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La grande abbuffata, il bluff delle online viewing room

La grande abbuffata, il bluff delle online viewing room

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Andrea Concas
Andrea Concas

26 Giugno 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Il risultato delle online viewing room dell’arte potrebbe riassumersi nel titolo di un grande film di Marco Ferreri e in una sinossi per un’avvincente storia da raccontare con una fitta trama di possibile successo, ma con un finale dolce-amaro

Il risultato delle online viewing room dell’arte potrebbe riassumersi nel titolo di un grande film di Marco Ferreri e in una sinossi per un’avvincente storia da raccontare con una fitta trama di possibile successo, ma con un finale dolce-amaro.

Ma, riavvolgiamo la pellicola.

La pandemia, in assoluta emergenza e di tutta fretta, ha traghettato verso l’online il mondo dell’arte, privato della sua fisicità, generando un cambio di rotta da parte degli operatori del settore, con una vertiginosa e spericolata accelerazione verso il digitale.

La prima risposta all’emergenza è stata quella di sopperire alla chiusura degli spazi fisici replicandoli o provando persino a traslarli online, in sostituzione delle gallerie d’arte, fiere, mostre e musei.

Online viewing room, private preview, virtual tour e chi più ne ha più ne metta, hanno letteralmente invaso la comunicazione online, seguite dall’invio di newsletter e post direttamente sulle bacheche di collezionisti e appassionati d’arte.

Un ricco buffet è stato recapitato comodamente a casa, evitandoci l’obbligo di indossare lo smoking e la convivialità con il commensale a noi vicino.

Un banchetto luculliano di opere d’arte, certo opulente e gustose, tuttavia servite e raccontate come ad una tavola calda, un all you can eat, offrendo una scialba e appena basica esperienza. 

Vendere, promuovere e fruire l’arte online è cosa ben diversa che farlo dal vivo. Cambiano completamente le dinamiche di approccio e di lettura dell’opera d’arte, così come la sua percezione e il racconto dell’esposizione, che online dovrebbero essere supportati da contenuti di approfondimento, immagini, video o audio e non solo.

Ora, è forse più chiaro a tutti come l’esperienza virtuale di una mostra online come di una fiera, abbia bisogno di radicali e sostanziali riflessioni sulle modalità di organizzazione, fruizione e interazione. 

Nel mio libro, scritto proprio durante il lockdown, L’Arte post Coronavirus – Le strategie digitali per i professionisti dell’arte, ho dichiarato come l’online non sostituirà mai il fisico, evidenziando che non è neppure la sua vocazione. Inoltre, come l’online, i social, le viewing room o ancora le newsletter siano solo dei canali e degli strumenti utili per supportare una strategia digitale ben definita, indispensabile per poter raggiungere gli obiettivi prefissati.

Oggi vediamo i risultati del grande bluff delle online viewing room e affini, pensati come contenitori dorati, vere cattedrali nel deserto, dove al loro interno troviamo soltanto alcune disparate foto di opere d’arte.

L’impegno dei più è stato quello di ricreare sale virtuali identiche agli spazi fisici, studiando tutti i dettagli senza preoccuparsi di accompagnare, nel percorso virtuale, i propri visitatori desiderosi di vivere la nuova esperienza, completa e immersiva, dell’acquisto virtuale.

Il 26 giugno si è conclusa la seconda esperienza online della fiera Art Basel la quale, fresca di annullamento della consueta edizione nella città di Basilea, ha prontamente rilanciato le sue online viewing room con la classica private preview per i vip, a cui è seguita l’apertura gratuita al pubblico tramite registrazione con email.

Le 282 gallerie presenti, hanno proposto in media 13 opere ciascuna attraverso una visita virtuale che è sembrata più un normale e nemmeno eccellente shop online, fatto di fotografie delle opere, spesso non più d’una e non sempre contestualizzate in uno spazio.

I numeri ufficiali complessivi non sono ancora noti, se non le roboanti vendite della galleria di David Zwirner con Jeff Koons ed il suo coniglio da $8 milioni, e quelle della Gladstone Gallery con un’opera di Keith Haring da $4,75 milioni, risultati che sanno più di richiami promozionali per la stampa che di vera vendita occasionale online.

Tirare ora le somme sull’efficacia o meno dell’online resterebbe un gravissimo errore, oppure una facile scusa per tornare ad assodate routine e alle dinamiche del passato.

Tuttavia, visto l’incalzare di innumerevoli iniziative, la nascita di associazioni di gallerie, siti vetrina, tour e tanti altri richiami esotico-tecnologici, forse sarebbe bene preoccuparsi un po’ di più dei collezionisti, delle loro reali esigenze, dei risultati delle esperienze virtuali ed infine di come convogliare il traffico ed accompagnare i visitatori in queste cattedrali nel deserto.

Che sia un grande buffet o un grandissimo bluff, siamo tutti seduti a tavola per scoprire chi rimarrà in piedi oppure sarà sazio e felice di questa arte, ora online.

Andrea Concas
Andrea Concas
"Fondatore e CEO della startup dell’arte Art Backers e di Art Rights, piattaforma per la gestione e certificazione delle opere d’arte e di ArtCollateral, primo escrow agent per l’Art Lending. Autore di libri, docente e speaker, ogni giorno parla e scrive di Arte & Innovazione come divulgatore e tramite ProfessioneARTE, la prima community online per i professionisti del mondo dell’arte".
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