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È tempo di investire in startup e Pmi

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Francesca Conti
Francesca Conti

05 Luglio 2019
Tempo di lettura: 5 min
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  • Nel mondo si stima che gli asset alternativi raggiungeranno i 14.000 miliardi di dollari entro il 2023

  • In Italia private equity, private debt e venture capital tra il 2014 e il 2018 hanno raccolto complessivamente 16,7 miliardi di euro (dati Aifi)

  • Le startup innovative in Italia sono 10.426 (dati di aprile 2019) e negli ultimi due anni se ne sono aggiunte 3.000

Private equity e venture capital: un mercato di dimensioni ancora relative ma in forte crescita. Ecco perché, secondo i partecipanti al convegno Micro-Macro organizzato dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano, è tempo di investire in questi strumenti. Obiettivo? Finanziare startup e Pmi

Il mercato si sta popolando di strumenti e protagonisti, i numeri continuano a essere positivi e le agevolazioni fiscali sono notevoli: è tempo di investire in startup e Pmi. In che modo? Lo sbocco più naturale è il mondo del private equity e venture capital che – anche se di dimensioni ridotte rispetto al sistema internazionale – in Italia si sta espandendo sempre di più. E nel mondo si stima che gli asset alternativi raggiungeranno i 14.000 miliardi di dollari entro il 2023. Un valore del 57% superiore a quello del 2017. Se ne è parlato all’Ambrosianeum, a Milano, in occasione del convegno Macro-Micro, organizzato dalla Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Milano.

Il coordinatore del convegno, Uberto Barigozzi, dottore  commercialista dello Studio Barigozzi, dal 2011 organizza con cadenza trimestrale questi appuntamenti. Lo scopo è quello di aggiornare i colleghi rispetto alla congiuntura economica e in questa occasione, per illustrare lo scenario macro, sono intervenuti: Alberto Balestreri, presidente della Commissione Banche Intermediari Finanziari e Assicurazioni Odcec Milano, Gian Paolo Rivano, ceo di Amaranto Investment Sim, Massimiliano Dell’Acqua, Intesa Sanpaolo Private Banking e Michele Bovenzi, responsabile del team Discretionary Portfolio management di Deutsche Bank.

L’evoluzione del private equity

Anche nel secondo trimestre dell’anno il private equity ha raccolto a livello globale notevoli quantità di capitale. Tra aprile e giugno 2019 – indicano i dati della società di consulenza londinese Preqin – la raccolta ha raggiunto i 109 miliardi di dollari, rimanendo sostanzialmente stabile rispetto al trimestre precedente. In Italia, secondo i primi dati di BeBeez Private Data, da inizio anno sono state contate 119 operazioni, in deciso aumento rispetto alle 188 che hanno coinvolto le scoietà italiane alla fine dello scorso anno.

“Siamo abbastanza avanti in un ciclo che, senza aver raggiunto il proprio picco storico, ha prodotto anno dopo anno volumi importanti. È un’asset class che negli anni si è andata a normalizzare, un settore diventato mainstream che ha attratto grandi quantità di capitali”, ha spiegato Marco Piana, fondatore e amministratore delegato di Vam Investment. “I prezzi pagati dal private equity per le aziende hanno registrato multipli crescenti negli anni, con una liquidità e capacità di fare investimenti che va esplodendo. Anche se in Italia gli istituzionali investono meno nel private equity che nel resto del mondo, le percentuali stanno aumentando. Questo comporta un aumento dei prezzi pagati e, di conseguenza, un calo dei rendimenti attesi”, ha continuato Piana.

Il private equity ha come obiettivo il sostegno di un’azienda target. Le operazioni più frequenti riguardano, in termini numerici, le piccole e medie imprese, che fanno ricorso al private equity per finanziare la propria crescita, favorire un passaggio generazionale, sostituire dei soci che vogliono uscire dalla compagine societaria oppure cominciare da zero un nuovo percorso con soci completamente differenti. Possono anche esserci situazioni di crisi o tensione finanziarie, che richiedono nuovi finanziamenti e sopporto.

“Corrispondentemente alla crescita molto elevata del private equity, l’M&A è cresciuto molto, anzi si è surriscaldato”, ha sottolineato Piana. Inoltre, investire in private equity è oggi sempre più rapido. “Le transazioni sono diventate sempre più veloci e sempre più standardizzate. Oggi comprare un’azienda da mezzo miliardo di valore per un grande fondo può richiedere anche solo un mese”, ha continuato Piana, spiegando che – non da ultimo – “le aziende sono più preparate a sostenere il processo di due diligence e spesso hanno dati di partenza di qualità più elevata”.

Se un tempo la ‘catena del valore’ del private equity era composta, oltre che dall’azienda target, solamente dagli investitori ultimi e dai fondi veri e propri di private equity, oggi il panorama è molto più variegato e complesso. “È un’arena aperta dove molti soggetti possono partecipare”, ha evidenziato Piana, elencando i possibili attori coinvolti in un processo di investimento di private equity oggi:

• fondi tradizionali
• fondi di co-investimento
• fondi di fondi
• fondi di secondario
• investitori ultimi
• indipendent sponsors
family office

Le società target si trovano quindi spesso tempestate da una serie di soggetti.

