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Takashi Murakami, l’artistar sull’orlo del fallimento

Takashi Murakami, l’artistar sull’orlo del fallimento

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

20 Luglio 2020
Tempo di lettura: 2 min
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Da molti definito lo “Jeff Koons” nipponico, l’artista Takashi Murakami è prossimo al fallimento. Lo ha dichiarato lui stesso su Instagram. Fra le cause, le spese pazze. E un perverso meccanismo che ha portato al ribasso le sue quotazioni

È una delle indiscusse artistar globali. Molti lo definiscono il Jeff Koons giapponese per la sua capacità di mischiare cash flow e irriverenza artistica. Corteggiato dalle maison storiche della moda (dalla pioniera Vuitton di Marc Jacob a Dior), da popstar all’avanguardia come Billy Eilish (suo è il video di You should see me in a crown), Takashi Murakami dichiara su Instagram (@takashipom) di essere sull’orlo della bancarotta. A fallire ufficialmente è la sua Kaikai Kiki, fucina di talenti ispirata dichiaratamente alla mitica Factory di Andy Warhol. Prima vittima del suo crack finanziario è la produzione del film Jellyfish Eyes Part 2: Mahashankh, un “sogno nel cassetto fin da bambino” cui Murakami stava lavorando da nove anni.

Il fondatore del Superflat dà la responsabilità del fallimento della sua factory ai venti avversi della crisi covid. Ma dietro allo sgretolarsi di una delle realtà di maggior successo della scena pop internazionale ci sarebbero le spese folli dell’artista, come riporta Artnet News.

Ma la faccenda non è così lineare. La continua ricerca di partner commerciali da parte del pop artist nipponico avrebbe innescato una spirale discendente per le quotazioni delle sue opere. La sua iper presenza accanto ai mega brand dello stile e non solo (Virgil Abloh, Comme des Garçons, Supreme, Frisk sono solo alcuni degli altri marchi che hanno collaborato con lui) avrebbe stancato i collezionisti. Potrebbe essere questa la dinamica che nel 2019 ha portato l’artista ad abbandonare la sua storica galleria Blum & Poe.

Murakami si dà dello “stupido” sul suo account, dicendo che continuerà a postare dei video “per motivi fiscali”. E all’osservatore resta l’amaro in bocca. Sono davvero gli accordi commerciali ad aver stritolato la stella della pop art contemporanea, sempre in bilico fra amore e irrisione dei brand? Forza Takashi.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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