PREVIOUS ARTICLENEXT ARTICLE

Filatelia e passione, una storia lunga oltre una vita

Filatelia e passione, una storia lunga oltre una vita

Salva
Salva
Condividi
Alex Ricchebuono
Alex Ricchebuono

10 Luglio 2020
Tempo di lettura: 10 min
Tempo di lettura: 10 min
Salva

Quando si parla di francobolli e filatelia non ci si può dimenticare che dietro questi piccoli pezzettini di carta colorata si cela una storia ricca di passione, lunga e avventurosa…

Quando si parla di francobolli non ci si può dimenticare che dietro questi piccoli pezzettini di carta colorata si cela la lunga ed avventurosa storia delle spedizioni postali, l’unico mezzo di comunicazione in remoto per moltissimi secoli.

Oggi con internet e le piattaforme di comunicazione online, pare anacronistico addirittura pensare di mandare una lettera d’amore o un messaggio privato, eppure fino a poco tempo fa era l’unico mezzo di interrelazione tra le persone a distanza. Quando poi alla fine del’800 la scrittura si allargò a strati sempre più ampi di popolazione, un oceano di lettere viaggiarono ai 4 lati del pianeta e nacquero ufficialmente i francobolli. Ma andiamo per gradi. Chi ebbe l’intuizione di far viaggiare missive da una città ad un’altra? Non c’è da stupirsi se la parola “Posta” derivi da “Apostolis”, cioè messaggero della parola di Dio, proprio come la Curia Romana fu per le sue parrocchie sparse ovunque nel mondo per secoli.

La Chiesa dunque diede un fortissimo impulso a questo modo organizzato di trasferire informazioni a distanza. Se cerchiamo nei libri di storia, il termine posta, appare per la prima volta nei Capitolari di Carlo Magno dell’VIII Secolo d.C., e poi nel terzo libro delle leggi dei Longobardi. Sta di fatto che la Chiesa aveva tra le sue fila, messaggeri che permettevano ai prelati di comunicare con ogni parte del mondo, fin dai tempi più remoti. Le più importanti Abbazie ed i conventi avevano un servizio postale proprio, con messi a cavallo, o si servivano di frati viaggiatori per recapitare le loro lettere.

In poco tempo anche alcune tra le principali famiglie nobili dell’epoca iniziarono a servirsi dei frati questuanti per l’inoltro delle proprie missive. Sebbene in quel periodo pochissime persone sapessero leggere e scrivere e viaggiare fosse assai rischioso, l’esigenza di comunicare si fece sempre più impellente. A partire dal XIII secolo si aprirono le cosiddette Poste Universitarie e le Poste dei Mercanti. Poco dopo sempre su impulso della Chiesa Romana, alcuni ambasciatori chiesero di poter ricevere la corrispondenza diplomatica mediante propri corrieri, dando così il via all’istituzione degli Uffici Postali Nazionali. Il primo fu istituito in Spagna nel 1499, su autorizzazione di Papa Alessandro VI, subito seguito da quelli di Napoli e di Milano. Le Poste a Roma e a Firenze furono invece aperte nel 1536 da Paolo III.

Ci vollero diversi secoli e l’uscita dal periodo medievale affinché fiorissero i commerci su larga scala e conseguentemente si affermasse la borghesia.  Tutto ciò aumentò vertiginosamente il bisogno di comunicazione a distanza. Per molto tempo si negoziava col postino la tariffa di spedizione applicando un bollo con l’inchiostro sul retro della busta, creando non poca confusione ed una selva di prezzi e forzature che ne fecero stentare il decollo su larga scala. Ma fu grazie all’intuizione di un educatore Inglese di nome Rowland Hill che le cose cambiarono radicalmente. Per ovviare infatti all’annoso problema delle costose tariffe postali, suggerì di far pagare tramite un’affrancatura anticipata, un prezzo uniforme in base al peso della missiva, valida per tutte le destinazioni.

