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Collezionismo, i rischi: la provenienza dell’opera d’arte

Collezionismo, i rischi: la provenienza dell’opera d’arte

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Sharon Hecker
Sharon Hecker

05 Giugno 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Fra i rischi del collezionismo, “provenienza” è un termine usato per indicare l’origine e la catena di proprietà di un’opera d’arte. Oggi, si è arrivati a utilizzarlo come prova di autenticità o di attribuzione

Provenienza è un termine usato per indicare l’origine e la catena di proprietà di un’opera d’arte. Oggi, si è arrivati a utilizzarlo come prova di autenticità o di attribuzione. Spesso è considerata una garanzia su cui si basa una “certificazione” o “archiviazione”, sia su carta che attraverso i nuovi metodi digitali come blockchain.

Nel caso di artisti viventi la provenienza è verificabile: esiste un certificato di vendita e l’artista può garantire che l’opera sia sua. Invece nel caso di artisti non viventi, più l’opera è antica più è complicato stabilirne la provenienza. Alcune sono accompagnate da documenti attendibili, come ricevute di vendite o presenza nei registri dell’epoca, ma altre invece ne sono completamente prive, oppure incomplete o sospette. I collezionisti dovrebbero essere consapevoli di questi rischi.

Molte volte la provenienza originale di un’opera è dimenticata, perduta, modificata o falsificata nel tempo. In altri casi, non è possibile stabilire una catena di proprietà per mancanza di documenti attendibili, come nel caso di un quadro appartenuto per generazioni a una stessa famiglia, sulla cui origine esistono solo ricordi nebulosi, e altre volte appaiono senza storia in luoghi inaspettati, come il dipinto attribuito a Cimabue recentemente scoperto nella cucina di un’anonima casa di campagna in Francia.

È cruciale non dare mai per scontata una provenienza dichiarata. Potrebbe darsi che un’opera sia stata rubata o razziata e che queste informazioni non vengono riportate, come nel caso del Pissarro acquistato dal Barone Thyssen-Bornemisza senza aver fatto dei controlli sulle sue origini. È emerso poi in un’aspra causa legale che fu confiscato dal gallerista Paul Cassirer durante la Seconda Guerra Mondiale. Il collezionista è spesso indirizzato all’Art Loss Register, un database di opere razziate, che tuttavia è ancora in-progress e incompleto. Per comprendere la difficoltà a rintracciare i proprietari originali delle opere razziate, basti pensare alla ricerca di 8 anni condotta da una task force specializzata del Governo tedesco su 1590 opere della collezione di Cornelius Gurlitt: a oggi ne sono state restituite solo 14.

Spesso sorgono dubbi dall’incompatibilità tra un’opera e la documentazione a corredo. Non basta dire che apparteneva a un amico, parente o conoscente dell’artista: la presunta relazione con l’artista può essere rassicurante ma deve essere confermata da prove dell’epoca che dimostrino che la persona sia esistita, e che si sia trattato di un dono o di un acquisto. Un nome senza documentazione dovrebbe essere un campanello d’allarme per il collezionista, come è accaduto nel famoso scandalo di falsi venduti dalla Knoedler Gallery: in quel caso, il proprietario originale era un certo “Mr. X, Jr.” che poi si scoprì – troppo tardi – non essere mai esisto. Un collezionista deve insistere affinché il venditore, l’esperto o l’istituzione di autenticazione forniscano ulteriore documentazione.

E se comunque risultasse dubbia o incompleta? In questi casi può essere d’aiuto uno specialista in scienze dei materiali, specializzato nell’artista o nel periodo artistico in questione. Con la sua ricerca può individuare materiali o tecniche inesistenti all’epoca. Se per esempio si trovano negli strati originali di un quadro dei pigmenti di un periodo successivo, l’opera potrebbe essere falsa, indipendentemente dalla validità della provenienza.

Possiamo quindi concludere che tutte le opere con materiali incompatibili per l’epoca sono false? La risposta è no. Ci sono copie legittime fatte in epoche successive alle quali è stata aggiunta una provenienza più antica per errore, per ingannare gli acquirenti o per aumentarne il valore.

Per rivelare eventuali discrepanze, l’ideale è un team composto da storici dell’arte e scienziati dei materiali specializzati negli studi di opere d’arte. I primi sollevano dubbi, i secondi indagano. Grazie alle sofisticate tecniche a disposizione oggi, possono smascherare una documentazione abilmente falsificata. Con Photoshop si possono realizzare finte foto d’epoca per giustificare la presenza di un’opera in una collezione, o inserirle in cataloghi originali di mostre.

Infine, i collezionisti devono guardare con occhio critico come viene tessuta una provenienza tra materiale e informazioni storiche. Quando furono trovate alcune sculture nel Fosso Reale di Livorno, tutti credettero che fossero di Modigliani. L’equivoco nasceva dal fatto che fossero fatte in pietra livornese, materiale che, secondo un aneddoto mai provato, Modigliani usava. Si è così creato un mix perfetto per accertare l’attribuzione dell’opera. Invece l’operazione era uno scherzo messo in scena da un gruppo di studenti universitari con un trapano. Anche se Modigliani avesse utilizzato quel tipo di pietra (e non esistono prove di ciò), il materiale non è sufficiente a dimostrare che quelle opere fossero state scolpite dalle sue mani. Infatti, il materiale è reperibile e utilizzabile tuttora.

Insomma, è umano desiderare di eliminare rischi o dubbi e cercare delle certezze. Spesso però, la realtà è diversa. Man mano che emergono ulteriori informazioni, l’attribuzione di un oggetto d’arte può cambiare, e bisogna essere pronti a cambiare di conseguenza anche le conclusioni. Una rigorosa indagine storico artistica non si può basare su un’opinione o su un wishful thinking. Piuttosto, si sviluppa da un processo logico basato sulla raccolta di prove fattuali disponibili. Un collezionista intelligente che opera con un occhio critico verso la provenienza e i rischi connessi può evitare molte delle insidie delle false certezze.

Sharon Hecker
Sharon Hecker
Sharon Hecker, nata a Los Angeles e cresciuta a Tel Aviv, è storica dell’arte, curatrice, e autrice, specializzata in arte italiana moderna e contemporanea. Dopo collaborazioni con istituzioni museali come la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e la Galleria Christian Stein, oggi fornisce consulenze sulla due diligence per l’arte a collezionisti privati, art lawyers, wealth managers, family offices, case d’aste e fiere.
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