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L'Atleta Vittorioso, una vittoria per chi?

L'Atleta Vittorioso, una vittoria per chi?

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Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker

15 Marzo 2019
Tempo di lettura: 5 min
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La Corte di Cassazione interviene sulla vicenda della statua di Lisippo, “pescata” in Adriatico e finita al Getty Museum di Malibu. Una storia di 55 anni con ripetute pronunce della magistratura

Dialogo tra un avvocato e una storica dell’arte

(Se siete proprietari di una barca e fate pesca al traino il caso, definitivamente deciso dalla Cassazione il 30 novembre 2018, sicuramente vi interesserà).

Prologo

Tutto inizia 55 anni fa, quando le reti di un peschereccio italiano “agganciano” nelle acque del mare Adriatico un misterioso oggetto, lo issano a bordo e successivamente lo sbarcano a Fano, comune marchigiano in provincia di Pesaro. L’oggetto misterioso viene venduto a due antiquari, custodito nella casa di un parroco di Gubbio, ceduto ad un antiquario tedesco e trasferito in Germania. L’oggetto viene quindi ripulito dalle incrostazioni marine ed emerge in tutto il suo splendore una scultura di bronzo attribuita a Lisippo, scultore greco di Sicione (Peloponneso), attivo nelle seconda metà del IV secolo A.C. ed artista prediletto di Alessandro Magno.

Verosimilmente l’opera si trovava a bordo di una imbarcazione che fece naufragio ed è rimasta indisturbata nelle acque dell’Adriatico per oltre 2000 anni, fino a quando fu agganciata dal peschereccio italiano. La magistratura italiana indagò a suo tempo su questa vicenda (Fano è un piccolo comune e le voci corrono …), incardinando un procedimento per ricettazione contro gli antiquari che avevano acquistato il Bronzo dall’armatore del peschereccio, ma il caso si concluse con sentenza definitiva di assoluzione
degli imputati, anche perché mancava la prova che l’oggetto fosse stato trovato in acque territoriali italiane.

A metà degli anni ’70 il Bronzo fu acquistato dal Getty Trust, poco dopo la morte del suo fondatore, il petroliere e grande collezionista J.P. Getty e da tale momento è ammirato dai visitatori della Getty Villa, una delle sedi del Getty Museum a Malibu, California.

Passano trent’anni e nel 2007, su impulso di un’associazione civica locale, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pesaro, avviò un procedimento penale contro gli armatori del peschereccio e gli antiquari che avevano acquistato il bronzo (nel frattempo tutti defunti) e, malgrado il decreto di archiviazione per prescrizione, nel 2010 il Giudice delle Indagini Preliminari di Pesaro dispose la confisca del Bronzo, “ovunque esso si trovi”. La decisione è stata confermata il 18 novembre scorso dalla Corte di Cassazione.

Dialogo

Giuseppe Calabi

Le ragioni della confisca sono in sintesi le seguenti:

  1. Qualunque reperto archeologico che sia agganciato nelle reti di una barca battente bandiera italiana appartiene al patrimonio indisponibile dello Stato, anche se pescato in acque internazionali (o se manca la prova che sia stato trovato in acque territoriali italiane). Le barche italiane, secondo questo ragionamento sono considerate “territorio italiano” e le loro reti sono un prolungamento verticale del territorio italiano.
  2. L’oggetto è stato esportato senza una licenza di esportazione.
  3. Malgrado una sentenza di assoluzione (confermata dalla Cassazione) dall’accusa di ricettazione nei confronti dell’armatore e degli antiquari primi acquirenti del bene, il Getty “non poteva non sapere” della sua provenienza illecita e quindi il suo acquisto è viziato da colpa grave: in sostanza male ha fatto il museo americano a fidarsi delle representations and warranties di chi gli vendette il Bronzo: bastava fare una telefonata al Ministero per capire che era meglio tenersi
    alla larga dalla scultura.

Secondo la Cassazione, anche in assenza di un colpevole, la confisca ha una finalità recuperatoria ed il diritto di proprietà del Museo americano deve recedere rispetto al diritto imprescrittibile ed indisponibile dello Stato Italiano.

Al di là dei tecnicismi giuridici, si può ragionevolmente ritenere che l’aggancio fortuito di un reperto archeologico nelle reti di una barca italiana comporti l’attrazione automatica dello stesso al patrimonio indisponibile dello Stato? Questa tesi potrebbe legittimare anche comportamenti spregiudicati da parte di cacciatori di taglie del XXI secolo.

Sharon Hecker

Quando la contesa è irta di ostacoli legali, ci vuole un altro punto di vista. Dal punto di vista storico-artistico, ci sono dei fattori importanti da considerare rispetto all’Atleta Vittorioso di Lisippo. Uno storico dell’arte vi direbbe che se si cambia il titolo dell’opera per ribattezzarla “Il Bronzo Getty” oppure “L’Atleta di Fano” già si finisce per forzare la storia. Se invece ci si basa sulla provenienza, e se l’attribuzione è corretta, l’origine dell’opera è greca e l’artista che ha creato l’opera era greco.