Per evitare truffe o malversazioni, Hill propose di utilizzare un pezzo di carta grande abbastanza da contenere un bollo ricoperto sul retro da una cera vischiosa, che il mittente poteva appiccicare al retro della lettera. Il bollo, cioè l’impronta postale indicante la tassa pagata, era così utilizzato non solo per affrancare, ma anche come sigillo al posto della ceralacca usata fino ad allora. Quest’idea ancora un po’ vaga di francobollo, venne nei mesi seguenti perfezionata e il 1 maggio 1840 si attuò la riforma postale che prevedeva due diverse soluzioni: una erano i cosiddetti interi postali, cioè buste e fogli da lettera già affrancati e pronti per l’uso; l’altra era rappresentata da un’etichetta gommata, che poteva essere incollata facilmente su qualsiasi lettera, giornale o pacchetto da inoltrare per posta con valori crescenti in funzione del peso e della distanza di spedizione.

Non ci volle molto perchè il successo della riforma inglese varcasse i confini del Regno Unito e nel 1843 raggiungesse i cantoni Svizzeri di Zurigo e di Ginevra e poi via via tutti gli altri Paesi Europei fino ad arrivare oltre oceano. Un grosso problema restava però insoluto: il traffico postale con l’estero. La soluzione venne trovata nel 1874 con la creazione dell’Unione Generale delle Poste; in pratica una convenzione unica firmata da 21 nazioni di Europa, Africa e continente Americano, i quali formavano un territorio cogestito per il traffico postale, consentendo così di fissare regole e tariffe uniformi per tutti i paesi aderenti. Anche in questo caso il successo fu immediato ed il numero degli Stati che chiesero di aderirvi fu tale che già nel 1878 si decise di adottare una nuova denominazione: Unione Postale Universale. Nel 1870 esplose anche la rivoluzione della cartolina, un nuovo mezzo di comunicazione che, in cambio di una tariffa ridotta, spesso era prestampata e non richiedeva altro che di essere spedita.

Nel 900 furono introdotte anche le cartoline illustrate che ebbero un notevole successo grazie anche al diffondersi della stampa a colori. Visto questo sviluppo esponenziale, non c’è da stupirsi se dopo qualche anno un quotidiano inglese dell’epoca iniziò a pubblicare annunci di ricerca ed acquisto di francobolli. Nacque la curiosità ed il gusto della catalogazione di quei quadratini di carta, e sempre più persone vollero averne una propria esclusiva selezione a casa propria. Nacque così la filatelia. L’ampiezza mondiale e la solidità duratura del fenomeno collezionistico e commerciale, determinò nell’opinione pubblica la convinzione che i francobolli fossero come soldi contanti, opinione che iniziò a vacillare solo alla fine degli anni ’60 del Novecento.

Si riteneva addirittura che l’investimento in francobolli mettesse al riparo dall’inflazione viste le tragiche conseguenze del primo conflitto mondiale e la nascita della Repubblica di Weimar. È innegabile che alcuni collezionisti, commercianti ed investitori, che concentrarono l’attenzione sui materiali più rari e antichi, abbiano ottenuto nel tempo notevoli risultati economici. Il fenomeno del collezionismo filatelico ha conosciuto, dalla fine dell’Ottocento e fino agli anni ’60 del Novecento, un successo così capillare che in questi sessanta anni il termine collezionista era utilizzato come sinonimo di appassionato di francobolli. In alcuni momenti questi pezzettini di carta colorata sono arrivati a valere delle fortune con prezzi superiori a centinaia di migliaia di Euro per quelli più rari.

Perfino l’ex Managing Director di Pimco e Janus Capital, Bill Gross, si è fatto coinvolgere da questa passione e si dice abbia speso decine di milioni di dollari per mettere insieme la più sterminata collezione del pianeta. Il modo di collezionare si è continuamente evoluto, dalla semplice raccolta dei materiali, alla collezione sistematica e poi cronologica. Putroppo però la frenetica società contemporanea non si adatta più ad un passatempo riflessivo, culturale e di ricerca, come la filatelia. Ciò nonostante, ancora oggi, sebbene non costituisca più un fenomeno di massa ed avendo perso milioni di appassionati, il collezionismo filatelico e storico postale è ancora quello più diffuso al mondo. Mi sono chiesto spesso il perché di questo grande successo, ed i motivi di una longevità che sfida i grandi sconvolgimenti sociali che sono intervenuti, e la stessa bassa utilizzazione dei francobolli nelle spedizioni, ormai sostituiti funzionalmente da label prestampati da macchinette affrancatrici.

