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L'autore del quadro è un tritacarte? No è un algoritmo

L'autore del quadro è un tritacarte? No è un algoritmo

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Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi

24 Dicembre 2018
Tempo di lettura: 5 min
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La vicenda del quadro “rinato” di Banksy, “Love is in the bin”, accende il dibattito sui casi in cui nella creazione di un’opera d’arte intervengono un attrezzo meccanico o un algoritmo

Davanti a una sala gremita nel cuore di Londra, una tela offerta in asta è in parte tagliata a strisce da un tritacarta miniaturizzato nascosto nella sua cornice. La storia della neo battezzata opera di Banksy “Love is in the bin” ha fatto in poco tempo il giro del mondo, portandosi dietro congetture articolate e spesso fantasiose.

L’artista, nel video che ha immortalato la scena di Girl with balloon che viene fatta a pezzi dal congegno nascosto nella sua cornice, spiega che tale drastica misura di sicurezza sarebbe stata apposta per evitare che l’opera venisse messa all’asta, e che l’acquirente si era impegnato a non rivendere Girl with balloon attraverso tale circuito. Come dimostrano i fatti, l’acquirente
non deve aver dato molto credito alla promessa fatta e Banksy parrebbe aver deciso di gestire la situazione “a modo suo”. È sicuramente un buon esercizio pensare a quali sarebbero state le implicazioni giuridiche del prank di Banksy se quanto accaduto a Londra fosse assoggettabile alla normativa sul diritto d’autore italiana.

Il diritto d’autore riconosce all’artista il diritto di opporsi alla distruzione di una propria opera: ciò è espressamente previsto dalla legge 633/1941 (art. 20), che prevede che l’autore abbia il diritto di opporsi a qualsiasi deformazione o mutilazione dell’opera: perciò, se qualcuno avesse distrutto l’opera (come è successo in un vano tentativo di emulazione poco dopo lo spettacolo della creazione di Love is in the bin), l’artista avrebbe avuto il diritto di opporsi a tale opera condotta dal proprietario. L’artista ha poi il diritto di richiedere la distruzione dell’opera che risulti essere illecitamente riprodotta (art. 159 lda).

Una tesi che si potrebbe formulare è che Banksy abbia disconosciuto l’opera Girl with baloon, che non rispecchiava più il suo messaggio artistico ed era stata resa in qualche modo lesiva della reputazione dell’artista (un artista “di strada”, con determinate convinzioni personali e politiche, all’asta per la crème de la crème mondiale presso una casa d’aste internazionale?)
e la abbia conseguentemente distrutta. Se vi fosse stato un contratto tra l’acquirente e l’artista in base al quale l’acquirente avesse riconosciuto il diritto di distruzione a Banksy nel caso di vendita all’asta, il mandante, nel caso in cui l’artista non avesse dato “nuova vita” all’opera, non avrebbe potuto far nulla se non tenersi un’opera disconosciuta e irreversibilmente
mutilata.

Ma che dire della nuova opera? Love is in the bin è stata la prima opera che sia mai stata creata durante un’asta. O, meglio, che sia mai “risorta”. Quindi abbiamo un’opera disconosciuta e poi di nuovo riconosciuta dall’artista che la ha ribattezzata con un nuovo nome, in quanto effettivamente opera diversa dalla precedente. La diversità della seconda opera dalla prima non risiede infatti solamente nella attivazione del tritacarte a distanza, ma anche nel differente messaggio che l’artista ha voluto trasmettere attraverso la nuova opera d’arte, sancendo la morte dell’una e la nascita dell’altra.

Inquadrare Love is in the bin come un’opera d’arte autonomae diversa rispetto alla precedente Girl with balloon comporta però la necessità di ragionare sull’idoneità (sotto il profilo giuridico) dell’attivazione a distanza del tritacarte a costituire un atto di creazione. L’art. 6 LDA infatti prevede che il titolo originario dell’acquisto del diritto d’autore è costituito dalla creazione dell’opera, quale particolare espressione del lavoro intellettuale. E allora, una interpretazione particolarmente letterale della norma potrebbe indurre a ritenere che l’attivazione di un tritacarte non è, in senso stretto, espressione del lavoro intellettuale, e che
quindi non ci troviamo di fronte a un’opera nuova, ma sempre in presenza dell’opera
originaria (con l’unico dettaglio che essa è stata in parte tritata).

Ciò che è certo è che, che sia stata una trovata mediatica, una prova di estrosità dell’artista, un rimedio poco ortodosso contro l’“inadempimento” dell’acquirente, che ha trasgredito il dovere di non vendere all’asta il dipinto, sicuramente la vicenda della creazione di Love is in the bin segna un momento storico (anche) per il diritto d’autore, oltre che ovviamente per l’anonima acquirente che si è trovata tra le mani un pezzo della storia dell’arte contemporanea: la prima opera d’arte distrutta e creata dall’artista (che non ha però toccato la tela!) durante l’aggiudicazione. Infatti, se il valore di un’opera d’arte disconosciuta è quanto di più prossimo allo zero, senza parlare del fatto che tale opera è stata per di più in parte distrutta, quello dell’opera rinata è aumentato, vista la storia senza precedenti di Love is in the bin.

Altra storia recente che vale la pena di menzionare in tema di diritto d’autore è il ritratto di Edmond de Belamy, aggiudicato all’asta alla cifra imprevedibile di 432.500 dollari (partendo da una stima di 10.000 dollari), creato dal collettivo di artisti francese Obvious tramite un algoritmo. La peculiarità di quest’opera è in sostanza il fatto che essa sia stata realizzata da una intelligenza artificiale.

La legge sul diritto d’autore italiana si riferisce sempre al creatore come un individuo (o più individui, nel caso di opere collettive) e, ovviamente, non fa riferimento a macchine. Ciò perché è difficile, se non impossibile, provare che una macchina possa creare qualcosa spontaneamente.Ed effettivamente viene da porsi il dubbio di quale sia il soggetto creatore, se la macchina che materialmente ha prodotto l’opera oppure la mente che ha elaborato l’algoritmo mediante cui il robot ha potuto realizzarla. Giuridicamente, la risposta non sembra essere più semplice, essendo il diritto d’autore mirato a tutelare non l’opera in quanto tale, ma la mente creativa che la ha espressa, in qualunque modo o forma. Sarebbe quindi necessario esaminare se l’intelligenza artificiale abbia “seguito gli ordini” dell’algoritmo, agendo quindi come un innovativo mero strumento dei nuovi artisti, oppure se abbia, attraverso la risoluzione dei singoli algoritmi, realizzato un’opera esprimendo, di fatto, una “propria” creazione.

E, in questo caso, chissà a chi spetterebbero i diritti di seguito! Quello che sta accadendo nel mondo dell’arte, un colpo di scena alla volta, ci sta indiscutibilmente ponendo davanti a una rivoluzione che segnerà la storia e la regolamentazione dell’arte. Sarà interessante vedere se i tribunali avranno mai modo di pronunciarsi su queste nuove forme d’arte. Per ora, ci chiediamo se una scimmia possa essere un artista (o, meglio, un fotografo), ma questa è tutta un’altra storia.

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi
Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali. È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.
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