Il mondo del venture capital

In Italia private equity, private debt e venture capital tra il 2014 e il 2018 hanno raccolto complessivamente sul mercato 16,7 miliardi di euro (dati Aifi). Attraverso queste attività sono stati investiti con 2.100 operazioni circa 33,8 miliardi di euro. Di questi, 0,7 miliardi sono attribuibili alle attività di venture capital, con 655 investimenti. Ed è “un’asset class che rende”, ha commentato il venture capitalist Stefano Peroncini, spiegando che lo scorso anno in Italia private equity e venture capital hanno generato rendimenti del 16,9% (rendimenti su cash out anno su anno). “Bisogna avere meno scrupoli a inserirli nel proprio portafoglio”, ha aggiunto Peroncini.

“Non siamo messi cosi male a livello europeo”, ha continuato Peroncini, aggiungendo che i livelli italiani di questa asset class sono simili a quelli di Paesi come la Germania. “Cominciano a esserci degli unicorni anche in Europa”, ovvero startup con una valutazione di oltre 1 miliardi di dollari, che nel Vecchio Continente sono 14 contro le 55 statunitensi. Anche considerando il fatto che in certi Paesi gli investimenti sono stati supportati dal settore pubblico (come la Francia, ma anche la Silicon Valley americana), l’Italia non è da meno e il settore è sussidiato dallo Stato già per il 45%.

“Siamo un Paese le cui radici si fondano nell’industria manifatturiera – prosegue Peroncini – ma anche da noi sta esplodendo il fenomeno delle startup innovative. Sono oggi 10.426 in Italia (dati di aprile 2019) e negli ultimi due anni se ne sono aggiunte 3.000”. Il fenomeno, per Peroncini, “è in costante crescita e ha assunto grande importanza nel panorama imprenditoriale italiano”. Nei primi 6 mesi dell’anno sono stati investiti 397 milioni di euro in startup, più del 70% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (dati di Startup Italia). L’anno scorso circa 600 milioni. Per Peroncini “è boom”. Anche il crowdfunding ha raccolto da inizio anno 25 milioni di euro, +178% rispetto allo stesso periodo del 2018 (circa 35-38 milioni in totale nel 2018).

Per Peroncini fare innovazione, in Italia, significa soprattutto investire nella ricerca: “I cassetti dei ricercatori universitari sono pieni di idee da cui estrarre innovazione. La parte digital invece non è forse il settore che possiamo giocarci meglio”. La ricetta per innovare, e bene, secondo il venture capitalist è contenuta in una teoria: quella dello Stato ‘innovatore’. “Può sembrare un ossimoro, perché l’impresa privata è considerata da tutti la vera forza innovatrice, ma lo Stato si può permettere di prendere rischi in aree in cui l’investitore privato non può fare nulla”. Per questo, secondo Peroncini, “le grandi innvazioni del mondo sono state finanziate dallo Stato. È lo stato, nelle economie più avanzate, che puà farsi carico del rischio d’investimento iniziale all’origine delle nuove tecnologie. Bisogna cambiare paradigmi, non più pensare solo allo Stato che salva le società dai fallimenti”.

Secondo Peroncini, questo è il momento ideale per investire in startup attraverso il venture capital. Innanzitutto perché questo “è un investimento anticiclico rispetto all’andamento economico e ha senso inserirlo nelle proprie asset class”. Inoltre, è la forma prevalente di finanziamento e di scouting per le startup tecnologiche e genera exit di successo”. Rientra inoltre negli alternative asset, “che sono performanti nel lungo periodo”. Il motivo principale è legato alla natura del Paese: “In Italia dobbiamo trovare una via differente che valorizzi la nostra vocazione manifatturiera”, ha concluso Peroncini.

La fiscalità di startup e Pmi innovative

Per chi investe in imprese innovative ci sono importanti benefici fiscali. “Il tema non è ancora coperto da un quadro normativo completo – siamo ancora in attesa di un decreto per le Pmi innovative – e ci sono ancora pochi chiarimenti ufficiali da parte dell’Agenzia delle Entrate, ma il quadro fiscale è già vantaggioso”, ha spiegato Lisa Vascellari, dello studio Biscozzi Nobili. Vascellari ha ricordato che gli incentivi fiscali per gli investitori in questo tipo di società sono:

  • Per le persone fisiche: Detrazione Irpef pari al 30% dell’investimento, fruibile per un investimento massimo di 1 milione di euro annui. Eventuale eccedenza rispetto all’imposta lorda può essere utilizzata nei periodi successivi, ma non oltre il terzo (fino a capienza, non necessariamente in quote costanti).
  • Per le società: Deduzione Ires pari al 30% dell’investimento. Importo massimo agevolabile q milioni di euro annui. Eventuale eccedenza rispetto all’imposta lorda può essere utilizzata nei periodi successivi, ma non oltre il terzo (fino a capienza, non necessariamente in quote costanti). L’ultima legge di Bilancio ha innalzato al 40% questa percentuale (50% per l’acquisto dell’intero capitale dell’impresa). In caso di cessione delle quote è previsto un holding period di 3 anni.
Francesca Conti
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