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Aston Martin DB5, guidare il bolide dell'agente 007

Aston Martin DB5, guidare il bolide dell'agente 007

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Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli

10 Aprile 2020
Tempo di lettura: 5 min
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Nonostante compaia la prima volta solo nel terzo film della serie, Missione Goldfinger, l’Aston Martin DB5 è legata indissolubilmente alla celeberrima saga dedicata a James Bond. Una coupé di rara eleganza che, in una versione “superaccessoriata” – con mitragliatori nascosti dietro le frecce anteriori e scudo antiproiettile estraibile – è stata battuta in una memorabile asta a Monterey, in California, per la cifra record di 6,3 milioni di euro

“La prego di riconsegnare intatto l’equipaggiamento al termine della missione”. Questa frase veniva pronunciata ogniqualvolta il Maggiore “Q” del Secret intelligence service inglese consegnava al suo agente 007, alias James Bond, una nuova diavoleria, un’automobile, un’arma o qualsiasi altro sofisticato strumento utile per una missione.

Bond, una nuova diavoleria, un’automobile, un’arma o qualsiasi altro sofisticato strumento utile per una missione. Ma se si può star sicuri che Bond dopo mille peripezie porterà co- munque a casa la pelle, non si può certo scommettere che riporterà indietro, intatte, anche le automobili, e che esaudisca quindi il de- siderio espresso dal Maggiore “Q”.

Chiunque abbia visto almeno un film della famosa saga dedicata all’agente di Sua Maestà, ha ben in mente quanto temerarie e rocambolesche siano le fughe e gli inseguimenti che animano i racconti, ed in quali condizioni si riducano, alla fine, le auto che ne sono protagoniste.

L’Aston Martin DB5 è senza dubbio la vettura che viene comunemente identificata come l’”auto” di James Bond per antonomasia, nonostante compaia per la prima volta solo nel terzo film della serie, Agente 007 – Missione Goldfinger. Da quel momento si è legata in maniera indissolubile all’agente segreto tanto da ricomparire periodicamente in diversi film successivi, anche a distanza di cinquant’anni, come nell’ultimo No time to die in uscita nel 2020. La stessa fedeltà però non è stata certo contraccambiata da 007: al volante della DB5 si sono infatti avvicendati negli anni almeno tre attori diversi, l’inossidabile Sean Connery, il tenebroso Pierce Bosnan e l’atletico Daniel Craig, peraltro tutti rigorosamente britannici, così come l’auto stessa.

L’Aston Martin fu infatti fondata a Londra nei primi anni del ‘900 e sopravvisse con alterne vicende fino alla seconda guerra mondiale, passando di proprietario in proprietario, compreso anche un pilota italiano, Augusto Cesare Bertelli, che curiosamente, contravvenendo al regolamento sportivo allora in vigore, faceva correre le sue auto dipinte di italico rosso anziché nel classico British Racing Green. Solo al termine della seconda guerra mondiale, l’Aston Martin divenne il marchio di lusso che conosciamo oggi, allorché la casa fu acquisita dall’imprenditore David Brown che la unì all’altrettanto prestigioso marchio Lagonda, già di sua proprietà. Mentre con il brand Lagonda Brown continua a costruire tradizionali auto di rappresentanza, con il marchio Aston Martin realizza vetture sportive esclusive e di grandi prestazioni utilizzando, per contraddistinguere i modelli, le proprie iniziali, DB. Le Aston Martin gareggiano negli anni ‘50 sui circuiti di tutto il mondo, conquistando anche importanti risultati, come la vittoria alla 24 Ore di Le Mans.

Ma per acquisire un ruolo di rilievo anche nel mondo delle granturismo stradali bisogna attendere il 1958, quando avviene l’incontro tra la tradizione inglese e l’estro italiano, quando cioè David Brown intuisce che per fare il salto di qualità è necessario far “vestire” le proprie auto da uno dei grandi stilisti italiani, e si rivolge allora alla famosa carrozzeria milanese Touring.

Brown intende infatti dotare le proprie berlinette delle celebri carrozzerie in alluminio create da Touring e brevettate con il marchio “Superleggera”, e allo scopo allestisce un nuovo telaio scatolato per il quale Touring disegna una carrozzeria formata da pannelli di alluminio saldati alla scocca, oltre ad una struttura tubolare per il tetto. Nasce così la DB4, vera pietra miliare nella storia della Aston Martin, dotata di un potente motore 6 cilindri di 3.600 centimetri cubici, erogante 240 cavalli e frenata da quattro dischi Dunlop. Dopo cinque serie, la vettura viene sostituita dalla DB5, che ne è in realtà un ulteriore aggiornamento, ma con un considerevole incremento di potenza: la cilindrata sale a quasi 4 litri, i cavalli ad oltre 280, il cambio a cinque marce e la velocità si avvicina ai 240 chilometri all’ora.

DB4, DB5 ed anche la successiva DB6 – che conserva tratti e caratteristiche delle progenitrici, ma su un telaio allungato, tetto rialzato e coda tronca – sono un vero successo. Si tratta di coupé di rara eleganza, con forme sinuose e di gran classe che ripropongono altresì tutti gli stilemi caratteristici delle Aston Martin, come la tipica calandra trapezoidale, la grande presa d’aria sul cofano ed i cerchi a raggi Borrani, il tutto con prestazioni all’altezza delle migliori granturismo dell’epoca.

