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Lvmh e Tiffany: l’accordo in tribunale

Lvmh e Tiffany: l’accordo in tribunale

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

29 Settembre 2020
Tempo di lettura: 2 min
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  • L’acquisizione è in dubbio per diversi motivi. Uno di questo è rappresentato dal calo del fatturato nel primo semestre dell’anno a causa del Covid-19

  • I giudici del Delawere non sono però molto sensibili a queste motivazioni puramente economiche

Sembrava essere fatta: Lvmh avrebbe comprato Tiffany per 16,6 miliardi di dollari. E invece il colosso francese ci ha ripensato

Lvmh non vuole più Tiffany. Una performance catastrofica, causa Coronavirus, e comportamenti non in linea con quanto pattuito in precedenza hanno fatto cambiare rotta al magnate francese Bernard Arnault che poco tempo fa voleva acquistare la società di gioielli per 16,6 miliardi di dollari. Ora, invece, mette tutto nelle mani di un giudice e chiede la possibilità di fare marcia indietro.

In un documento di 97 pagine, depositato presso il tribunato americano del Delaware, Lvmh sostiene che la decisione di Tiffany di ridurre il capitale, gli investimenti nel marketing, assumere debiti aggiuntivi e pagare i dividendi in contanti nonostante la pandemia siano attività diverse rispetto a quelle concordate in precedenza.

La decisione del tribunale è dunque l’ultima spiaggia. Sarà infatti il giudice a decidere se questo accordo di compravendita concluso nel 2019 si realizzerà oppure no. Nel mentre Tiffany ha già citato in giudizio Lvmh per cercare invece di mantenere vivo il tutto.

Lvmh ha dichiarato, nel documento depositato in tribunale, che Tiffany è “inadatta per le sfide future” e che “le sue prestazioni sono state catastrofiche e le sue prospettive rimangono fosche” dopo aver registrato una perdita di 45 milioni nel primo semestre dell’anno.

“I risultati di Tiffany continueranno ad essere scarsi e le sue proiezioni per il quarto trimestre del 2020 sono dubbie dato il continuo e sostanziale impatto della pandemia, che continua a ostacolare le vendite di Tiffany”, ha dichiarato Lvmh.

Oltre a questo il colosso francese ha anche accusato la direzione della casa del gioiello di aver tentato di forzare l’accordo perché i suoi alti dirigenti potrebbero trarre profitto dal completamento della transizione. Lvmh ha sostenuto come l’amministratore delegato di Tiffany, Alessandro Bogliolo, intascherebbe circa 44 milioni di dollari. Aggiungendo anche che: “il suo paracadute d’oro è equivalente alle perdite che Tiffany ha registrato nella prima metà del 2020”.

La questione è dunque nelle mani di un giudice, ammenoché le due società non trovino un accordo prima del verdetto. Inoltre, i tribunali del Delaware hanno consentito solo un’altra volta ad un acquirente di abbandonare la fusione concordata in precedenza.  E a questo si aggiunge che i giudici in questione si sono mostrati essere molto scettici per quanto riguarda “l’effetto negativo materiale”. Questo ha dunque portato Lvmh a cercare di dimostrare che la direzione di Tiffany ha violato gli obblighi sulla gestione delle attività tra la firma e la chiusura dell’accordo. Dall’altra parte Tiffany ha insistito sul fatto di aver agito nel modo migliore che potesse e nell’interesse degli azionisti.

Per cercare però di sfuggire a questo acquisto Lvmh ha anche sfoderato l’arma segreta. E cioè ha depositato lunedì 28 al tribunale del materiale dove si sottolinea come Tiffany non avrebbe incluso la pandemia di Covid-19 tra gli eventi catastrofici che Lvmh dovrebbe sopportare in caso di fusione.

Tutta questa diatriba deve però essere letta anche alla luce di alcune manovre economiche che lo stesso colosso francese ha messo in atto da mesi. Lvmh ha infatti continuato a manovrare dietro le quinte affinché Tiffany accettasse di essere acquistata per un prezzo più basso. Arnault si è infine convinto che 135 dollari per azione (come concordato a novembre) non avesse più molto senso date le prospettive oscure della società. Tiffany da parte sua ha sempre rifiutato di accettare un prezzo più basso sostenendo che il gruppo francese deve onorare i termini originali.

Giorgia Pacione Di Bello
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