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Hippie on the road: tutti i mondi del furgoncino Volkswagen

Hippie on the road: tutti i mondi del furgoncino Volkswagen

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

02 Ottobre 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Bulli, Kombi, Samba, Westfalia, Panelvan: paese che vai, nome che trovi. Ma è sempre lui, il furgoncino Volkswagen. Tra il sogno del viaggio e la controcultura americana, passando per la Germania del dopo guerra, tutte le anime di un’icona intramontabile

Chi non ha mai almeno sognato di fare un viaggio on-the-road? Dalle coste basche fino su a capo nord. Prima tappa Biarritz per domare con la tavola da surf l’oceano. Seconda i campi di tulipani fiamminghi, respirando a pieni polmoni la libertà. Ma che siano state anche le Ande o i 3755 km della 66 Route a trasportare la vostra fantasia, tra viaggi sognati e viaggi vissuti il bagaglio è sempre lo stesso. Una chitarra, qualche amico… e il pulmino Volkswagen.

 

Nato su un foglio di carta

Dal T1 al T6 sono molte le trasformazioni avvenute dagli anni sessanta ad oggi. Eppure la storia di questo pulmino iconico nasce per caso, dall’intuito di Ben Pon, importatore olandese del Maggiolino Volkswagen. Nell’aprile del 1947 rapito dall’idea di sviluppare sulla base del Plattenwagen, muletto nato da motore, assali e trasmissione proprio del Maggiolino, un veicolo robusto e funzionale, Pon disegnò su un foglio le forme del futuro Transformer. Da schizzo a produzione, persuasi della bontà del progetto i piani alti della casa di Wolfsburg, il passo poi è stato breve. Dal 1950 sulle strade di tutto il mondo è iniziato a circolare quello che in lingua tedesca è sopranominato Bulli, ovvero un veicolo che è al contempo BUs e LIeferwagen (furgone).

L’anima Lieferwagen del Bulli

Sebbene nell’immaginario collettivo le parole Bulli e Hippy siano inscindibilmente legate, le pareti del furgoncino VW trasudano non solo le sostanze oppiacee dei figli di fiori, ma anche il sudore di milioni di lavoratori. Il suo essere Lieferwagen, ovvero un furgone robusto e funzionale con anche buone prestazioni (arrivava a quasi 100 km/h) si prestava ad uso lavorativo. Tant’è che il Bulli in Germania viene utilizzato da tutti. A partire dalla Polizei fino ad arrivare ai venditori ambulanti di panini e birre, passando dalle Poste (per le quali viene allestita una versione apposita) e dai Vigili del Fuoco. Se “tutti” lo hanno utilizzato, “tutti” lo anche hanno costruito. Sullo sfondo di una Germania devastata dalla guerra quella del furgoncino Volkswagen è infatti una storia anche di impatto sociale ed economico. Oltre a rimpinguare le casse di Volkswagen e contribuire alla ripresa del Pil tedesco, la produzione del T1 ha dato lavoro a un sacco di persone. Compresa la schiera di artigiani intervenuti nell’allestimento interno.

La casa degli hyppie

La popolarità odierna del Bulli tuttavia è da ascriversi alla sua anima Bus, quella vacanziera, intrisa nell’idea di spensieratezza, che ben presto divenne effige della cultura hyppie. Riverniciati a colori vivaci e trasformati in camper con grande inventiva, bulli di terza mano divennero delle vere e proprie case mobili per i figli dei fiori. Ma c’è anche l’idea del viaggio come promessa di libertà incisa nella carrozzeria del Bulli.  È qualcosa di prossimo alla visione di ribellione di Jack Kerouac, immortalata nel suo libro più celebre “On the road”: il partire per vivere come rottura degli schemi. Tra beat generation,  Woodstock, il “Peace and Love” e le contestazioni del ’68 insomma si può dire che il Bulli è stato il veicolo della controcultura americana.

Valutazioni da capogiro

Il fascino evergreen del furgoncino Volkswagen ha convinto i dirigenti a non farne tramontare la produzione. Il nuovo capitolo della saga porta il nome di e-bulli, ed è la reinvenzione in chiave elettrica del pulmino amato negli anni sessanta. Il veicolo è in vendita da 65.000 mila euro. Se la cifra sorprende, ancor più sbalorditive sono le cifre a cui arrivano certi modelli d’epoca. Nel 2019 ben sei esemplari sono stati venduti all’asta per un prezzo di aggiudicazione maggiore di 100 mila dollari. Un minibus del 1963, color arancio a 23 finestrini, si è spinto più in là ed è stato venduto a un’asta organizzata da Bonhams alla modica cifra di 190 mila euro. Chi mai avrebbe pensato che il Bulli sarebbe arrivato a costare più di una Rolls Royce?

Lorenzo Magnani
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