Il lusso e l’opulenza degli interni, come la ricchissima strumentazione Smiths e la celeberrima e pregiatissima pelle Connoly dei sedili, dal caratteristico profumo dolciastro, emanano un inconfondibile fascino british, confermato anche dalla occasionale presenza di alcuni capricci meccanici che i cultori perdonano e quasi apprezzano, paragonandoli alle bizze di una star.

E star, la bella londinese, lo è stata davvero. Le tre DB hanno infatti costituito per almeno un decennio il punto di arrivo delle celebrity inglesi degli anni ’60, veri e propri status symbol, molto più esclusive e di gran lunga più costose delle coeve e concorrenti Jaguar E Type.

I più famosi vip inglesi dell’epoca non se le fecero mancare: solo per citarne alcuni, Carlo d’Inghilterra, Peter Sellers e Twiggy, la supermodella che rese celebre la minigonna.

Le DB di Touring riuscirono persino a mettere d’accordo Beatles e Rolling Stones, le due famose band divise da una storica rivalità. Sia Paul McCartney sia Mick Jagger ne possedettero una, e tutte e due passarono a loro modo alla storia. La prima per meriti artistici, poiché si racconta che proprio sulla sua DB5 McCartney compose di getto Hey Jude, registrandola su un magnetofono a cassette. La seconda per ordinarie e banali questioni di viabilità: sono famose infatti le foto di un Jagger imbronciato che discute con un poliziotto, dopo essere stato arpionato sulla sua DB6 da una comune Ford Anglia.

Ma è l’incontro con James Bond a consacrare definitivamente la DB5 come vera e propria icona. E pensare che il rapporto tra la casa automobilistica e la produzione del film ha avuto un inizio un po’ difficoltoso.

Dapprima infatti l’Aston Martin non aveva grande fiducia nei benefici pubblicitari che potevano derivare dal film, quando invece Missione Goldfinger vinse un Oscar e riuscì a battere ogni record di incassi già nelle primissime settimane, offrendo all’Aston Martin una ribalta mondiale impareggiabile. Poi pretendeva che la produzione acquistasse definitivamente le due DB5 da utilizzare, visto che le modifiche che sarebbero state apportate alle vetture per esigenze cinematografiche avrebbero potuto renderle del tutto invendibili. Superate però le perplessità iniziali, l’Aston Martin fornì due vetture quasi identiche, color Snow shadow grey, una più agile e scattante per gli inseguimenti e la guida acrobatica, l’altra per i primi piani.

Quest’ultima inoltre venne profondamente personalizzata, dotandola dei più ingegnosi e fantascientifici accessori: mitragliatori nascosti dietro le frecce anteriori, scudo antiproiettile estraibile a protezione del lunotto, sedile del passeggero eiettabile grazie ad un pulsante nascosto nel pomello del cambio, tagliagomme sui gallettoni delle ruote, spargitori di olio, cortine fumogene e chiodi, targhe girevoli intercambiabili e di diverse nazionalità (inglese, francese e svizzera), radar, vetri anti proiettile, vani segreti per nascondere le armi. E proprio una DB5 così “accessoriata” dall’origine e utilizzata per il lancio del successivo Agente 007 – Thunderball, è stata battuta lo scorso 15 agosto 2019 in una memorabile asta a Monterey, California, al termine di una serrata contesa tra sei determinati collezionisti, per la cifra record di 6,3 milioni di euro.

Certo, si tratta di un caso peculiare. Oltre ad essere infatti l’auto ufficiale di James Bond e ad essere stata allestita in questa versione direttamente dall’Aston Martin, la “più famosa auto del mondo”, come definita nel catalogo dell’asta, dopo le fatiche cinematografiche, è rimasta ferma per oltre 30 anni in un museo nel Tennessee ed è stata poi oggetto di un restauro del tutto speciale, tale da rendere realmente funzionanti tutti gli accessori, comprese le armi che, per ovvie ragioni, emettono solo il rumore degli spari. Esistono poi altri casi particolari, come proprio la DB5 appartenuta a Paul McCartney, recentemente venduta al Festival di Goodwood, in Inghilterra, a 1,5 milioni di euro, o le DB4 da competizione, cioè le GT a passo corto, costruite in poco più di 50 esemplari e valutate attorno ai 3 milioni di euro, o ancora le 19 irraggiungibili, plurivittoriose DB4 Zagato, in grado di superare i 10 milioni.

Pur lontane da queste vette, anche le DB di Touring non dotate di blasone altrettanto prestigioso spuntano comunque quotazioni di tutto rispetto, superando facilmente i 500mila euro e spesso avvicinandosi al milione, nonostante siano state prodotte in più di 1.000 esemplari. Resta da vedere l’impatto sulle quotazioni determinato dall’ondata di celebrità che investirà le vetture grazie al nuovo No time to die, dove le DB5 tornano ad essere protagoniste. Questa volta anche nello scenario incantato di Matera.

Pier Angelo Roncaccioli
Pier Angelo Roncaccioli
Avvocato per formazione, collezionista per passione, appassionato d’arte e antiquariato, esperto di automobili e motoleggere d’epoca
Il presente articolo costituisce e riflette un’opinione e una valutazione personale esclusiva del suo Autore; esso non sostituisce e non si può ritenere equiparabile in alcun modo a una consulenza professionale sul tema oggetto dell'articolo.

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