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Wealth management, prima fonte di raccolta per il private equity

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Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

18 Settembre 2018
Tempo di lettura: 2 min
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  • Family office e fondi pensioni sono i due pilastri del private equity

  • Innocenzo Cipoletta sostiene che si deve abbassare la soglia di ingresso, di 500 mila euro, per acquistare le quote dei fondi alternativi

Dalla conferenza sul private equity realizzata dall’Associazione italiana del private equity (Aifi) è emerso che i family office e i fondi pensioni sono le due principali fonti di raccolta del settore

La principale fonte di raccolta del private equity in Italia è il wealth management. Family office e fondi pensioni sono dunque i due pilastri del settore. Proprio per questo, Innocenzo Cipoletta, presidente dell’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt (Aifi) ha dichiarato come sarebbe utile abbassare la soglia di ingresso, di 500 mila euro, per acquistare le quote dei fondi alternativi. Dichiarazione che risulta essere sulla stessa lunghezza d’onda di quanto sostenuto dal commissario Consob, Carmine Di Noia, su We Wealth.

Durante la conferenza sul private equity dell’Aifi, in relazione alle fonti di raccolta, Cipoletta ha dichiarato come “se consideriamo i soggetti privati, la prima fonte sono gli investitori individuali e i family office, che rappresentano il 17%, seguiti dai fondi pensione con un contributo del 16%”. L’ammontare investito, secondo l’analisi condotta da Aifi e PwC, è stato pari a 2,8 miliardi di euro, in crescita del 49%, rispetto all’anno scorso (1,9 miliardi di euro). Se si escludono i large e mega deal (operazioni caratterizzate da un equity investito superiore ai 150 milioni di euro), l’ammontare risulta pari a 1,4 miliardi di euro in crescita del 39% rispetto al miliardo del I semestre del 2017. In particolare, per la prima volta, gli investimenti nel segmento early stage (imprese nella prima fase di ciclo di vita, seed, startup, later stage) è cresciuto del 122%, arrivando a quota 96 milioni di euro, rispetto ai 43 dell’anno scorso. Crescita che permette al settore di superare il buy out, in termini di investimento. In termini di ammontare investito il settore rimane invece in vetta alla classifica con 1.309 milioni di euro. Al secondo posto troviamo le infrastrutture con uno stacco di 754 milioni di euro, rispetto all’anno scorso. Differenza dovuta principalmente all’operazione Italo. Risultati positivi anche per il settore dell’expansion (investimenti di minoranza finalizzati alla crescita dell’azienda) che ha attratto 230 milioni di euro, +67% rispetto al primo semestre 2017.

Nel primo semestre 2018 continua il trend di crescita evidenziato nel secondo semestre 2017” – ha commentato Francesco Giordano, partner di PwC Deals – “In particolare l’aumento del numero delle operazioni (+15%) nei segmenti early stage, expansion e mid buy out è un segnale molto incoraggiante per la solidità del mercato e i futuri sviluppi“.

Per quanto riguarda i disinvestimenti, nel corso del primo semestre del 2018 ne sono stati realizzati 59, un numero che segna una diminuzione del 24% rispetto al primo semestre 2017, dove erano 78. L’ammontare disinvestito, calcolato al costo storico di acquisto, si è dunque attestato a 1,1 miliardi di euro, contro gli 1,2 miliardi del primo semestre del 2017 (-10%) .

A livello di distruzione geografica la tendenza, rispetto al 2017 è  quasi immutata. La maggior parte degli investimenti è stato fatto nelle regioni del nord Italia, 78%, mentre il 12% si concentra al centro e il 10% al sud.

Giorgia Pacione Di Bello
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