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Henry Moore, la poesia di pietra travalica i tempi

Henry Moore, la poesia di pietra travalica i tempi

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

18 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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Dopo quasi mezzo secolo torna a Firenze lo scultore che dal ventre della Terra mette in dialogo le ere geologiche passate con quelle future. Di totem ancestrali e forme futuribili, collezionismo privato e “brutto” che rende possibile il bello, abbiamo parlato con il curatore Sergio Risaliti e il premio Strega Sandro Veronesi

Forte Belvedere (Firenze), 1972. La sacralità imponente di un arco in fibra di vetro si staglia nell’aria e nel vento della fortezza di Ferdinando I De’ Medici. Autore dell’opera (The Arch, 1963/1969) è Henry Moore (1898-1986). Lui, figlio di un minatore dello Yorkshire, cavatore di bellezza e mistica dal ventre della Terra. L’esposizione era una retrospettiva sull’artista, «considerata una delle dieci mostre più importanti di tutto il XX secolo, grande cassa di risonanza per il collezionismo», ricorda Sergio Risaliti, storico dell’arte, direttore artistico del Museo Novecento di Firenze. Che, dal 18 gennaio e fino al 18 luglio 2021, ospita la mostra Henry Moore Il disegno dello scultore, co-curata dallo stesso Risaliti con Sebastiano Barassi, head of Henry Moore Collections and Exhibitions con il sostegno (e un prestito artistico) di Banca Monte dei Paschi di Siena. Un ritorno che ha il sapore della primordialità.

La poesia di pietra di Henry Moore
The Arch, 1963/1969

Col suo trarre forma dalla materia, Henry Moore travalica le epoche, «congiungendo l’inizio della storia con il presente e il futuro; i primordi con il pianeta che fra qualche secolo visiteremo». Le sue sculture, biomorfe, ricordano ossa umane e animali, rami, conformazioni rocciose, monoliti. Residui fossili di altre ere, radici e tronchi d’albero rigettati dal mare sulla sabbia. «L’argomento della mostra è proprio il rapporto di Moore con la natura, la sua ricerca scientifica sempre ammantata di uno sguardo poetico che trasfigura le forme». Si è scelto di non esporre le opere più note, come le figure giacenti, femminili, materne né quelle dei rifugiati nella metropolitana londinese.

Vi sono invece «alberi, radici, moschetti, rocce, ossa, ciottoli», reminiscenze vive del suo amore per l’arte extraeuropea (oceanica, assiro-babilonese, precolombiana) e greco-classica, ammirata e assorbita da giovane al British Museum. «Amava nelle culture primitive l’assenza di intellettualizzazione ed estetizzazione: erano forme più in diretto contatto con il mistero della vita e la grandezza della natura», prosegue Risaliti. Con esse Moore convoglia la sua esplorazione del moderno e le influenze di Epstein, Picasso, Brancusi. Questa sua sensibilità lo renderà scultore umanista all’interno delle avanguardie del ‘900.

Tra i tanti disegni esposti, ricorda il curatore, «vi è una serie di anziane e sofferenti mani d’artista, autoritratto dello scultore» e della sua fatica proletaria. Più intime che se fosse il volto.

Il viaggio in Italia di Moore inizia nel 1925, a Firenze, per incontrare la grande arte rinascimentale. «Si innamora degli artisti medievali-gotici. Conosce le opere di Pisano, Arnolfo di Cambio; resta affascinato da Donatello, Giotto, Masaccio, Michelangelo». L’incompiutezza della Pietà Rondanini resterà incisa nella sua poetica: il togliere, alleggerire la materia, darle una forma spirituale, forgiando «una bellezza al di là del tempo e dello spazio».

