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L’artisticità e la qualità delle opere d’arte: less is more

L’artisticità e la qualità delle opere d’arte: less is more

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Vera Canevazzi
Vera Canevazzi

24 Luglio 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Come si stabiliscono la qualità e il valore artistico di un’opera, la sua “artisticità”? In che misura il valore artistico e quello commerciale sono collegati?

La valutazione economica di un’opera è mutevole, è frutto di oscillazioni che dipendono da diversi fattori, tra cui il cambiamento della moda e del gusto. Per questo motivo l’artisticità di un bene e il suo valore culturale devono essere considerati anche a prescindere dai risultati d’asta e dalle richieste delle gallerie.

Nell’immediato il valore artistico di un’opera non è infatti sempre relazionato alla sua commerciabilità. La maggior parte delle persone comprendono la carica innovativa di un artista soltanto a distanza di tempo, mentre soltanto una ristretta cerchia di persone tra curatori, collezionisti e galleristi riescono a capire i cambiamenti artistici nel momento in cui si presentano. Inoltre spesso gli artisti non sono in grado, per motivazioni caratteriali o economiche, di entrare con celerità nelle dinamiche del mercato.

Ad esempio Vincent van Gogh, uno degli artisti più costosi e ricercati, con un record d’asta di quasi 80.0000.000 € con il Ritratto del dottor Gachet (Christie’s, 1990), nella sua contemporaneità non ricevette alcun tipo di riscontro economico né cercò di inseguire il successo assecondando il gusto del pubblico.  Come scrisse Vincent al fratello Theo, che lo mantenne per tutta la vita, “grazie a Dio ho il mio lavoro; ma anziché guadagnarmi del denaro con esso, ho bisogno di denaro per poter lavorare, questo è il guaio” o ancora “povero me, perché dovrei aver paura, che m’importa dell’invendibile o del poco gradevole?” (L’Aia, 14 maggio 1882).

Vincent van Gogh, “Ritratto del dottor Gachet”, 1890, olio su tela, 66x57 cm, venduta per 79.601.775 € incluso spese da Christie’s, New York, 15/05/1990

Rimanendo nell’ambito dei “giganti del mercato”, possiamo asserire con certezza che quando nel 1981 lo street artist Jean-Michel Basquiat, dopo aver subito uno sfratto, cercò di vendere ai passanti newyorkesi un suo quadro, come appare nelle riprese di Downtown 81 di Edo Bertoglio, non avrebbe di certo immaginato che nel 2017 una sua opera sarebbe stata battuta in asta per oltre 100.000.000 €.

Lo stesso è accaduto per molti capolavori che oggi riteniamo iconici ma che al momento rimasero incompresi e senza mercato, venendo poi capiti solo a distanza di 30/40 anni. Tra i vari esempi vi è Una domenica pomeriggio sull’isola della Grande-Jatte (1884-1886) di Georges Seurat, padre del puntinismo: quando l’opera venne proposta all’Esposizione degli Impressionisti del 1886 fu accolta con sdegno e ilarità sia per il soggetto che per la tecnica innovativa “a puntini”. Dopo la morte dell’artista nel 1891, sua madre cercò di trovare al dipinto una collocazione museale, essendo di grandi dimensioni (2 x 3 metri), ma non vi riuscì. Finalmente il dipinto, dopo diversi passaggi di proprietà, finì negli anniVenti nelle collezioni dell’Art Institute di Chicago; solo allora la Francia cercò di riacquistarlo, ma era ormai troppo tardi.

Georges Seurat, “Una domenica pomeriggio sull'isola della Grande-Jatte”, 1884-86, olio su tela, 2,08 m x 3,08 m, Chicago Art Institute

Come ci sono opere e artisti che al momento non vengono capiti e apprezzati sul mercato, al contrario si possono ricordare numeri casi di artisti “meteore”, che dopo un rapidissimo successo di mercato sono stati poi dimenticati velocemente: tra questi l’americano Ned Vena (1981), che è passato da un fatturato di circa 450.000 € nel 2013 a 6.000 € nel 2020, oppure l’inglese Jacob Kassay che è crollato da 1.400.000 € nel 2013 a 0 € nel 2019 (dati aste).

