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Mistero Bugatti Type 23 Brescia, il tesoro in fondo al lago

Mistero Bugatti Type 23 Brescia, il tesoro in fondo al lago

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Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli

13 Novembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Una Type 23 Brescia fu ripescata il 12 luglio del 2009 dalle acque della riva di Ascona. La storia di questa vettura, aggiudicata in asta per 260mila euro da un museo californiano, rimane avvolta dal mistero. Come lo è quella di numerosi altri esemplari della casa fondata nel 1909 da Ettore Bugatti. Dalla sportiva sulla quale Isadora Duncan ebbe il fatale incidente alla Type 57 SC Atlantic progettata da Jean Bugatti, fino alla Royale del museo Schlumpf, rimasta a lungo orfana dell’elefantino. L’esemplare appartenuto al Re del Belgio, che aveva tra l’altro disputato il Gran Premio di Monaco del ‘34 e vinto il successivo GP del Belgio, è stato recentemente battuto per 9,5 milioni di sterline

Un’enorme gru domina sulla riva elvetica del Lago Maggiore, ad Ascona. È il 12 luglio del 2009 e fra pochi minuti rivedrà la luce, dopo più di 70 anni trascorsi nel buio e nella quiete del lago, una Bugatti Type 23. Brescia del 1925. Proprio il modello di Bugatti che per primo si impose sia nelle competizioni, dalle quali trasse la denominazione, sia nelle vendite, grazie ai contenuti tecnici. La presenza della Bugatti nelle acque del lago era nota da quarant’anni, allorché fu scovata per la prima volta da un subacqueo locale, a più di 50 metri di profondità, e da allora divenuta meta di numerosi sopralluoghi. Il recupero, che lasciò a bocca aperta una gran folla di spettatori, venne effettuato su iniziativa di un club locale di subacquei, che intendeva mettere all’asta il reperto per finanziare una fondazione contro la violenza giovanile.

Bugatti Type 23 Brescia
La Bugatti Type 23 Brescia del 1925 ripescata dalle acque del Lago Maggiore nel 2009

Il risultato fu più che soddisfacente: la vettura fu aggiudicata per la considerevole somma di 260mila euro, nonostante le precarie condizioni nelle quali versava. Mancavano infatti diverse componenti, compresa la parte di carrozzeria più esposta alle correnti, completamente scomparsa, ma era ancora possibile scorgere in altri punti l’originario bleu France. Il museo californiano che se la aggiudicherà deciderà comunque di conservarla nelle medesime condizioni del ritrovamento, salvo qualche intervento teso a stabilizzarne lo stato. Ma perché la Bugatti finì nel lago?

Due le leggende più accreditate: la prima, adottata dalla casa d’aste incaricata della vendita, vuole la vettura immatricolata a Nancy nel ‘25 e, dopo una serie di passaggi, finita nelle mani di un architetto zurighese che, nel momento dell’importazione in Svizzera nel ‘36, si vede richiedere un importo per dazi doganali ben superiore al valore della vettura, tanto da indurlo, per sottrarsi a tale onere, a lasciarla cadere nel lago.

La seconda, forse più suggestiva e preferita dal museo aggiudicatario, la ritiene oggetto di una vincita a poker, nel ’34, tra un pilota francese ed un playboy svizzero che, non essendo in grado di pagare i dazi dovuti, l’abbandona nel piazzale della dogana. Saranno poi i doganieri, secondo questa ricostruzione, a spingere l’auto nel lago, poiché le auto non in regola con i pagamenti devono essere soppresse.

Forse non si saprà mai la verità, ma la storia della Bugatti ci ha abituati a misteri ed enigmi di ogni sorta. Sono tuttora avvolte dal mistero, ad esempio, nonostante innumerevoli ricerche ed a distanza di quasi un secolo, le precise generalità della vettura sulla quale Isadora Duncan, precorritrice della danza moderna, ebbe a Nizza il fatale incidente, causato dall’impigliarsi della sua lunga sciarpa nei raggi delle ruote.

Se la maggior parte delle cronache concorda nel ritenere la vettura una Bugatti Type 35 o 37, si affacciano periodicamente altre fonti che affermano si trattasse di una Amilcar CGSS, vettura peraltro abbastanza somigliante. Non meno intrigante poi il mistero che circonda la cosiddetta “Voiture noire”, ossia la Bugatti Type 57 SC Atlantic progettata da Jean Bugatti, figlio del fondatore Ettore, prodotta in soli quattro esemplari. Si trattava di un’auto non paragonabile a nessun’altra, con una linea mozzafiato di foggia aeronautica e di gusto déco, personalizzata da una pinna rivettata che correva su tutta la lunghezza della carrozzeria in lega di magnesio.

Bugatti Type 23 Brescia
Ettore Bugatti

Una delle quattro, Jean la tenne per sé, conservandola gelosamente fino a quando, allo scoppio della guerra, fu caricata, insieme a gran parte dei beni di famiglia, su un treno per Bordeaux in partenza dall’Alsazia (dove la Bugatti aveva sede) a seguito dell’invasione tedesca. Ma a Bordeaux l’auto non giunse mai, facendo perdere per sempre le proprie tracce: a tutt’oggi si sprecano le teorie, ma l’argomento, visto l’enorme potenziale valore della vettura, rimane di grande attualità.

