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Arte in pezzi: quando l'investimento è collettivo

Arte in pezzi: quando l'investimento è collettivo

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Teresa Scarale
Teresa Scarale, Alessandro Montinari

16 Novembre 2018
Tempo di lettura: 3 min
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  • Quale può essere il valore di acquistare un’opera non nella sua interezza

  • Gli esiti dell’acquisto e il trattamento fiscale dei proventi

  • Come può essere classificato questo prodotto di investimento e a chi interessa

È per amore dei nuovi collezionisti, magari Millennials, che “l’arte in pezzi” sta facendosi strada. Ne è convinto l’avvocato tributarista Alessandro Montinari, che ha raccontato a We Wealth gli aspetti dell’art sharing

L’intervista

Cosa sono gli acquisti di arte pro-quota? Vengono praticati?

Gli investimenti collettivi in arte rappresentano una forma di impiego del capitale in grado di suscitare curiosità e un pizzico di fascino. Il tema è attuale visto il recente caso di “Habemus Hominem”, l’opera dell’artista Jago del valore di Euro 205.000 messa in vendita per quote in occasione dell’ultima edizione di Paratissima a Torino (chiusa il 4 novembre 2018) e tutt’ora in vendita on line[1].

Habemus Hominem – Il papa è nudo. From Benedetto XVI to Ratzinger Spoliazione 2009 / 2016 – Marmo statuario

Perché l’arte in pezzi, se mi è concessa l’espressione?

Questa forma di acquisto pro-quota ha lo scopo dichiarato di rendere più accessibile l’arte e migliorare l’aspettativa del rendimento senza tralasciare il ruolo dell’artista.

Il valore del bene stabilito dall’artista è infatti diviso in quote a cui è attribuito un prezzo. Il singolo investitore ne può acquistare una o più parti e poi rimetterla in vendita su specifiche piattaforme online oppure attendere che l’intera opera sia venduta ed essere liquidato per la sua parte.

Arte a pezzi: chi meglio di Banksy? Fonte: Sotheby's

Come funziona questa procedura?

Le opere in vendita nel mercato primario, ovvero quando l’artista vende agli utenti per la prima volta, sono acquistabili per un determinato lasso temporale: 45 giorni, ad oggi. Questo vuol dire che se alla fine di quei 45 giorni non viene raggiunto il minimo di quote vendute che viene stabilito dall’artista, l’opera non viene venduta, e coloro che hanno acquistato quote di quell’opera vengono rimborsati. Se invece si supera la soglia minima, la vendita si perfeziona e l’opera entra a tutti gli effetti nel circuito di Feral Horses, la startup che ha concepito il modello, diventando di fatto commerciabile sul mercato secondario.

Se la vendita dell’opera è convalidata si provvede poi ad allocarla in musei o affittandola presso aziende, hotel e ristoranti. Tramite contratti di noleggio di 6/12 mesi, le opere vengono esposte in spazi sempre diversi, garantendo costante visibilità agli artisti e alle loro creazioni. Il profitto generato dalla locazione dell’opera viene poi distribuito agli investitori, in proporzione alla quantità di azioni possedute[2]. Questo è l’aspetto innovativo del modello proposto.

E poi, cosa succede?

L’investimento, fino alla vendita dell’opera, ha una durata di 5-10 anni al termine del quale l’opera è messa in vendita. Il capitale di ingresso può anche essere di soli 20 euro per quota, come per “Habemus Hominem”.

In che modo si tratta la questione dell’autenticità?

Rispetto all’autenticità delle opere, la startup collabora e interagisce direttamente con gli artisti, giovani e viventi, o con le gallerie, che garantiscono i certificati di autenticità delle opere stesse.

La startup ha dichiarato la vendita, nell’estate del 2017, di 17 opere di 9 artisti europei, in soli 60 giorni, e l’inaugurazione della prima galleria temporanea con l’esposizione delle suddette opere[3].

Quali rendimenti si può attendere un investitore?

Dal punto di vista del rendimento dell’investimento è praticamente impossibile fare delle previsioni viste le peculiarità del settore, almeno nella sua forma tradizionale. Ossia: basso numero di transazioni e arco temporale di medio-lungo termine, difficile liquidità. La parte di ritorno rappresentata dai canoni di affitto dell’opera invece è quantificabile e l’auspicata plusvalenza al momento della vendita non costituisce reddito imponibile.

Come può essere definito allora questo prodotto?

L’investimento collettivo in arte rappresenta dunque una forma di “investimento alternativo” agli asset classici. Si accosta all’idea di “investimento passionale” di cui l’arte è da sempre una delle massime espressioni ma non ha il “possesso” che normalmente motiva il collezionista.

Però manca un aspetto fondamentale, quello che fa felice il collezionista…

E allora tale assenza va vista come una ulteriore conferma dei tempi che cambiano. I Millennials non sono interessati ad acquistare per possedere, come facevano i nostri genitori. Sono molti i settori in cui la proprietà ha ceduto il passo all’utilizzo (immobili, barche, auto solo per citarne alcuni). E l’arte non fa eccezione. Può quindi parlarsi di un progetto di investimento per Millennials e di un nuovo concetto di collezionismo.

Note

[1] Sul portale degli advisor ADA e della startup che ha concepito il modello di vendita collettiva di opere d’arte, Feral horses. Fonte Plus 24 – Il Sole 24 ore del 10 novembre 2018, “Opera in comproprietà. Il mercato si allarga” di Roberta Capozucca.

[2] Fonte Art tribune del 12 marzo 2018, “Feral Horses, la start up che scompone in azioni le opere d’arte e apre il mercato ai millennials”, di Elisabetta Scollo.

[3] Fonte Art tribune del 12 marzo 2018, “Feral Horses, la start up che scompone in azioni le opere d’arte e apre il mercato ai millennials”, di Elisabetta Scollo

L'avvocato tributarista Alessandro Montinari
Teresa Scarale
Teresa Scarale , Alessandro Montinari
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