Da un punto di vista psicologico collezionare significa conservare oggetti che per noi hanno un valore, un significato, capaci di rappresentare un ottimo ansiolitico, così come un bambolotto tra le braccia di un bambino. E chi è collezionista questo lo sa molto benissimo. A volte, però, collezionare rischia di deviare in una patologia, un’ossessione che poi diventa difficile da estirpare. Capita che si investano risorse economiche importanti, e l’hobby diventi sempre più costoso, a volte a discapito perfino di esigenze primarie. In termini scientifici questa ossessione si chiama disposofobia. Alla base della mania di riempire la casa di oggetti a volte c’è il desiderio di colmare un vuoto psicologico, in seguito ad un grosso trauma. Freud, che era un grande collezionista di reperti antichi Greci e Romani ammise di aver letto più libri di antichità che di psicologia. Secondo il padre della psicanalisi poi vi era un nesso tra collezionismo ed erotismo, definendo l’oggetto collezionato una sorta di feticcio erotico per ridurre lo stress.

Il 17 giugno 2014 Sotheby's batte il "One Cent Black Magenta" del 1856 per 9.480.000 di dollari. La storia: nel 1856 una società di giornali fu autorizzata a stampare dei francobolli d'emergenza, dal design semplice, firmato dal postmaster. Il francobollo riportava anche il motto latino della colonia: "Damus Petimus Que Vicissim", ossia "Diamo e rivogliamo indietro"

L’impatto economico e pure lo spazio che si occupa per stipare questi oggetti possono anch’essi diventare un problema. In tal caso si dovrebbero capire le reali motivazioni che spingono quella persona così lontano. E allora per provare a comprendere cosa frulla nella testa di un collezionista, non ci resta che concludere con un passo del libro di Kahil Gibran, Il Precursore: “Una volta un uomo trovò nel suo campo una statua di marmo di estrema bellezza.

La portò da un collezionista che amava tutte le cose belle, gliela offrì e questi la comprò a un prezzo molto alto. Poi si salutarono. Mentre tornava a casa con i soldi, l’uomo pensò tra sé: «Quanto vale questo denaro! Come si può dare così tanto per un pezzo di pietra scolpita, sepolta e dimenticata sotto terra per migliaia d’anni?». Il collezionista osservava invece la statua pensando: «Che meraviglia, che vita! Che sogno! È ancora fresca, dopo un dolce sonno di mille anni. Come si può rinunciare a tutto questo per del denaro, arido e inanimato?”. Ai collezionisti e non, l’ardua sentenza…

Alex Ricchebuono
Alex Ricchebuono
Alex ha oltre 24 anni di esperienza nel settore dell’Asset Management, vive e lavora tra Milano e Londra ed è Managing Director di New End Associate, piattaforma Inglese per la distribuzione di importanti gestori alternativi internazionali (. Ha ricoperto ruoli di responsabilità Europea in società di primaria importanza tra le quali : Credit Suisse, Janus Capital, American Express e Bnp Paribas. È stato tra i soci fondatori dell’Associazione Italiana del Private Banking e membro del primo consiglio di amministrazione. Insegna all’UPO, Storia ed evoluzione della Moneta. Ha inoltre condotto il documentario MoneyArt per RAI 5.
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

WeWealth esercita sugli articoli presenti sul Sito un controllo esclusivamente formale; pertanto, WeWealth non garantisce in alcun modo la loro veridicità e/o accuratezza, e non potrà in alcun modo essere ritenuta responsabile delle opinioni e/o dei contenuti espressi negli articoli dagli Autori e/o delle conseguenze che potrebbero derivare dall’osservare le indicazioni ivi rappresentate.
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU:Monete & Francobolli