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Tempi bui, ma il private equity italiano rifulge

Tempi bui, ma il private equity italiano rifulge

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

03 Marzo 2020
Tempo di lettura: 5 min
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  • Gli ultimi sei anni del mercato sono stati il miglior periodo nell’intera storia del private equity. Il controvalore totale delle operazioni di buyout è stato pari a 3.200 miliardi di dollari

  • Nel 2019 i fondi italiani hanno continuato ad attrarre nuovi capitali dagli investitori e chiuso un numero record di operazioni, con livelli di raccolta ancora molto elevati

  • Il nuovo fondo di turnaround di Ibla Capital si focalizzerà su Pmi in tensione finanziaria

Il private equity italiano brilla con forza. E l’undicesimo report annuale Global private equity di Bain & Company ne evidenzia la sorprendente resilienza, nonostante il peggioramento dell’orizzonte macroeconomico. E intanto si chiude con successo un fondo di turnaround italiano

Resilienza è la virtù del private equity (italiano). In Italia, nel 2019, i fondi hanno continuato a raccogliere nuovi capitali dagli investitori, chiudendo un numero record di operazioni. L’ultimo report Global private equity di Bain & Company squaderna una situazione splendente per quanto riguarda il comparto in Italia.

L’età aurea del private equity

Gli ultimi sei anni del mercato sono stati il miglior periodo nell’intera storia del settore, con un controvalore totale delle operazioni di buyout pari a 3.200 miliardi di dollari. I fondi di private equity hanno continuato a concludere accordi, registrando buone attività di exit e raccogliendo la somma di capitali più elevata di sempre, alimentati dall’entusiasmo dei Limited Partner (Lp).

L’Italia si colloca pienamente nel trend globale. Nel 2019 i fondi italiani hanno continuato ad attrarre nuovi capitali dagli investitori e chiuso un numero record di operazioni, con livelli di raccolta ancora molto elevati.

Il private equity italiano, pienamente nella scia globale

Il dry powder complessivo continua ad accumularsi, con operazioni di buyout e un numero delle transazioni mai così alto. In termini di valore, inoltre, si è registrata una distribuzione equilibrata tra i vari settori e ticket size. All’allungo sui 5 anni del 2019 hanno contribuito in modo significativo le exit, la maggior parte delle quali effettuate con buyout e grazie all’impatto molto rilevante della quotazione di Nexi.

“Gli investitori di private equity hanno vissuto un altro anno positivo, pur avendo dovuto lavorare più duramente che mai per chiudere con successo le proprie operazioni. Il nostro report evidenzia un notevole sviluppo nel mercato buyout degli Stati Uniti. Per la prima volta, i rendimenti dei public markets e del private equity si sono allineati su una finestra temporale di 10 anni. Ciò solleva interrogativi su come il private equity possa rimanere un terreno appetibile per gli investitori in futuro”. A parlare è Hugh MacArthur, responsabile a livello globale dell’attività di private equity di Bain & Company.

Record assoluti per volumi di capitali

In dettaglio, le sole operazioni di buyout hanno attratto volumi record di capitale. La raccolta è stata pari a 361 miliardi di dollari – la cifra più alta mai registrata – con un incremento del 40% del loro peso sul capitale privato totale. Si tratta del dato più elevato mai registrato dal 2006. Il settore ha continuato a raccogliere capitale, stabilendo un nuovo record di 2.500 miliardi di dollari per il capitale privato e 830 miliardi destinati ai soli buyout.

Valutazioni sempre più raffinate per battere l’affollamento

L’affollamento del mercato ha affinato la valutazione degli asset. E per i general partner (Gp) la caccia agli investimenti più promettenti si fa sfidante. Investimenti e uscite si sono stabilizzati, mentre la raccolta per le operazioni di buyout invece ha raggiunto il proprio apice nel 2019 (il numero di fondi è però inferiore). Gli investitori hanno versato 894 miliardi di dollari nel mercato dei capitali privati (private equity, immobili, infrastrutture e risorse naturali). Gli operatori di buyout grazie a solidi track record, una chiara strategia di settore e una storia di creazione di valore distintiva, si sono dimostrati un’alternativa interessante per gli investitori.

I fondi migliori di private equity sono quelli che investono in settori poco affollati. E Esg

I fondi migliori stanno diventando sempre più esigenti. Evitano i settori più gettonati e si concentrano su aree di crescita sostenibile, quelle con fondamentali ancora robusti. Altri si stanno muovendo sul fronte Esg. Dal momento che le questioni sociali e ambientali hanno un peso sempre maggiore sul comportamento dei consumatori – e quindi sul business – un numero cresente di investitori si impegna a rispettare i principi Esg, in particolare alla luce del fatto che questi criteri possono effettivamente incidere positivamente sui rendimenti e limitare i rischi dell’investimento.