“Elefante perduto cerca Bugatti del Ventisette”, recita inoltre l’annuncio che Antonio Tabucchi nel racconto Rebus (da cui fu tratto l’omonimo film) immagina sia apparso su Le Figaro, così associando ancora una volta alla Bugatti richiami a mistero e ricerca.

E forse non a caso il racconto inizia proprio citando Proust, ad evocare quasi subliminalmente la Recherche per eccellenza. Al di fuori della finzione, l’elefantino danzante era davvero un’opera dello scultore Rembrandt Bugatti, fratello di Ettore, e fu scelta da quest’ultimo per ornare il radiatore della Royale, la Bugatti più lussuosa ed esclusiva che fu prodotta in soli in sei esemplari. E forse anche a causa di tutte le suggestioni che accompagnano il nome Bugatti, per anni ha tenuto banco l’arcano riguardante proprio l’elefantino mancante in una delle Royale del museo Schlumpf, la più grande collezione di Bugatti al mondo, alimentando la leggenda in base alla quale Fritz Schlumpf, nella sua fuga a seguito di bancarotta, avrebbe portato con sé la preziosa statuetta. Solo nel 2015 l’elefantino ricomparve, smentendo così ogni diceria, per essere poi venduto da un’importante casa d’asta per la rilevante somma di quasi 230mila euro.

E non si tratta certo di un caso, perché da sempre arte e Bugatti costituiscono un binomio inscindibile. Carlo, il padre di Ettore, era un celebre scultore e soprattutto notissimo ebanista che realizzava ricercati pezzi unici di ispirazione moresca, ancora oggi ambitissimi. Dai Bugatti a Milano, in Piazzale Baiamonti, erano di casa personaggi del calibro di Puccini, Ricordi, Leoncavallo, Segantini. Lo stesso Ettore si iscrisse all’Accademia di Brera, salvo poi rimanere folgorato dalla passione per i primi mezzi a motore, tanto da accettare un incarico da progettista in Germania, per giungere poi, dopo ulteriori esperienze, a fondare nel 1909 la casa che porta il suo nome.

Bugatti Type 23 Brescia

Ben presto le sue vetture si affermarono sui circuiti di tutto il mondo: le Bugatti erano piccole, leggere e con una meccanica d’avanguardia, ottennero più di duemila vittorie con i più famosi piloti dell’epoca, a cominciare dall’agosto del 1920, quando vinsero a Le Mans, per raggiungere prestigio internazionale con il trionfo del ‘21 al Gran premio delle Vetturette di Brescia, dove le Type 22 ottennero i primi quattro posti.

Con gli anni ‘30 il mito Bugatti si affermò in tutto il mondo, grazie soprattutto alla Type 35, definita l’auto sportiva per eccellenza, all’iconica Type 57 ed all’insuperabile Royale. Bugatti pretendeva sempre la perfezione, anche le parti meccaniche più nascoste dovevano essere esteticamente perfette; il guizzo artistico che le caratterizzava era inconfondibile, così come il simbolo che le contraddistingueva, il radiatore a ferro di cavallo. L’eleganza e la classe erano innegabili, tutto era teso all’appagamento del gusto e del senso estetico, con forme sempre più stupefacenti e colori inconsueti, senza troppa cura per i volumi di vendita ed il prezzo finale delle vetture, in linea con il motto del fondatore “Il bello non è mai troppo caro”.

Bugatti Type 23 Brescia

La ricerca della perfezione era tale da tendere quasi all’unicità di ogni singola vettura, con una visione un po’ aristocratica e snobistica, all’opposto dei concetti di produzione di massa. Fino alla seconda guerra mondiale, alla quale la “Marque”, come la chiamavano i francesi, non riuscì a sopravvivere, furono comunque prodotti quasi ottomila esemplari, molti dei quali appartenuti alle celebrità più in vista dell’epoca, dal famoso aviatore Roland Garros, cui è intitolato il noto torneo di tennis, all’autore de Il Piccolo Principe, anch’egli aviatore, Antoine Saint-Exupèry, fino al Re del Belgio, Leopoldo III.

L’esemplare appartenuto a quest’ultimo, una vera auto da corsa che aveva tra l’altro disputato il Gran Premio di Monaco del ‘34 e vinto il successivo GP del Belgio, è stato recentemente aggiudicato per ben 9,5 milioni di sterline, nella stessa asta in cui una 57S Atalante del ‘37 ha raggiunto i 7 milioni di sterline ed una Type 35 ha superato i 3 milioni.

Complici di questi exploit sono state senza dubbio l’originalità delle vetture, oltre che la loro esclusività. La loro quotazione dà comunque l’idea dei valori di prim’ordine spuntati oggi dalle Bugatti più ambite.

Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli
Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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