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Amarsi e rinascere, un vaccino per l’arte. Cosa sarà nel mercato dopo il "terremoto"

Amarsi e rinascere, un vaccino per l’arte. Cosa sarà nel mercato dopo il "terremoto"

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

10 Aprile 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Come potrà rinascere il mercato dell’arte? Nel decennio post crisi dei mutui (2008) il mercato globale dell’arte è diventato multipolare grazie all’ascesa dei nuovi ricchi d’Asia. Questa crescente diversity del settore ha garantito finora una sorta di protezione a livello di crescita consolidata, anche in caso di contrazione degli scambi. L’analisi numerica è dell’economista dell’arte Claire McAndrews

The Art Market, bibbia dei mercati dell’arte (pubblicata da Art Basel e Ubs), riporta che nel 2019 le vendite globali di arte (64,1 miliardi di dollari) sono calate del 5%. Un declino che lo scorso anno ha interessato tutti e tre i principali centri internazionali di scambio delle opere d’arte: Usa, Cina, Gran Bretagna. Solo la Francia ha messo a segno un incremento, del 7% (dato che subito ha fatto dire ad alcuni osservatori che Parigi potrebbe scalzare Londra nel mercato dell’arte dopo la Brexit).

Secondo Art Economics, studio di consulenza dell’economista dell’arte Clare McAndrews (autrice del report), gli operatori a fine 2019 erano comunque positivi, sperando in un deciso rialzo nel 2020. Poi, è arrivato il conoravirus. E l’armonico saliscendi dei movimenti di mercato si è tradotto in blocco totale, congelando quel meccanismo di “autoprotezione” che esso stava sviluppando. Di che si tratta?

Nel decennio post crisi dei mutui (2008) il mercato globale dell’arte è diventato multipolare grazie all’ascesa dei nuovi ricchi d’Asia. Questa crescente diversity del settore ha garantito finora una sorta di protezione a livello di crescita consolidata, anche in caso di contrazione degli scambi. Per esempio nel 2010, a soli due anni dalla crisi, il mercato internazionale dell’arte visse un rilancio grazie alla crescente domanda cinese. Oggi, la crisi è sistemica, è simmetrica: “siamo tutti nella stessa barca”, per dirla come Marina Abramovic.

La cancellazione di fiere, eventi, mostre di successo (si pensi all’interruzione della mostra di Andy Warhol alla Tate di Londra) ha messo in moto un effetto domino senza precedenti. Il report The Art Market stima che in media il 15% delle vendite viene fatto prima delle fiere, il 64% durante e il 21% dopo, come diretto risultato della riuscita dell’evento. “Se fosse successo nel 2017 [anno record grazie alla vendita del Salvator Mundi, ndr] per esempio”, dice la McAndrews, non sarebbe stato tanto grave. Ma la crisi adesso giunge pervasiva dopo un anno sostanzialmente piatto. La gente non ha certo voglia di “spese culturali” quando deve pensare alla sicurezza, alla salute, alla propria attività economica. Sempre secondo i dati del report, esistono oggi (2019) sul pianeta 310,810 imprese legate all’arte e alle antichità, le quali impiegano circa tre milioni di lavoratori.

In un mondo che – almeno temporaneamente – non può più definirsi globale a causa delle interruzioni delle vie di comunicazione fisiche, si fa strada il locale. Qualcuno diceva glocal. Timidi segnali sono arrivati dal mercato locale statunitense durante l’ultimo The Armory Show a New York, tenutosi nel primo fine settimana di marzo. Certo, la città non era ancora in quarantena. Ma segnali positivi sono arrivati anche dal mercato locale indonesiano. C’è un fatto: nei mesi immediatamente precedenti all’esplosione del virus, era già alto il dibattito sulla sostenibilità del mondo dell’arte, considerato colpevole di innalzare il livello delle emissioni globali di carbonio a causa per dire dei frequenti spostamenti aerei degli operatori e delle merci. A ciò si aggiunge la questione (per il momento dimenticata) delle tariffe commerciali. Tutto ciò ha reso più appetibile per molti il mercato locale dell’arte.

E il digitale, non salverà il mercato dell’arte? L’analisi della McAndrews si stacca decisamente dalla vulgata contemporanea. Il suo report rivela che il 92% dei collezionisti millennial hnwi (quelli con un patrimonio personale netto superiore al milione di dollari e che hanno speso almeno 10.000 dollari in arte nei due anni precedenti) nel 2019 ha comprato arte online. Il 36% di loro ha speso più di 50.000 dollari, il 9% più di un milione. “Ma si tratta di un esiguo microcosmo relativamente a quello che sta accadendo”, ammonisce l’economista, “non rappresentativo su larga scala. […] E in ogni caso non credo che le stanze di visita virtuali sostituiranno il mercato reale”. C’è poi la questione dell’efficienza delle piattaforme. Durante l’anteprima online di Art Basel, il sito è andato giù per 25 minuti. Un po’ troppo, per la fiera leader al mondo. O magari, un segno del suo successo. Di certo le autostrade digitali dovranno essere in grado di sostenere il traffico generato da nuovi modelli di consumo, anche nel mercato dell’arte post emergenza.

L’autrice di The Art Market però non è pessimista, anzi. Dice che il virus è solo un elemento di disturbo che distoglie le persone dal comprare arte. Ma poiché non influisce sull’apprezzamento e sul gusto dell’arte in sé, è probabile che il suo effetto “sparirà presto, così come è stato per la crisi del 2008”. Intanto, il disneyano KAWS rilascia app artistiche per la quarantena, con tanto di “free trial”. L’artistar David Hockney, contrariato per le cancellazioni di fiere ed eventi, ricorda invece al mondo che “non potranno annullare la primavera”. Chissà se la primavera di quest’anno resterà una favola o diventerà prima o poi realtà.

Arina Voronova, Act of Love
Teresa Scarale
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