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Un club di investitori per i private market

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Emanuele Grippo
Emanuele Grippo

02 Dicembre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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Oggi high net worth e upper affluent hanno a disposizione soluzioni innovative, in alcuni casi del tutto inedite, adatte ai bisogni dei clienti più sofisticati

Grazie anche a recenti sviluppi regolamentari che che hanno interessato i fondi d’investimento alternativi, oggi sta emergendo sempre più un interesse crescente da parte della clientela non-professionale per nuove forme d’investimento in asset class che ricomprendono, a titolo di esempio, venture capital, private equity e, più in generale, il cosiddetto private market. Questo fenomeno interessa specialmente gli investitori high net worth o upper affluent, soggetti classificati come retail ma con un grado di sofisticatezza più elevato rispetto alla media ed in grado di investire un ticket spesso superiore ai 500mila euro.

Negli ultimi anni, diverse iniziative hanno permesso a questo target di clientela, storicamente fortemente penalizzata nell’accesso a forme d’investimento poco liquide, di percorrere soluzioni innovative – alcune delle quali del tutto inedite – parametrate al livello di rischio tipico di tali investitori.

Innanzitutto vi sono i club deal, che nel panorama italiano risultano essere particolarmente attrattivi, visto anche l’elevato numero di opportunità d’investimento che caratterizzano il Bel paese: ovvero sindacati d’investimento che si caratterizzano per una politica flessibile, senza alcun vincolo di dimensione, settore e struttura azionaria. Come “schema” ricordano sicuramente delle strutture di private equity, in quanto i manager dei club svolgono un ruolo di gestione pienamente assimilabile a tale modello, ma, al contrario, sono caratterizzati da una partecipazione diretta degli investitori alle scelte decisionali e d’investimento. L’unione dei capitali dei partecipanti, il potere decisionale deal-by-deal ad essi riservato e, non meno importante, la condivisione del rischio connesso all’investimento rappresentano senza alcun dubbio gli elementi vincenti di tale struttura, che permette una maggiore flessibilità unita ad una più marcata ingerenza nella gestione degli stessi.

In aumento è anche il numero di Special purpose acquisition company (Spac) promosse sul mercato. Si tratta di veicoli finanziari destinati alla quotazione costituiti da un gruppo di promotori per raccogliere da investitori finanziari, tipicamente high net worth, liquidità da destinare all’acquisizione di parte (o della totalità del capitale) di una società operativa non quotata (cosiddetta target), col fine ultimo della quotazione su un mercato regolamentato o su un Mtf (sistema multilaterale di negoziazione), attraverso una fusione inversa con il veicolo originario (cosiddetta business combination). Con la business combination entro un orizzonte temporale, tipicamente di 18-24 mesi, la target “eredita” dalla Spac – che viene integralmente incorporata nella società target – lo status di società quotata, consentendo dunque agli investitori di divenirne automaticamente azionisti e di beneficiare della liquidità degli strumenti finanziari tipica di una società aperta. E ciò senza dover sostenere i costi e gli oneri connessi alla quotazione.

Un’altra forma d’investimento che sta prendendo piede in Italia sono i cosiddetti Search fund, veicoli nati nel 1984 negli Stati Uniti e adatti ad aspiranti imprenditori che mirano ad individuare ed acquisire una Pmi, con l’obiettivo di gestirla, liberandone il potenziale di crescita ancora inespresso. In un primo momento il promotore raccoglie fondi per finanziare l’acquisizione della società target e successivamente entra a far parte del relativo management, avviandone la crescita. Infine, sempre più in voga sono ovviamente i fondi d’investimento alternativi non riservati, italiani ed esteri, le strutture master-feeder nonché i fondi di permanent capital. Tale slancio innovativo è da attribuirsi anche all’approccio flessibile degli ultimi anni mostrato dall’Autorità di vigilanza.

Al contrario alcune delle predette strutture stentano a decollare. È questo il caso degli Eltif, fondi di matrice europea per il finanziamento delle Pmi, i quali peraltro godrebbero del beneficio fiscale dell’esenzione da tassazione per le persone fisiche. Tuttavia, considerando le risposte del mercato a tali iniziative, parrebbe essere ancora tutto in stand by. Lo stesso vale per le neo-introdotte società d’investimento semplice: nate e proposte quali degne sostitute dei club deal, hanno perso appeal per la preclusione ad investitori non professionali ad investirci, per la limitazione a 25 milioni del patrimonio netto e per la preclusione all’investimento da parte dei business angel.

Emanuele Grippo
Emanuele Grippo
Socio dello Studio Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners Avvocato esperto nella regolamentazione dei servizi finanziari, bancari e assicurativi, fondi pensione e fondi di investimento, nella sollecitazione all’investimento e nella disciplina degli emittenti quotati, nonché assiste soggetti vigilati in operazioni straordinarie e nello svolgimento dell’attività ordinaria.
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