La commerciabilità di un’opera non è dunque un criterio esaustivo per stimarne il valore culturale e artistico.

Quali sono dunque i parametri per valutare l’artisticità e la qualità di bene per l’opera d’arte?

Alcuni parametri variano nelle diverse epoche e aree geografiche. Ad esempio il criterio della qualità dei materiali può essere applicato solo fino all’inizio del Novecento, dovendo poi essere via via ricalibrato con la diffusione di ready made, assemblage e collage. Infatti nel valutare l’orinatoio di Marcel Duchamp (Fontana, 1917) non si studia la qualità della ceramica, quanto la sua dirompenza visionaria.

Dal Secondo Dopo Guerra nell’arte vengono sempre più utilizzati materiali effimeri, poco resistenti, di derivazione industriale o di scarto: plastica, poliuretano espanso, sacchi di iuta, cemento, ferro, entrano comunemente a far parte degli strumenti espressivi di un artista.

Si utilizzano anche materiali organici, il cibo stesso fa il suo ingresso nel mondo dell’arte: da Daniel Spoerri che dagli anni Sessanta trasforma i resti delle sue cene in quadri da parete, a Marina Abramović che nel 1970 appende un’arachide al muro con due chiodi (Cloud with its shadow), alla lattuga poverista di Giovanni Anselmo fino alla celeberrima banana di Maurizio Cattelan (Comedian), esposta ad Art Basel Miami nel 2019.

Marina Abramović, “Cloud with its shadow”, 1970, arachide e due chiodi, installation view a Palazzo Strozzi, 2018

Nell’arte degli ultimi settant’anni è l’idea ad assumere un netto primato sulla materia

Fino all’inizio del Novecento, invece, l’artisticità di un manufatto si poteva misurare anche attraverso la qualità della tecnica e dei materiali: ad esempio, per un quadro, si possono valutare le caratteristiche del supporto, se è stato scelto un legno resistente, senza nodi, la preziosità dei pigmenti usati (come oro o lapislazzuli), come è stata preparata la tavola e stesa la pellicola pittorica. Gli artisti più affermati conoscevano inoltre, grazie a una lunga pratica di bottega, come garantire la corretta conservazione delle opere nel tempo.

Tuttavia, come sempre, esistono delle eccezioni, prima tra tutte quella di Leonardo da Vinci, le cui opere murarie cominciarono ad avere problemi conservativi già da subito, in parte per la sua propensione alla sperimentazione, in parte per la sua poca propensione a lavorare con la tecnica dell’affresco.

In ogni caso sia nel passato che nel presente all’interno della produzione degli artisti ci sono opere di maggiore o minore qualità e questo spesso dipende dalla finalità di un’opera: spesso se l’artista lavorava su commissione allora acquistava migliori materiali, mentre se produceva per se stesso, soprattutto se viveva in povertà, utilizzava supporti di fortuna, come foglietti, cartoncini o il retro delle cassette della frutta.

Nel valutare l’artisticità di un’opera vi sono tuttavia dei criteri che in linea di massima possono essere applicati in tutte le epoche, sia antica che contemporanea

In primo luogo la riconoscibilità del suo autore, il cui stile, pensiero o modus operandi deve essere distinguile da quello degli altri. Un’opera di Enrico Castellani, come di Dadamaino, Lucio Fontana, Agostino Bonalumi o Alighiero Boetti sono oggi immediatamente identificabili dai più, essendo ormai passati più di settant’anni dall’inizio della loro ricerca artistica.