Giuseppe Calabi

Quindi non potrebbe la Grecia, a sua volta, promuovere un’azione di restituzione? È anche possibile che la scultura si trovasse su una nave romana naufragata perché era un bottino di guerra durante la colonizzazione della Grecia nel II secolo A.C. … E vi è poi un’altra domanda: al di là del diritto di proprietà, si può ragionevolmente sostenere che la scultura di Lisippo appartenga esclusivamente al patrimonio culturale italiano ?

Sharon Hecker

Il tuo dubbio legale è legittimo: se prendiamo in considerazione l’afterlife dell’oggetto e non solo l’origine, aggiungiamo poi alla storia uno sbarco a Fano, uno scalo a Gubbio, poi in Germania, e poi mezzo secolo a Los Angeles….insomma, per la storia dell’arte, la mera idea che un’opera d’arte “appartenga” ad un paese singolo è poco d’aiuto. Forse dobbiamo ripensare le nostre percezioni che un artista o un’opera d’arte abbiano un’eredità singola, unificata o omogenea. Gli artisti spesso hanno vite e carriere mobili e transnazionali, e le loro creazioni possono vivere per molti
anni dopo in vari paesi. Può ancora funzionare in questo caso l’idea di patrimonio nazionale, che vede la cultura come cosa innata, ereditata, appartenente a un solo paese? Vi dò un altro esempio, Leonardo da Vinci. Il maestro ha preso dall’arte nordeuropea la sua famosa tecnica dello sfumato:
le sue opere potrebbero essere reclamate dal Nord Europa? Leonardo ha importato il preziosissimo pigmento lapislazzuli dall’Afganistan per i suoi meravigliosi dipinti: questo fatto darebbe all’Afganistan un particolare diritto di possesso? In casi come L’Atleta Vittorioso, una soluzione salomonica non funziona: non possiamo proporre di tagliare le opere d’arte
a metà. Bisogna concepire una terza via, dove ‘mio’ vs. ‘tuo’ diventa ‘nostro’, creando un senso di ‘cultura’ più ampia.

Proviamo a ripensare all’idea di patrimonio culturale dal punto di vista dello storico dell’arte. Il caso dell’Atleta Vittorioso può trarre beneficio da quello che io chiamo ‘matrimonio’ culturale, un nuovo approccio che propongo, che potrebbe essere utilizzato per risolvere le contestazioni sul patrimonio culturale. E’ una via che vede la cultura come condivisa piuttosto che posseduta da una nazione rispetto ad un’altra. La parola patrimonio deriva da pater e si riferisce storicamente alla proprietà della chiesa o all’eredità spirituale di Cristo, dal patrimonium, un’eredità da un antenato maschile. In un matrimonio, patrimonio è ciò che viene ereditato, dà un senso di appartenenza e cerca di non essere disperso; è un concetto che protegge ma anche limita la cultura. La maggior parte di opere d’arte italiane appartengono a questa categoria.

Per le opere contestate, un altro approccio potrebbe essere più utile. Matrimonio si riferisce a mater, suggerendo qualcosa conferita al matrimonio da fuori, come il dono di una dote o il dono della vita. Un approccio ‘matrimoniale’ enfatizzerebbe un’eredità culturale condivisa che permette agli oggetti d’arte di far parte di rapporti transnazionali, in un modo che rispetti le identità mobili degli artisti e delle loro opere.

Credo che questo approccio aprirebbe un nuovo e fertile potenziale
per creare fiducia e sinergia tra diverse nazioni o entità. Potrebbe condurre a nuove leggi e accordi attraverso i quali le opere d’arte possano essere condivise tra nazioni. Sposterebbe l’attenzione dalle persone e dalle istituzioni coinvolte all’arte e alle sue possibili funzioni nel mondo.

Se l’idea vi sembra inverosimile, considerate che accordi simili stanno già nascendo in altri paesi: il Benin Dialogue Group, formato da musei europei, si sta adoperando per creare un museo in Nigeria per esporre a turni delle opere di Benin saccheggiate dagli inglesi nell’ottocento. Recentemente, due musei, il Kustmuseum di Berna e il Musée Granet a Aix-en Provence, hanno deciso di condividere un quadro di Cézanne proveniente dal bottino di Cornelius Gurlitt, l’uomo del tesoro nazista.

Giuseppe Calabi

In casi di conflitto, come quello dell’Atleta Vittorioso, la tua soluzione di condivisione tra nazioni, nel reciproco rispetto delle rispettive identità culturali ed artistiche, è indubbiamente la strada da percorrere: non è una strada in discesa, soprattutto in un clima politico caratterizzato da ideologie
sovraniste anche in ambito culturale, ma è l’unica che rispetti la poliedricità storica e culturale dei beni artistici, oltre a garantire il Massimo della fruizione pubblica ed evitare gli elevati costi legali e le incertezze delle cause di restituzione.

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi , Sharon Hecker
Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali. È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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