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Burri, un ‘grande legno’ a rischio di rimpatrio

Burri, un ‘grande legno’ a rischio di rimpatrio

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Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi, Sharon Hecker

21 Gennaio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Quando si trattano temi legati al collezionismo di opere d’arte, spesso si corre il rischio di visioni incomplete: l’avvocato spesso parla con il fiscalista, ma raramente con chi l’oggetto della collezione lo conosce nella sua dimensione storica, artistica e con riferimento al suo autore. Ecco allora, a proposito del quadro di Alberto Burri, due visioni a confronto

L’opera di Alberto Burri “Grande legno e rosso” (1957-1959, 150 x 250 cm) di proprietà di una nota collezionista milanese ed offerta in asta da Phillips a New York il 15 novembre 2018 con una stima pari a 10-15 milioni di dollari è stata oggetto di un acceso dibattito giornalistico in Italia. L’opera è andata invenduta. E fin qui nulla di particolarmente sorprendente.

Il mese precedente, lo storico d’arte Tomaso Montanari su Il Fatto Quotidiano ha con veemenza criticato il fatto che l’opera sia liberamente uscita dall’Italia grazie alla riforma voluta dall’ex ministro Franceschini che ha esteso da 50 a 70 anni la soglia temporale rilevante perché l’uscita definitiva dall’Italia di un’opera da parte di un artista non più vivente richieda una licenza (come è il caso del Grande legno e rosso: Burri è morto nel 1995 e l’opera ha da poco compiuto 60 anni). Sono volate parole grosse: si è parlato di “furti a regola d’arte, di “licenze di esportazione concesse alla leggera ai soliti tombaroli”. Sono seguite repliche da parte di noti opinionisti. La Soprintendenza è intervenuta. Ma nel frattempo l’opera era già uscita.

Per chiarire un equivoco: in base alla riforma Franceschini l’opera è uscita regolarmente dall’Italia in base ad un’autocertificazione inviata all’Ufficio Esportazione, cioè una dichiarazione dell’interessato che la stessa aveva meno di 70 anni ed era opera di un artista defunto. Lo Stato aveva un termine di 60 giorni per ‘notificare’ l’opera, se ritenuta eccezionale per l’integrità e la completezza del patrimonio culturale della Nazione. Lo Stato non ha esercitato questa potestà e l’opera è quindi uscita regolarmente. Quale è dunque il problema? Il problema è che prima della riforma Franceschini quest’opera avrebbe richiesto una licenza e forse questa licenza non sarebbe stata concessa con conseguente automatica notifica dell’opera.

Quindi, secondo alcuni critici questo caso è esemplare del fatto che la riforma abbia agevolato un “depauperamento” del patrimonio culturale italiano, consentendo idealmente un saccheggio iniziato in epoca rivoluzionaria dalle truppe di Napoleone. L’opera è andata invenduta e tra le possibili cause della mancata vendita si è ipotizzato che vi fosse la polemica giornalistica sopra accennata: soprattutto perché i potenziali acquirenti italiani dell’opera avrebbero avuto qualche remora a spendere 15 milioni per acquistare e rimpatriare un’opera, sulla quale l’attenzione pubblica (ed anche quella della Soprintendenza) si era ripetutamente focalizzata nelle precedenti settimane.

La remora si giustifica perché il potenziale acquirente italiano non avrebbe potuto beneficiare della c.d. importazione temporanea quinquennale (rinnovabile di quinquennio in quinquennio) che consentirebbe di porre l’opera al riparo dalla notifica: infatti, questa possibilità è unicamente prevista per opere che abbiano già compiuto 70 anni. E quindi il nostro ipotetico collezionista avrebbe dovuto aspettare almeno un decennio prima di potersi godere l’opera a casa propria.

In altre parole, l’ipotetico collezionista italiano avrebbe sicuramente potuto importare subito l’opera dagli Stati Uniti in Italia, ma una volta in Italia l’opera potrebbe essere notificata in quanto ritenuta di eccezionale interesse, con la conseguenza che nessuna esportazione (o rivendita a potenziali acquirenti stranieri) sarebbe più possibile. Ma si può affermare, come fa Montanari, che l’uscita definitiva dall’Italia del Grande legno e rosso ed una sua possibile vendita ad un collezionista o ad un museo straniero costituisca un depauperamento del patrimonio culturale italiano? Forse neppure Burri sarebbe d’accordo.