È inoltre necessario considerare quando l’opera è stata realizzata, la sua datazione, e all’interno di quale movimento o corrente ideologica. La “specialità” di un’opera si misura infatti anche nell’appartenenza a un determinato ambito storico, artistico e geografico. Così un’opera replicata “in ritardo” ha meno rilevanza: una Piazza d’Italia di Giorgio de Chirico degli anni dieci, in pieno clima metafisico, ha un significato e un valore molto maggiore rispetto al medesimo quadro realizzato dal pittore negli anni Cinquanta, quando quel tipo di ricerca, sia per soggetto che per stile, era completamente anacronistica.

Un’opera che rimane nella storia deve riflettere lo spirito del proprio tempo – altresì detto Zeitgeist nella filosofia romantico-idealistica tedesca – vuoi per l’appartenenza a una corrente, per l’utilizzo di determinate tecniche o modalità espressive o per la scelta del soggetto.

Il cambiamento artistico si lega a forti mutazioni sociali ed economiche, ma è molto difficile capirlo nel momento in cui si manifesta. Pensiamo ad esempio alla nostra realtà più vicina, quella dell’emergenza sanitaria: musei, gallerie e fiere sono state chiuse a lungo e gli artisti hanno cercato nuove modalità espressive e comunicative, arrivando a smaterializzare le loro opere, rendendole virtuali o sfruttando la realtà aumentata. Questo cambio radicale nel modo di produrre e vendere arte proseguirà negli anni a venire oppure no? Cambierà radicalmente il mondo dell’arte? Potremo valutarlo soltanto a distanza di tempo.

Infine per valutare l’importanza artistica di un bene si considerano i criteri di unicità, rarità, e l’appartenenza a una determinata serie conclusa: meno opere similari ci sono in circolazione, maggiore sarà il valore artistico ed economico dell’opera. Per esempio, all’interno della produzione di Lucio Fontana sono molto ricercate le Fine di Dio, che l’autore realizza tra il 1963 e il 1964, bucando o squarciando tele monocromatiche montate su telai ovali: di queste opere esistono solo una quarantina di esemplari unici (quindi tra loro diversi per colore e composizione) con quotazioni maggiori ai dieci milioni di euro.

Lucio Fontana, “Concetto spaziale. La fine di Dio”, 1964, olio su tela, 178,4 x 123,2 cm, venduta per 27.122.138 € incluso spese da Christie's, New York, 10/11/2015

Per gli artisti contemporanei è complicato applicare questo criterio, dal momento che non sappiamo quante opere produrranno e in che modo controlleranno la loro produzione. Sicuramente possiamo però valutare facilmente il loro rapporto con il mercato: se lo inondano con migliaia di opere “fintamente uniche”, di poco diverse tra loro per formato o colore o dimensione ma sostanzialmente identiche, possiamo essere certi che queste avranno un esiguo valore artistico e commerciale.

Tutto questo discorso potrebbe essere forse sintetizzato dalla celebre frase attribuita all’architetto e designer tedesco Mies van Der Rohe: Less is more.

Immagine di copertina (Jean-Michel Basquiat, “Untitled”, 1982, acrilico su tela, 238,7 x 500,4 cm, venduto da Christie’s nel 2016)
Vera Canevazzi
Vera Canevazzi
Vera Canevazzi è un’art consultant di Milano. Si è formata come storica dell’arte rinascimentale presso l’Università degli Studi di Milano e la Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi di Firenze. Ha lavorato nell’arte contemporanea in Italia e all’estero presso enti pubblici, gallerie d’arte e musei, tra cui il Chelsea Art Museum, la Galleria Lia Rumma, il Museo Pecci, la Galleria Mimmo Scognamiglio e la Cortesi Gallery, di cui è stata Direttrice fino al 2017. Dal 2019 è professore a contratto presso l’Accademia di Belle Arti SantaGiulia di Brescia. Dal 2020 è consulente tecnico del Tribunale di Milano per l’arte del Novecento. Nel 2020 ha pubblicato con la Franco Angeli Editore il libro “Professione Art Consultant”
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