Gli operatori di maggior successo cercano di individuare e assicurarsi tempestivamente le innovazioni più promettenti. Secondo lo studio di Bain & Company, nel 2019 il valore degli accordi si è attestato a 551 miliardi di dollari. Questo, nonostante le valutazioni record e la forte concorrenza, che ha limitato il numero di mega deal che i GP potevano chiudere con successo. Anche in termini numerici, le transazioni – che sono state circa 3.600 – non hanno riservato grandi sorprese.

L’anno scorso, le operazioni public-to-private (P2P) sono state il motore dell’attività di deal-making, che ha toccato il livello più alto dal 2007. Nel 2019, infatti, otto delle dieci maggiori operazioni di buyout hanno riguardato l’acquisizione di operatori pubblici da parte dei privati. Le operazioni co-sponsorizzate con i LP hanno raggiunto un valore record, sull’onda dell’interesse degli investitori istituzionali per il private equity, e hanno permesso ai GP di rafforzare le loro relazioni.

Gli stessi fattori che l’anno scorso hanno ostacolato il raggiungimento di alcuni accordi, quest’anno sono stati protagonisti di un 2019 positivo per le vendite. Nel 2019 le uscite erano favorevoli, proseguendo il trend di sei anni di distribuzioni molto rilevanti per gli investitori. Il valore di uscita è sceso solo leggermente a 405 miliardi di dollari, ma il loro conteggio è diminuito a 1.078, il livello più basso dal 2012.

Gli orizzonti temporali dei portafogli

La durata dei portafogli – scesa a 4,3 anni nel 2019 – è tornata anche ad avere orizzonti temporali più normali rispetto a quelli registrati dopo la recessione, cioè i 6 anni del 2014. Chiunque avesse un buon asset lo ha infatti probabilmente venduto, in parte per via dei premi significativi che offriva e in parte in previsione di una recessione che ne avrebbe potuto pregiudicare la vendita.

Nella fase avanzata del ciclo si guarda al tech

Un numero crescente di aziende, in questa fase avanzata del ciclo, analizza le prospettive derivanti dalle tecnologie. E lo fa guardando a realtà affermate che abbiano un track record di margini elevati e guadagni costanti o alla nuova generazione di società di software e servizi born-on-the-cloud. Tuttavia, gli operatori di private equity, nella loro analisi, rimangono cauti, chiedendosi se il tech sia una bolla destinata a scoppiare o meno e cercando di evitare i segmenti più sopravvalutati, investendo invece in aziende di software enterprise in grado di essere più resilienti in un periodo di crisi.

Queste aziende registrano una forte crescita dei ricavi e solidi fondamentali, perchè per i loro client orientarsi verso il digitale rappresenta un elemento imprescindibile per rimanere competitivi. Il settore vanta inoltre bassi livelli di svalutazione del capitale e, soprattutto, il numero di opportunità in questo campo è in crescita. Un’ondata di innovazioni sul fronte della tecnologia cloud e mobile ha ampliato la disponibilità di società target interessanti per il mondo dei private equity.

Private versus public, chi vince in termini di rendimenti? La risposta non è scontata

Per quanto infine riguarda il dibattitito fra i rendimenti public vs. private, bisogna chiedersi se il settore private equity stia perdendo terreno. Nell’ultimo decennio gli investitori hanno investito più di 2.000 miliardi di dollari in fondi buyout per un semplice motivo: le loro performance.

Tuttavia, dal 2009, quando l’economia globale è uscita da una delle peggiori recessioni mai verificatesi, i rendimenti delle public equity statunitensi hanno sostanzialmente eguagliato i rendimenti dei buyout Usa con un 15% circa, restituendo un quadro che la maggior parte degli investitori di private equity non si aspettava. La concorrenza dei public markets è probabile che persista, ma questo non significa che il private equity debba ridimensionarsi.

E intanto il private equity italiano chiude il suo fondo di turnaround

Ibla Capital, investment company indipendente attiva nel turnaround, ha chiuso la raccolta del suo secondo fondo, Ibla Industries II. Il veicolo ha raggiunto l’hard cap di 30 milioni di euro e investirà in Pmi in tensione finanziaria. Ossia in quelle che necessitano di un piano di ristrutturazione e di un rilancio dell’attività.

Il veicolo si focalizzerà su aziende con un fatturato compreso tra i 10 e i 50 milioni di euro, attraverso l’acquisizione di quote del capitale, beni aziendali e/o debito. Il ticket di investimento, compreso tra uno e cinque milioni di euro, verrà indirizzato su aziende industriali, con particolare attenzione al mondo del manufacturing.

Il precedente veicolo di Ibla Capital, sempre dedicato alle attività di turnaround, (Ibla Industries S.à.r.l.) ha chiuso tre operazioni tra il 2016 e il 2019. Si tratta di queste. Natural Way Laboratories, società attiva negli integratori alimentari; poi, Presotto Industrie Mobili, marchio storico nella produzione e commercializzazione di mobili di alta qualità per la zona giorno e la zona notte. E infine Assio, azienda che realizza mobili imbottiti per noti brand dell’arredamento e per grandi progetti per hotel e settore navale.

Alessandro Lo Savio, founder e ceo di Ibla Capital
Teresa Scarale
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