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Cataloghi ragionati e ragionevoli dubbi

Cataloghi ragionati e ragionevoli dubbi

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Sharon Hecker
Sharon Hecker, Giuseppe Calabi

10 Gennaio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Dialogo tra una storica dell’arte e un avvocato esperto in materia, sulla questione dei catalogue raisonné / cataloghi ragionati

Cataloghi ragionati: prologo

Nel 1751 a Parigi fu pubblicata un’opera postuma del mercante e storico dell’arte francese Edme-François Gersaint (1694-1750) intitolata Catalogue Raisonné de toutes les pièces qui forment l’oeuvre de Rembrandt. L’opera è stata dedicata agli amateurs des beaux arts. Si ritiene comunemente che questo sia il primo catalogo ragionato mai pubblicato dell’opera di un singolo artista e che abbia aperto la strada a tutti coloro che nei secoli successivi e fino ai nostri giorni si siano cimentati in opere così complesse ed importanti. Cosa è un catalogue raisonné?

Una sentenza della Corte d’Appello dello Stato di New York del 2009 (caso Thome v. Alexander & Louisa Calder Foundation) lo definisce come il “catalogo definitivo dei lavori di un particolare artista. L’inclusione di un quadro in un catalogo ragionato serve ad autenticare il lavoro, mentre la non inclusione suggerisce che il lavoro non sia genuino”.

Ma perché i catalogues raisonnés sono così importanti ed a chi sono destinati? È giusto pensare che siano “definitivi”? A queste domande si è cercato di dare una risposta il 22 novembre a Londra alla prima conferenza organizzata da Icra (International catalogue raisonné association), associazione promossa da un gruppo di autorevoli storici dell’arte e curatori internazionali. Lo scopo di Icra è di sostenere un dialogo tra coloro che svolgano attività di ricerca, progettazione, redazione e produzione di cataloghi ragionati con una particolare attenzione agli aspetti tecnici e pratici associati a tali progetti, oltre che al supporto ad artisti, eredi di artisti, collezionisti ed operatori del mercato nell’individuazione delle possibili responsabilità (anche legali) derivanti dall’inclusione (ed esclusione) di un’opera nei cataloghi.

Giuseppe Calabi

La piattaforma che Icra si propone di creare rappresenta un’iniziativa molto utile per lo studio, la ricerca e la valorizzazione dell’opera di un artista, spesso deceduto nel momento in cui il progetto viene avviato. La redazione di un catalogo ragionato espone tuttavia gli autori ad un delicato profilo di responsabilità. L’esclusione di un’opera può significare che il valore commerciale della stessa si azzeri in quanto può far sorgere il dubbio che la stessa sia stata reputata dall’autore non autentica. Viceversa, l’inclusione di un’opera può generare nel pubblico l’affidamento che sia autentica.

Ma cosa succede se, dopo la pubblicazione di un catalogo, l’autore cambia opinione su una determinata opera? Un altro caso che può verificarsi è quello in cui non si riesca a formulare un giudizio univoco sull’autenticità dell’opera e la stessa rimanga sospesa in un limbo in quanto “allo stato delle attuali conoscenze”, non si può ragionevolmente concludere né che sia autentica, né che sia falsa. In alcuni paesi, inclusa l’Italia e la Francia, gli autori possono stare relativamente tranquilli: il principio di libertà di manifestare il proprio pensiero è sancito dall’articolo 21 della Costituzione e, quindi, l’esclusione di un’opera da un catalogo, ad esempio perché non si è riusciti a tracciarne la provenienza, non può essere fonte di responsabilità, anche se l’autore si è sbagliato.

In altri paesi, ad esempio negli Stati Uniti, la situazione è più sfumata: in linea di massima, anche negli Usa è protetta la libertà di espressione, ma vi sono state negli ultimi anni molte cause, il cui costo spesso rappresenta un onere insostenibile per uno storico dell’arte o uno studioso di un artista. Per questo motivo, nel 2016 il Senato dello Stato di New York ha approvato un progetto di legge destinato a “migliorare la protezione legale degli individui che svolgano l’attività di ‘autenticatori’ nella comunità delle arti visive”.

