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Arti e mercati. Passioni diverse e intrecciate

Arti e mercati. Passioni diverse e intrecciate

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Caroline Patey
Caroline Patey

30 Agosto 2019
Tempo di lettura: 3 min
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“Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Questa osservazione di Oscar Wilde chiude il trailer del bel documentario Hbo “The price of everything”. Arti e mercati vi sono indagati nel loro indissolubile intreccio con storie e vite diverse, da quella del super collezionista scampato alla Shoah Stefan Edlis a George Condo, passando per il sardonico Jeff Koons

E’ l’intensità degli sguardi a colpire maggiormente lo spettatore del bel documentario di Nathaniel Kahn, The Price of Everything, uscito nel 2018 in circuiti troppo discreti e poco italiani, nonostante si addentri, con passo vivacissimo, nel tema rovente del valore dell’arte e, giustappunto del suo prezzo: ‘Great art. Mad money. No Rules’ recita, un po’ ammicante, il claim del DVD. Gli sguardi, quindi, come è giusto in un film che conduce da un’opera visiva all’altra e racconta la storia di occhi rivolti all’arte – oggetto misterioso – attraverso i suoi attori principali: creatori, in primo luogo, mediatori e mercanti poi, siano galleristi e figure di spicco delle case d’aste, e infine, chi acquista, collezionisti piccoli e grandissimi, senza dimenticare la voce dei critici, un po’ soffocata a dire il vero dal vortice finanziario e dalle individualità dirompenti di quel mondo.

Al ritmo incalzante delle settimane che precedono la grande asta  newyorchese della collezione Steven and Ann Ames (Sotheby’s novembre 2016), la camera da presa cattura febbre e luci negli occhi di tutti. Acceso e ridente lo sguardo di Amy Cappellazzo, executive vice president a Sotheby’s New York, visibilmente elettrizzata dalla bellezza dei dipinti in asta, certo, ma anche dalla caccia al deal milionario che spessissimo ottiene, forte del suo gusto e del suo fiuto. Intensi ed espressivi, gli occhi del ‘super-collezionista’ Stefan Edlis inseguono con ironia e amore i capolavori di casa sua, accarezzano i suoi tanti Andy Warhol, sorridono di fronte al Rabbit (1986) di Jeff Koons per farsi più profondi con Jasper Johns.

Nei modi amabili di Edlis, si coglie anche la difficile saggezza di chi è stato risparmiato – per poco – dalla Shoah prima di reinventarsi una vita statunitense di magnate della chimica e amante dell’arte contemporanea. Agile e curioso, il film porta ora dagli artisti. Nello studio immenso di Jeff Koons, tutto è in ordine, collaboratori e colori, per copiare in serie capolavori antichi sui quali verrà posta la sua firma, la piccolo sfera azzurra nella quale si riflette l’occhio dello spettatore, fulcro di recenti opere battute per due milioni e mezzo di dollari…..

Ciò che lega il bello al denaro è misterioso
BY Caroline Patey

Da George Condo, squadra Sotheby’s e quotazioni stellari anch’egli, l’atelier è luminoso, l’artista, gentilissimo, è al lavoro e aleggia l’aura della  pittura meno ovattata di Jean-Michel Basquiat. Servono tante miglia per giungere nel Nordest rude e solitario dove vive e lavora Larry Poons, negli anni Sessanta compagno di fama e di ‘valore’ di Jackson Pollock e Wilhelm De Kooning, e scomparso un giorno, senza apparente ragione, dai riflettori del mercato.

Nell’affascinante casa trasandata della sua remota e nevosa Nuova Inghilterra, Poons esplora da anni le possibilità cromatiche e materiche dei pigmenti su tele spesso monumentali: risale a pochi mesi il suo ritorno nelle gallerie di Manhattan (Yares Art). Lo si vede mescolare i colori, su note di Anton von Webern, e la sua tavolozza è un vortice di pigmenti dove s’intravvedono la furia della ricerca e la traccia del gesto; del pennello e della mano.

Quant’è diverso Poons da Koons, al di là dell’assonanza! E quanti contrasti nell’agitato pianeta dell’arte contemporanea: arte-brand di lusso, ‘lobby art’ o ‘Vuitton art’, sulle orme di un certo Koons, oppure oggetto estetico il cui prezzo sta proprio nel non averne, come dice Alexander Nemerov, studioso e professore d’arte a Stanford? Arte da collezioni private, invisibile ai più, o arte da museo, di tutti, e cioè, a sentire Amy Cappellazzo, da cimitero? Vendere, o creare? Vendere e creare? Che senso avrà mai un’ opera che non va sul mercato?

Sono domande senza risposta, o perlomeno senza risposte manichee: i principi rigidi, finanziari o artistici che siano, non sono buoni strumenti di comprensione. Lo sa bene il regista, lo sanno tutti gli attori di questa nuova commedia dell’arte: ciò che lega il bello al denaro è misterioso. E se talvolta il confronto è brutale e cinico, il film mostra anche alcune passerelle tra i due mondi, incontri imprevedibili, ironici e, ogni tanto, persino felici. Se, di fronte a un suo quadro dal prezzo sterminato Gerhart Richter sussura ‘Non sembra corretto che costi più di un appartamento’, si destabilizza in qualche maniera il sodalizio tra arti e mercati.

Quando, nel 2015, 42 opere della collezione Edlis/Neeson vengono donate all’Art Institute di Chicago, ecco dissolversi, per un momento, la guerra tra pubblico e privato. E rallegra la gioia di Stefan Edlis di fronte alla perfetta copia della Liz#3 (1963) di Warhol che sostituisce a casa sua l’originale, ora donato al museo. Un bel modo malizioso per giocare con il mantra dell’autenticità e suggerire che anche i falsi hanno un prezzo!

Caroline Patey
Caroline Patey
Partner di FINER Finance Explorer. Ha studiato letteratura inglese e comparata all’Università di Sorbonne Paris III, University College, Dublin, e all’Università degli Studi, Milano, dove fino al 2018 è stata professore ordinario di Letteratura inglese. La sua attività di ricerca si è concentrata su temi e autori del Rinascimento e del Modernismo, con particolare attenzione ai rapporti tra arte e letteratura. Collabora a diverse riviste e, con Alessandra Marzola, dirige la collezione ‘Prismi. Classici nel tempo’ (Milano, Mimesis). Da gennaio a maggio 2020, sarà Adjunct Professor a Bard College, Berlino.
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