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Arte e percezione del valore, gli effetti sul patrimonio

08 Novembre 2019 · Teresa Scarale · 7 min

  • “Il cambio da Obama a Trump ha comportato uno spostamento nelle valutazioni d’arte per centinaia di migliaia di dollari”

  • La percezione dell’arte è cambiata negli ultimi anni: il suo riconoscimento come asset è avvenuto solo recentemente. Si è passati dal puro apprezzamento qualitativo delle opere a quello quantitativo

  • Oggi l’arte è un asset a tutti gli effetti, con finalità assicurative e di bilancio. Anche per questo è fondamentale sapere quanti soldi vale una collezione

  • La valutazione dell’arte è complessa e affascinante. L’arte è il pensiero laterale, lo strumento per dire quello che non si ha il coraggio di dire, il sapere che ci arricchisce. Lo strumento, spesso l’unico, a disposizione delle minoranze

I 24 milioni di Cimabue? Pochi. Quanto vale l’arte come espressione di lotta per le minoranze di genere e cultura? Reputarla un “asset” ne inficia il valore estetico? Rispondendo a queste domande, la tavola rotonda tenuta da Open Care ai Frigoriferi Milanesi, ne ha fatte sorgere altre. Perché il valore del patrimonio d’arte, per crescere, ha bisogno di stare al passo coi tempi

“In questo momento di bassi tassi l’arte presenta molta liquidità. E’ quindi un buon momento per entrarvi”. Addirittura, “per alcuni, i 24 milioni di Cimabue sono stati fin troppo pochi”. Può sembrare una provocazione quella che la giornalista del Sole 24 Ore Marilena Pirrelli, esperta di economia dell’arte, ha riportato nella moderazione della tavola rotonda di Open Care “La valutazione dei patrimoni artistici e degli archivi privati e istituzionali: prospettive a confronto” presso i Frigoriferi Milanesi il 7 novembre 2019.

In realtà, il commento relativo alla presunta “esiguità” dei 24 milioni di euro lordi incassati lo scorso ottobre 2019 dal maestro di Giotto, fa ben capire quanta parte abbia la percezione nel determinare il valore del patrimonio d’arte. Come nel “salto” avutosi nell’avvicendamento fra Obama e Trump alla presidenza Usa.

Obama, Trump e il loro effetto sul valore dell’arte

“Il cambio da Obama a Trump ha comportato uno spostamento nelle valutazioni [d’arte] per centinaia di migliaia di dollari”. E’ quanto rivela il direttore della Fondazione Fausto Melotti e membro dello staff di Open Care Art Advisory, Edoardo Gnemmi. “Non è certo un caso che Basquiat abbia raggiunto i 110,5 milioni di dollari proprio nel 2017″, anno di insediamento di Donald Trump. Così come non dovrebbe sorprendere che “Past Times di Kerry James Marshall abbia totalizzato 21 milioni di dollari, da una valutazione iniziale di 8.000.000, nel maggio 2018″, dai 2 stimati inizialmente, continua Gnemmi. Entrambi, sono artisti afroamericani. Deceduto l’uno, vivente l’altro. Icone pop di una fetta sociale non certo trumpiana.

Jean-Michel Basquiat, Untitled 1982
Jean-Michel Basquiat, Untitled 1982. 110,5 milioni di dollari da Sotheby's nel 2017. Courtesy Sotheby's

L’influsso della politica (suo malgrado) sul valore dell’arte

In generale, l’arte “contro”, quella prodotta dalle minoranze culturali e di genere ha subito un’impennata di valore da quando il presidente Usa è Donald Trump. Per fare un altro esempio: Njideka Akunyli Crosby, artista donna afroamericana, ha incassato nel 2017 da Sotheby’s 3.375.000 dollari con Bush Babies. La stima di partenza era di 600.000-800.000 dollari.

Di contro, “la nuova legislazione fiscale Usa sui capital gains sta penalizzando fortemente il mercato dell’arte. Si prevede che le aste delle prossime settimane a New York incasseranno il 40% in meno. Solo cinque opere hanno avuto una stima di partenza superiore ai 20 milioni di dollari”, conclude Gnemmi. “C’è di buono in questa analisi che l’arte femminile e l’arte afroamericana stanno godendo di grande riscontro in questo frangente”, aggiunge Marilena Pirrelli. Il che è “paradossale ma positivo”.

