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Private equity e rendimenti stratosferici: vero o falso?

Private equity e rendimenti stratosferici: vero o falso?

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Lorenzo Magnani
Lorenzo Magnani

21 Settembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Molte società di private equity nei loro report annuali utilizzano l’Irr come indicatore di performance

  • Se il rendimento effettivo è più modesto di quello presentato, i costi sono elevati. Nel 2019 in media la commissione annua si attestava tra il 6% e 7% contro lo 0,74% dei fondi comuni

  • Per evitare che sempre più investitori cadono nel tranello dei fondi di private equity è necessaria un’armonizzazione normativa per i fondi d’investimento

I fondi di private equity sovente mostrano nei loro report annuali rendimenti a doppia cifra per attirare gli investitori. Ma l’apparenza nasconde i costi. L’unica via per salvaguardare gli investitori è l’armonizzazione normativa

Durante un evento online organizzato dalla Securities and Exchange Commision la settimana scorsa, l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, i manager dei fondi di private equity sono stati additati per una condotta poco etica: attrare all’amo gli investitori. In un oceano avaro di opportunità finanziarie infatti non c’è niente di così luccicante come la promessa di rendimenti straordinari. Promessa che è destinata a rimanere tale. Secondo Ludovic Phalippou, professore di finanza alla Oxford Said Business School, intervistato dal Financial Times, questi fondi illiquidi dal 2006 non hanno performato meglio dei meno costosi Etf sugli indici azionari americani.

Ricchi quanto una nazione

Numeri fuorvianti. È questo quello che emerge dai prospetti di molti fondi di private equity, che troppo spesso attirano gli investitori presentando performance esagerate. Al banco degli imputati c’è l’utilizzo dell’IRR (tasso interno di trasferimento) come indicatore dei rendimenti passati. La Sec durante la presentazione ha mostrato i report annuali di Apollo e KKR, due società di private equity. La prima ha generato un IRR del 39% annuo negli ultimi 30 anni. La seconda del 25,6% negli ultimi 45 anni. Facendo un attimo i calcoli, le cifre non sono giustificabili. L’investimento di 1 miliardo nella prima società avrebbe prodotto 20.000 miliardi di dollari, ovvero il Pil degli Stati Uniti. Il secondo prospetto, con la stessa cifra investita, avrebbe prodotto invece 32.000 miliardi di dollari: il 40% del Pil mondiale. “È tempo di vietare l’utilizzo dell’IRR come misura di performance. Non ha assolutamente senso” ha commentato il professore dell’Oxford Said Business School.

I fondi di private equity sono costosi

Se dunque le performance sono apparenti e non reali, non si può dire lo stesso dei costi. Dal 2006 gli investitori hanno pagato all’incirca 230 miliardi in commissioni di performance, che hanno fatto ricchi i gestori di questi fondi. Il risultato è stata la nascita di una nuova classe di baroni della finanza, con un patrimonio milionario. Secondo i dati presentati sempre da Phalippou la struttura di commissioni usata dai manager dei fondi “private” si traducono in un costo annuale compreso tra il 6% e il 7%. Nel 2019 total expansive ratio, indicatore che prende in considerazione tutte le fonti di costi per un investitore, di un fondo comune d’investimento secondo Investment Company Institue era dello 0,74%.

L’armonizzazione normativa non è amo ma ancora

Secondo Ludovic Phalippou l’unico modo per evitare questo escamotage è che l’autorità regolamentareu crei un terreno normativo conforme per i fondi d’investimento, senza distinzione tra fondi comuni, hedge fund e private equity. “Ci è un voluto quasi un secolo perché la Sec sviluppasse un quadro normativo completo che precludesse ai gestori dei fondi di trovare scorciatoie. Il mondo del private equity è cento volte più complicato e i modi per aggirare la normativa sono ancora di più. C’è l’esigenza di un’armonizzazione tra private equity e fondi comuni” spiega Phalippou.

Lorenzo Magnani
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