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Coronavirus, lusso italiano in frenata o in ripartenza?

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

29 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Il coronavirus impatterà anche sul settore italiano del lusso? Il comparto contribuisce pesantemente all’avanzo commerciale del Paese, ponendolo al quinto posto mondiale fra gli esportatori netti. Cosa accadrà adesso, con l’epidemia mediatica pronta a falcidiare la fiducia dei consumatori globali? Gli esperti di Deloitte provano a dare una risposta, partendo dai dati

63 miliardi di euro. Questa la cifra che l’export italiano ha superato nel 2019 con il solo settore Tma (tessile, moda accessori), mettendo a segno una crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente. Lo rilevava la pubblicazione di Deloitte Italia Making IT – Fitting the Future 2019, realizzato in collaborazione con la Scuola Holden.

Nel 2018, il fatturato dell’intero settore raggiungeva i 95,5 miliardi di euro, portando la bilancia commerciale italiana a +28 miliardi. Il valore che il lusso genera però non si ferma a livello nazionale (dove pure rappresenta il 34% del valore aggiunto). A livello europeo, occupa quasi un quinto dei lavoratori (il 22%). Cosa accadrà dunque adesso, con i venti avversi del “cigno nero” (o cigno bianco, secondo Nouriel Roubini) coronavirus? Il lusso italiano è resiliente?

Lusso italiano e coronavirus, le osservazioni di Deloitte

Patrizia Arienti, consumer leader per il Fashion & luxury Emea (Europa, Mediterraneo e Nord Africa) di Deloitte, scrive nel blog istituzionale della società che “l’impatto sull’economia del coronavirus rappresenta una questione globale”. Il settore della moda e del lusso, dal canto suo, coinvolge per definizione un bacino mondiale e per questo “non può restare inerte di fronte agli ultimi sviluppi”. Il comparto sta “mostrando un rallentamento”, il che è inevitabile. Ma “confidiamo che le aziende della moda e lusso italiano abbiano la forza per reggere l’impatto economico.”

Una pronta risposta è arrivata in occasione dell’ultima fashion week milanese, il cui finale è coinciso proprio con l’esplodere dell’emergenza in Italia. Già però l’industria italiana aveva dovuto fronteggiare le defezioni dalla Cina (Pechino e Shangai in primis), la quale conta per un terzo del fatturato del lusso italiano.

La risposta del sistema moda italiano è stata pronta ed efficiente, concretizzandosi in contromisure come la campagna “China, we are with you”. Un modo per non mancare di coinvolgere il mercato cinese grazie ai canali online dedicati alle presentazioni delle collezioni, alle dirette in streaming sui social e sui siti web aziendali. Il risultato? Un successo. 16 milioni infatti sono stati i cinesi che hanno seguito in streaming le sfilate della Milano fashion week.

L’eccellenza unica del Paese, da monte a valle

Del resto, commentava Claudio Marenzi, presidente di Confindustria moda in occasione del lancio di Making IT – Fitting the future, “il sistema della moda italiano può vantare fattori che lo rendono unico al mondo. […] Molte delle 65.000 aziende presenti sul territorio italiano sono attive da più generazioni.” I tradizionali segreti dell’artigianalità, tramandati di generazione in generazione, “diventano industrie.” L’Italia inoltre è “l’unico Paese in grado di offrire una filiera d’eccellenza integrata a monte e a valle”, grazie a imprese “che possono garantire in ogni passaggio della creazione del prodotto la qualità eccellente necessaria al supporto del nostro posizionamento”.

Teresa Scarale
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