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Il sesso degli angeli? No, delle macchine

Il sesso degli angeli? No, delle macchine

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Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli, Pier Angelo Roncaccioli

18 Aprile 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Celebre disputa all’inizio del secolo scorso tra Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti sul
sesso delle macchine. Per il poeta del Vittoriale non c’erano dubbi: “è femmina”

“L’automobile è femmina”. Così sentenziò Gabriele D’Annunzio, nel 1926, quando nel ringraziare il senatore Agnelli del dono di una Fiat 509 cabriolet, in una celebre lettera affermò che quel dono gli pareva “risolvere la questione del sesso già dibattuta”, poiché “l’Automobile”, con la A maiuscola, “ha la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice”.

Quella di “genere” fu una questione che tenne banco per vari anni anche in campo automobilistico, coinvolgendo linguisti e letterati (e non solo in Italia), a riprova dell’importanza attribuita da subito alla nuova invenzione.
Che l’opinione di D’Annunzio fosse quantomeno innovativa e anticonformista lo dimostra il fatto che il letterato rivoluzionario per eccellenza, Filippo Tommaso Marinetti, padre del futurismo, declinava invece senza esitazioni l’automobile al maschile, quale virile esempio
di forza e dinamicità.

Per Marinetti infatti l’automobile era assimilabile a un’opera d’arte, emblema del dinamismo e simbolo della modernità, sublime al punto da essere “più bello della Vittoria di Samotracia”, ma restando pur sempre un oggetto meccanico privo di anima. D’Annunzio le attribuiva invece una dimensione quasi umana, con uno spirito pulsante e organi analogicamente
accostati a strutture anatomiche. Egli ne era talmente affascinato da lodarne e renderne poetico ogni elemento: così “il cuore di metallo” era il motore, che emanava note musicali, tanto da dover essere talvolta “riaccordato” per poter nuovamente far ascoltare “il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono”, dal quale fuoriusciva il “battito del motore”, “il palpito energico ed esatto”.

Così raccontava una corsa in automobile: “Il furore gonfiò il petto dell’uomo chino sul volante della sua rossa macchina precipitosa, che correva l’antica strada romana con un rombo guerresco simile al rullo d’un vasto tamburo
metallico”. Tutto ciò in “Forse che sì forse che no”, romanzo del 1910 nel quale D’Annunzio, nell’ambito di una intensa e sventurata storia d’amore, esaltava la potenza della macchina e l’emozione della velocità.

Il suo interesse per l’automobile originò dalla eco universale che ebbe la vittoria dell’italianissima Itala al raid Pechino – Parigi del 1907. Lo stesso anno infatti il poeta acquistò la sua prima auto, una Florentia 35 Hp. Da lì la
passione non fece che crescere e alimentarsi. Nei giornali dell’epoca è considerato un automobilista spericolato, che sfreccia per strade polverose spaventando le genti “pedestri” e incappando in frequenti sanzioni per “velocità indebita”, da lui definite “nuovo flagello”.

Dopo il famoso ingresso a Fiume il 12 settembre 1919 sulla Fiat Tipo 4, la stessa ancora oggi esposta al Vittoriale, per D’Annunzio vi fu un incessante via vai di nuovi modelli: diverse Fiat, Lancia Trikappa, per la quale coniò il motto “parva igni scintilla meo”, altre Lancia (Lambda settima e ottava serie), la bresciana O.M., futura prima vincitrice della Mille Miglia, Isotta Fraschini – una 8A che per via della livrea bianca e gialla soprannominò “Papessa” ed una 8B cabriolet battezzata “Traù”, in onore della città
dalmata e che è tutt’oggi esposta al Vittoriale – oltre ad almeno tre Alfa Romeo.

Da questo marchio D’Annunzio, amante del rischio e delle imprese ardimentose, fu letteralmente conquistato grazie alle straordinarie gesta di Tazio Nuvolari, che ricevette infatti con grandi onori al Vittoriale. E proprio un’Alfa Romeo, una 6C 2300, è stata protagonista di un avvenimento che nel 2017 ha stupito il mondo degli appassionati di auto d’epoca, e non solo: quell’Alfa, denominata “Soffio di Satana”, primo proprietario “Comandante Gabriele D’Annunzio, Principe di Montenevoso” (come indicato nei documenti di circolazione), che si credeva per sempre perduta, è ricomparsa improvvisamente nei cataloghi di un’importante casa d’aste.

Presentata al Salone di Milano nel 1934, questa automobile fu costruita in soli tre o forse quattro esemplari, di cui uno acquistato dalla celebre soprano Gina Cigna, un altro commissionato da D’Annunzio e un terzo che fino al 2017 si riteneva fosse il solo sopravvissuto. Contrariamente a quello che viene spontaneo pensare, l’appellativo Soffio di Satana non fu opera di D’Annunzio ma del fondatore della carrozzeria Touring, Felice Bianchi Anderloni, che allestì questo modello di deciso piglio sportivo con una
delle prime carrozzerie aerodinamiche. L’auto, la cui vendita fu resa difficile proprio per la presenza del riferimento a Satana nella denominazione, aveva interni di gran lusso e carrozzeria inconsueta a quattro portiere senza montante centrale.

Quella acquistata da D’Annunzio e oggetto dell’asta venne dipinta, su sua precisa indicazione, con i colori da lui tanto amati, amaranto in primis, e
lo accompagnò negli ultimi anni della sua vita, nei suoi viaggi personali o come vettura di servizio. Dopo la sua morte, nel ‘46 la Fondazione del Vittoriale vendette l’auto ad una società che qualche anno più tardi la rivendette a una famiglia presso la quale per cinquant’anni è stata gelosamente conservata, evitando con cura ogni apparizione pubblica, fino a quando, nell’asta battuta nel 2017, l’auto è stata aggiudicata a un collezionista al telefono per la cifra di 430.000 euro.

A Gardone Riviera, al Vittoriale degli Italiani, la prestigiosa e inimitabile dimora di D’Annunzio dove tutto è stato da lui personalmente voluto e selezionato, resta possibile ammirare le già citate Fiat Tipo 4 e Isotta Fraschini 8B, nell’ambito di una sezione del percorso museale denominato
proprio “l’Automobile è femmina”. La Soffio di Satana mantiene invece il suo distacco, lontano dalla dimora del poeta, ancora oggi circondata da un’aura di leggenda e da un alone di mistero.

Anche se non tutte le auto storiche hanno un passato così intrigante, legato a proprietari unici ed iconici, che sicuramente amplifica anche il valore economico dell’investimento, di sicuro storie come questa contribuiscono ad accrescere il fascino e a incrementare il valore non solo delle auto che ne sono protagoniste, ma di tutto il mercato delle auto d’epoca.

Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli , Pier Angelo Roncaccioli
Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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