La poesia di pietra di Henry Moore, mani
Hands section

Ma il suo rapporto con la Toscana è destinato a continuare. Negli anni ‘50 è chiamato a decorare la sede generale dell’Unesco a Parigi (dal 1958 la sua “Silhouette au repos” in travertino troneggia davanti al palazzo). È quella commissione a riportarlo in Italia, nelle cave del marmo di Carrara. Con l’occasione acquista una piccola villa a Vittoria Apuana, in Versilia, cui farà ritorno per tutta la vita. Quivi conosce molti artisti e intellettuali, «come Maria Luisa Guaita, fondatrice della casa d’arte Il Bisonte, ed Eugenio Montale, di cui diventa amico». La poetica del primordiale è comune ai due artisti. «In Montale, l’ermetismo – pur arrivando alla soglia dell’astrazione – resta perfettamente ancorato alla realtà, sia quella naturale che quella degli affetti. Lo stesso è per Moore. La matrice umanistica è fortissima in entrambi gli artisti. Il rapporto fra dolore e gioia, fra nascere e morire, sono i temi fondamentali attorno a cui ruota l’arte di Henry Moore».

Landscape section. Courtesy Museo Novecento

Come un vero e proprio totem, campeggia in mostra anche il celebre cranio di elefante [in apertura] che lo zoologo Julian Huxley donò all’artista. Lui se ne innamorò, ricavandovi una serie di incisioni. «È come se lo scultore avesse ricercato l’astratto – mai fine a se stesso – attraverso l’osservazione di un reperto. Una cascata di forme evocatrici insite nel nostro inconscio, forme che ci parlano della vita e della durata del tempo. Che, in Moore, non è mai corto: è sempre un tempo lungo, per entrare in connessione con le ere geologiche».

La poesia di pietra di Henry Moore
Courtesy Museo Novecento

Nella parte della mostra dedicata al rapporto dello scultore con la Toscana, emerge il grande amore per Moore da parte dei collezionisti privati – pratesi per lo più –, che acquisirono soprattutto bronzetti dopo la mostra del 1972. Non solo privati, in realtà: una grande opera in marmo bianco esposta sui bastioni del Forte Belvedere, Forma squadrata con taglio (Square Form with Cut), approdò nel 1974 a Prato, diventandone il simbolo. Qui si inserisce un pezzo della storia familiare dello scrittore due volte premio Strega Sandro Veronesi. Suo padre Giannino, a quell’epoca ingegnere capo dell’ufficio tecnico del comune di Prato, progettò e realizzò i plinti che, interrati, sostengono la scultura. In segno di gratitudine per il lavoro svolto, Moore regala all’ingegner Veronesi un modellino dell’opera.

Forma squadrata con taglio. Courtesy Museo Novecento
Lo scrittore due volte Premio Strega Sandro Veronesi

Mezzo secolo dopo, Sergio Risaliti contatta Sandro Veronesi per chiedergli di contribuire alla mostra con uno scritto, «ignaro del fatto che la mia famiglia possedesse il modello di Forma squadrata con taglio», osserva lo scrittore stesso. Ora, quella formina è in mostra, con tanto di supporto in miniatura, esatta riproduzione di quello originale. Un bel caso di serendipità. «Per moltissimi anni (20, 30?) ho ignorato che mio padre avesse dotato di plinti anche la maquette dell’opera. All’epoca avevo 14 anni, il modellino giaceva riverso sulla sua scrivania, non bisognava toccarlo», ricorda Veronesi. «Le cose magnifiche devono avere delle basi solide», prosegue, e chi se ne occupa «rende possibile l’arte. La parte brutta che sta sotto terra fa risaltare il suo contrario». Non fu l’unico caso di contatto con l’arte dell’ingegner Veronesi. «Sua per esempio è la struttura per il Labirinto (Robert Morris, 1982) di Celle, nel parco del mecenate e collezionista Giuliano Gori», conclude lo scrittore.

Henry Moore al lavoro. Courtesy Museo Novecento

L’omaggio a Moore arriva nel momento in cui «non basta più la sola comprensione e contemplazione della bellezza rinascimentale», conclude Sergio Risaliti. «Le persone hanno bisogno di entrare nella cultura del proprio tempo. E possono farlo con quello strumento critico eccezionale che è l’arte contemporanea. Al di là della geopolitica, si devono comprendere i temi fondamentali della nostra esistenza, il “nocciolo duro”. Quel confronto con i nostri profondi sentimenti, le emozioni e le questioni fondamentali dell’essere al mondo, attraverso l’interpretazione dei propri simili, nel proprio tempo». Così come fa Henry Moore che, da combattente sul fronte occidentale della grande guerra, attraversa quasi tutto il secolo breve, con gli occhi sbarrati di fronte all’eternità.

Sergio Risaliti
Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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