David Hockney, Sur la Terrasse (1971). All'asta da Christie's New York a metà novembre 2019. E' una delle sole cinque opere che hanno quest'anno superato i 20 milioni di dollari nella valutazione iniziale (25 millioni / 45 millioni). Courtesy of Christie's

L’arte come asset: una novità degli ultimi anni

Filo conduttore di tutta la tavola rotonda è stata l’evoluzione percettiva dell’arte in quanto patrimonio. “La percezione dell’arte è cambiata negli ultimi anni: il suo riconoscimento come asset è avvenuto solo recentemente. Si è passati dal puro apprezzamento qualitativo delle opere a quello quantitativo”. E’ molto chiaro sul punto Lorenzo Bruschi, Mrics (ovvero, professionista europeo certificato dal Royal Institution of Chartered Surveyors di Londra) responsabile scientifico per l’Italia di Open Care Art Advisory. “La sensibilità del mercato domanda sempre maggior chiarezza al riguardo. In Italia gli esperti, i periti delle camere di commercio, degli enti, dei tribunali spesso non sono iscritti ad albi professionali”, difettando per questo di indipendenza ed autorevolezza.

Arte come patrimonio: un cambiamento culturale

Prosegue Bruschi “gli interlocutori sono cambiati. I nuovi interlocutori parlano con avvocati, family office, commercialisti. Venti, trent’anni fa, c’erano solo grandi famiglie che volevano conoscere il valore del proprio patrimonio d’arte. Oggi, si tratta di asset a tutti gli effetti, con finalità assicurative e di bilancio. Anche per questo è fondamentale sapere quanti soldi vale una collezione d’arte. Il sistema contemporaneo dell’arte offre l’opportunità di acquistare opere in molte fiere (Basilea, Parigi, Londra, New York…). E’ essenziale quindi pagare il giusto prezzo, avvalersi di professionisti realmente competenti, non commettere errori. Spesso poi la storia di un patrimonio d’arte si sposa con la storia imprenditoriale e familiare del suo proprietario. Le collezioni e gli archivi corporate sono masse che vanno valutate e valorizzate, messe a bilancio, come illustrato anche da Laura Feliciotti, responsabile del patrimonio artistico di Intesa Sanpaolo e da Marina Borromeo Arese, Archivio Borromeo, Isole Borromee.

Njideka Akunyli Crosby, Bush Babies. Courtesy Sotheby's

Arte e valore del patrimonio in Italia, ombre e luci

Il mercato dell’arte italiana è tradizionalmente purtroppo un mercato poco trasparente. Mancano, accanto agli operatori diretti di mercato, società indipendenti strutturate e accreditate, come è invece nei paesi anglosassoni. Una soluzione sarebbe quella di adottare linee comuni e standard internazionali per la valutazione, in modo da superare o attenuare le problematiche di asimmetria informativa. Open Care si avvale in particolare degli standard Rics – Royal Institution of Chartered Surveyors.

Roeland Kollewijn, Mrics, responsabile scientifico internazionale Open Care Art Advisory si rivolge invece all’importanza del mercato italiano in termini di flussi, simili a quelli internazionali. L’unica cosa importante è saper valutare, ribadisce l’esperto. “Se non lo sai valutare, non lo sai gestire. La necessità è questa ed è la stessa tanto in Italia che all’estero. Negli anni ’80, tutti vendevano tutto. Oggi, c’è più specializzazione, è aumentato il numero di attori nel sistema. Vi sono grandi esigenze di profittabilità, le stime devono essere più trasparenti, verificabili. Comportarsi eticamente è fondamentale e  non scontato. Il protocollo Rics non dà metodi di valutazione ma standard di qualità”.

Il dipinto di Kerry James Marshall che Puff Daddy ha pagato 21,1 milioni di dollari
Kerry James Marshall, Past Times. Courtesy Sotheby's

Arte e patrimonio: la dinamicità è ricchezza

L’arte è un sistema, non è un mercato. Il mercato è un di cui del sistema, come sottolinea la Pirrelli nella sua conclusione. “A chi teme la circolazione dell’arte possa creare disvalore: far circolare l’arte crea sempre e comunque valore. L’arte è un bene collettivo, un bene identitario. Più si muove, più è vissuto, più accresce il suo valore economico. La valutazione dell’arte è complessa e affascinante. L’arte è il pensiero laterale, lo strumento per dire quello che non si ha il coraggio di dire, il sapere che ci arricchisce. Lo strumento, spesso l’unico, a disposizione delle minoranze”.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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