitoraggio affidabile dei rischi di una collezione d’arte. «L’iter di risk assement per i bilanci gode in Italia di una vasta potenzialità, soprattutto per le collezioni corporate», rileva l’esperta.

Come funzionano gli algoritmi per il risk management delle collezioni d’arte

Per tal motivo ha stretto un accordo con la società di risk management Overstone, fondata nel 2012 da Harco van den Oever, precedentemente continental european head di Christie’s International, con esperienza nel mondo dell’investment banking. La società ha infatti messo a punto un insieme di algoritmi per una sofisticata profilazione del rischio insito nei patrimoni d’arte. Un servizio che attinge a più di 2,5 milioni di risultati di vendita di opere di oltre 10.000 artisti. «Ci sono autori che, pur grandissimi, passano pochissimo in asta. Vuol dire che non hanno mercato. Ciò non può non influire sulla valutazione di una loro opera ai fini del bilancio d’impresa», prosegue Clarice Pecori Giraldi. L’analisi non si limita alle aste, che rappresentano solo una parte del mercato.

Soddisfare l’esigenza di liquidità

Il primo rischio di una collezione messa a bilancio è quello legato alla sua liquidità, ossia alla sua vendibilità. Tasto particolarmente sensibile all’epoca della crisi pandemica, momento in cui lo smobilizzo degli asset è un’esigenza stringente. Fermi restando i prezzi correnti di scambio, il pericolo è quello di non poter vendere a quel prezzo, in caso di necessità. Occorre dunque conoscere scientificamente la profondità del mercato. In questo senso, la valutazione algoritmica del rischio riguarda non solo la liquidità, ma anche volatilità e autenticità degli asset d’arte. La società rilascia un report di valutazione in uno – due giorni.

L’attenzione al rischio “quantitativo” delle opere non esula comunque da un assessment qualitativo delle stesse, attuato mediante un composito database dei materiali. Raccolta che non si limita a una mera elencazione delle tipologie materiche: rientra nel computo del rischio qualitativo anche il luogo di conservazione del quadro o della scultura, per esempio. Diverse condizioni atmosferiche hanno del resto un variegato effetto sulla probabilità di deterioramento del bene. Le problematiche legate all’autenticità invece riguardano la possibilità che la paternità di un’opera (di artista non vivente) possa essere rimessa in discussione dal consenso degli esperti.

Una volta definita la palizzata del rischio, è bene ricordare che l’arte è un’asset class indipendente, molto meno volatile rispetto all’azionario, per dire. Aspetto che la rende una riserva di valore particolarmente appetibile per hnwi e imprese.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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