Il “Grande legno e rosso” di Burri: la parola alla storica dell’arte

La questione del “depauperamento” del patrimonio culturale è molto importante in Italia, ma gli storici dell’arte possono associare al “Grande legno e rosso” di Burri una molteplicità di valori: se il valore di mercato dell’opera sembra recentemente essere stato messo alla prova, si può essere certi che il suovalore storico rimanga solido, invariato e stabile a prescindere dal valore economico.

Questa stabilità storica è la condizione che i collezionisti e i musei dovrebbero cercare. Il valore è determinato non solo dall’attrattiva artistica, ma anche dalla comprensione della storia di un’opera d’arte: la sua provenienza originaria che riporta all’artista e al modo in cui l’opera si inserisce nel contesto del momento in cui è stata realizzata. Nel caso di Burri, il valore storico del “Grande legno e rosso” è garantito dal continuo e costante interesse estetico e intellettuale dell’opera. L’opera esprime uno specifico momento artistico, sociale, politico, culturale ed economico. Questo è confermato dall’amore dell’artista per la sperimentazione materiale. Un esempio è l’uso da parte di Burri di Vinavil, un nuovo materiale allora derivato dal nylon usato per i paracadute durante la guerra e reinventato come colla liquida nel periodo postbellico. L’opera accenna ad un momento storico di transizione dall’anteguerra al dopoguerra.

In merito alla questione su dove un’opera d’arte debba “vivere” in futuro, sarebbe utile conoscere e rispettare i desideri dell’artista. Nel caso di Burri, l’artista desiderava chiaramente che il mondo avesse accesso alla sua arte. Sentiva che la sua opera dovesse essere significativa per molte culture oltre alla sua. Burri ha colto al volo l’opportunità di esibire le sue opere al MoMA quando ha conosciuto il curatore James Johnson Sweeney nel 1953, e ha esposto e venduto spesso negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Bruno Corà, Presidente della Fondazione Palazzo Albizzini “Collezione Burri”, afferma che “il maestro ha sempre ragionato in un’ottica di circolazione delle opere d’arte sia proprie che altrui… Come per altre sue opere, Burri si sarebbe auspicato che avessero raggiunto le sedi dei più qualificati musei o delle più scelte collezioni internazionali.” Consentendo al lavoro di lasciare l’Italia, tramite autocertificazione, il Ministero ha certamente preso in considerazione questo, così come il fatto che, mentre era ancora vivo, Burri ha stabilito la propria fondazione in Italia e ha selezionato i lavori che desiderava lo rappresentassero nel suo paese d’origine. Pare che il Ministero, nel formulare un giudizio, fosse consapevole del fatto che altre opere significative di Burri si trovino nei musei italiani.

C’è ancora un’opportunità per un collezionista o museo internazionale di acquisire mediante trattativa privata il “Grande legno e rosso”, soddisfacendo così il sogno di Burri di dare accesso al mondo alle sue opere. L’opera troverà senza dubbio una nuova casa perché ha un indiscutibile valore storico.

L’acquisto di opere d’arte per il loro valore storico è fondamentale. Peggy Guggenheim lo sapeva bene: comprò – a prezzi stracciati – delle opere del surrealismo e dell’arte astratta che pensava fossero importanti, in un momento in cui pochi altri compravano quei tipi di lavoro. Allo stesso modo, Leonard Lauder acquistò opere per la sua celebre collezione di arte cubista in base al loro significato storico. Grazie al valore storico duraturo delle loro collezioni, il valore di mercato non si è mai deprezzato. Collezionisti consapevoli e sofisticati sanno acquistare l’arte non solo sulla base del valore di mercato in un dato momento. Né cercano sempre la rassicurazione del mercato per determinare l’importanza di un’opera d’arte.

A cura di Sharon Hecker, storica dell’arte

Giuseppe Calabi
Giuseppe Calabi , Sharon Hecker
Senior partner dello studio legale CBM & Partners, è esperto di diritto dell’Arte ed ha partecipato ai lavori di riforma del Codice dei Beni Culturali. È consulente legale di Consorzio Netcomm. È inoltre membro della commissione sul diritto d’autore dell’Associazione Italiana Editori (AIE) e del comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali costituito dall’Agcom.
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