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Black lives matter, schiavisti, statue: giù dal piedistallo

Black lives matter, schiavisti, statue: giù dal piedistallo

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Chiara Massimello
Chiara Massimello

19 Giugno 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Il movimento Black lives matter non risparmia le statue, simbolo per eccellenza della celebrazione delle classi dominanti. Posto che non si protesta con i “per favore”, ci si chiede se tanto vandalismo ha la forza di eradicare le ingiustizie. E anche Banksy ha qualcosa da dire in merito

Elegantemente vestito e magnificamente acconciato, Edward Colston se ne stava pensoso, appoggiato al suo bastone dal 1895. In bronzo, (alto più di 5 metri) su un imponente piedistallo di pietra che la sua città, Bristol, gli aveva dedicato, definendolo uno dei più “virtuosi e saggi” figli di quella terra.

Colston fu un ricco mercante, membro del Parlamento inglese, attivo in diversi settori del commercio, tra cui la tratta degli schiavi. Filantropo, benefattore, costruì scuole, ospedali, ospizi e chiese, aiutando la sua città a cui lasciò la sua cospicua eredità.

Bristol, fino alla fine del Settecento, ebbe un ruolo chiave nel commercio del tabacco e  della schiavitù e si stima che Colston, tra il 1672 e il 1689, fece arrivare in America più di 80.000 donne, uomini e bambini africani.

Durante le manifestazioni antirazziste del movimento Black Lives Matter, sullo sfondo delle proteste avvenute in molti luoghi nel mondo a seguito dell’uccisione di George Floyd, la statua è stata abbattuta. Alla presenza di 10.000 persone, il bronzo è stato imbragato, trascinato giù, imbrattato e fatto rotolare fino alle acque del porto dove è stato gettato.

Banksy 2020

Vivo a Torino, la città più monumentata d’Italia, non c’è piazza o giardino che non abbia un monumento dedicato agli eroi del Risorgimento, ai membri di Casa Savoia, a soldati e generali, studiosi, pensatori e politici. Non si può dire che siano tutte “vere” opere d’arte, né che raffigurino reali icone storiche, ma come tali erano state pensate all’epoca. Sculture celebrative realizzate in onore o memoria nel corso di tutto il XIX secolo.

I monumenti raccontano la storia di una civiltà e di un luogo, proprio per questo sono disposti negli spazi pubblici e non nei musei. Dialogano con i cittadini che tutti i giorni ci passano accanto e con le stagioni che si susseguono. Aiutano a riflettere sulla storia e anche a ripensarla.

Cercando di andare oltre il dramma della situazione (soprattutto quello da cui tutto è tragicamente partito), non credo che negare il proprio passato rimuovendo i simboli che lo rappresentano sia la soluzione. C’è ovunque una statua da abbattere, quante ne rimarrebbero in piedi?

Cosa potrebbe accadere a tanta della nostra arte se un giorno la religione cattolica fosse in minoranza o se andassimo a verificare il comportamento di tanti artisti o la nobiltà d’animo di tanti personaggi raffigurati?

Banksy 2020

Capisco l’atto liberatorio e simbolico di abbattere la statua di Colston, un gesto corale di rabbia che porta in sé molte ragioni, ma forse sarebbe meglio salvare l’arte e cercare di ricollocare, contestualizzare e spiegare le opere che oggi viviamo come desuete.

Distruggere rabbiosamente un simbolo è un’azione catartica ma non definitiva; si oscura l’immagine, il problema rimane.

E proprio dalla contemporaneità arriva una soluzione, proprio da uno degli artisti più interessanti e discussi del nuovo secolo, proprio da uno che a Bristol ci è nato ed è abituato a riflettere sul mondo, sulla politica, sul nostro tempo senza alcun timore di esprimere il proprio pensiero. Un artista dissacrante che usa la città e i muri per raccontare le sue storie.

Bansky su Instagram pubblica l’idea di un progetto che raffigura la statua di Coltson trascinata giù dalla gente e propone: “Lo tiriamo fuori dall’acqua, lo rimettiamo sul piedistallo, gli mettiamo un cavo attorno al collo e facciamo fare alcune statue di bronzo a grandezza naturale di manifestanti nell’atto di tirarlo giù. Tutti contenti. Un giorno straordinario commemorato”.

La pillola del giorno è… non servivano le foglie di fico per coprire le nudità giudicate peccaminose negli affreschi di Masaccio e non cancella il male distruggere il bello che la storia ci ha lasciato. A ogni epoca la sua arte, ad ogni arte la sua libertà.

Chiara Massimello
Chiara Massimello
L’arte è un elemento fondante della mia personalità, del mio lavoro, delle mie giornate. Sono storica dell’arte e dal 2013 lavoro come consulente per Christie’s. Ho curato e curo mostre e progetti editoriali e da anni seguo come advisor clienti privati con cui condivido il piacere per un bel dipinto, una bella mostra, o l’acquisto di un’opera importante per la loro collezione. Vivo tra Torino e Londra e viaggio molto per il mio lavoro.
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