La protezione accordata agli autenticatori consiste essenzialmente in un regime più favorevole nella liquidazione da parte del tribunale delle spese di causa. In base al progetto, gli “autenticatori” comprendono gli autori di cataloghi ragionati o altri testi accademici nei quali un’opinione sull’autenticità, attribuzione o “autorialità” di un’opera artistica sia espressa, anche in modo implicito. Non viene invece considerato un autenticatore colui che abbia un interesse economico nell’opera autenticata (ad esempio, un mercante). Mentre si sta ancora aspettando che lo Stato di New York approvi il progetto, una recentissima decisione della New York State Supreme Court ha rigettato la richiesta di danni formulata da un importante dealer inglese, Mayor Gallery, contro Pace Gallery ed il comitato autentiche del catalogo ragionato dell’artista canadese Agnes Martin (la cui estate è rappresentata da Pace) per avere escluso 13 lavori dal catalogo ragionato dell’artista.

In particolare, è stato deciso che l’esclusione delle opere non possa essere ritenuta product disparagement (denigrazione delle opere) e che l’autore di un catalogue raisonné non abbia l’obbligo di motivare circa le ragioni dell’esclusione.

Sharon Hecker

A mio parere non bisogna prendere per buoni tutti i catalogues raisonnés o fare acriticamente affidamento a essi. Non tutti sono allo stesso livello scientifico. Inoltre, non è sempre sufficiente scrivere un catalogo per diventare un’autorità sull’artista. Nella storia dell’arte, la questione dell’inclusione o meno di un’opera in un catalogo può essere molto più complessa. Alla conferenza di Icra, Georgina Adam (Financial Times) ha chiesto agli esperti: cosa qualifica come affidabile un catalogo ragionato? Quali sono i metodi migliori da utilizzare nella preparazione di un catalogue raisonné? Chi lo finanzia e chi lo pubblica? Possono sorgere conflitti d’interesse con finanziatori o eredi? Che cosa succede se un autore commette un errore? Queste domande sono state trattate anche nel panel guidato da Anna Somers Cox (The Art Newspaper), sugli aspetti positivi e negativi delle fondazioni e degli archivi e sull’autenticazione delle opere d’arte. Idealmente, il catalogo ragionato può essere uno strumento di studio e tutela delle opere d’arte. Nel migliore dei casi, si tratta di scritti realizzati da studiosi indipendenti e sono pubblicati indipendentemente dal mercato. Un intermediario operante nel mercato dell’arte che tratti un artista non dovrebbe finanziare il catalogue raisonné di quell’artista. Analogamente, l’autore di un catalogue raisonné non dovrebbe trattare sul mercato opere dell’artista. Tale catalogo deve essere il più completo possibile e contenere informazioni descrittive e ragionate sulle opere pubblicate. L’autore dovrebbe aver visto le opere di persona e dovrebbe avere le qualifiche necessarie per esprimersi.

Ma non è sempre così. Alcuni cataloghi non sono considerati autorevoli, altri non sono completi o accettano acriticamente opere ritenute discutibili dalla comunità degli studiosi. Le ipotesi possono essere inspiegabilmente trasformate in fatti e quindi le attribuzioni possono essere contestate. In alcuni casi ci sono artisti che hanno più di un catalogo ragionato e più di un’autorità (Modigliani, ad esempio, ne ha cinque con altri due in preparazione, Rembrandt e De Chirico ne hanno più d’uno). L’autorità di un catalogo rispetto all’altro dipende proprio dal ragionamento degli autori. Pertanto, i criteri di inclusione o esclusione di un’opera devono essere trasparenti. A volte ci sono importanti divergenze di opinione sulle opere che sorgono tra gli esperti, che devono essere discusse apertamente. Come potrebbe essere il catalogo ragionato in futuro? Sarà in grado di trovare una nuova vita online, dove gli errori possono essere corretti? Il catalogo online potrebbe generare nuovi problemi: non è garantita la continuità di un sito web o la presenza della stessa persona per aggiornare le informazioni. Per superare i crescenti problemi legali contro i singoli autori, sarebbe più produttivo lavorare in team? Sarebbe utile creare nuovi spazi di discussione all’interno del catalogo in caso d’opere incerte? In ogni caso, la comunità giuridica dovrebbe essere consapevole dei problemi che sorgono qualora ci si affidi in modo acritico ai cataloghi ragionati.

Sharon Hecker
Sharon Hecker , Giuseppe Calabi
Sharon Hecker, nata a Los Angeles e cresciuta a Tel Aviv, è storica dell’arte, curatrice, e autrice, specializzata in arte italiana moderna e contemporanea. Dopo collaborazioni con istituzioni museali come la Peggy Guggenheim Collection di Venezia e la Galleria Christian Stein, oggi fornisce consulenze sulla due diligence per l’arte a collezionisti privati, art lawyers, wealth managers, family offices, case d’aste e fiere.
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