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Private market, i club deal al tempo del covid

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Maurizio Di Marcotullio
Maurizio Di Marcotullio

17 Luglio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Cresce l’utilizzo dei club deal come forma di investimento molto flessibile. Ecco i protagonisti e le finalità di questa particolare forma di private equity

Già da qualche anno in Italia gli esperti del settore degli investimenti e del wealth management hanno acquisito familiarità con i cosiddetti club deal, ovvero con delle particolari forme di associazionismo imprenditoriale e finanziario rivolte allo sviluppo e alla gestione di uno specifico investimento.

I club deal storicamente nascono nei primi anni del novecento negli Stati Uniti, dove l’attenzione per le nuove tipologie di strumenti finanziari è da sempre all’avanguardia. Sono dei veri e propri sindacati d’investimento che vengono formalizzati e strutturati da professionisti esperti di management e di operazioni straordinarie di azienda, che generalmente riuniscono nel “club” individui o famiglie molto facoltose che fanno parte della categoria dei cosiddetti High net worth individual (Hnwi), ossia persone che possiedono un elevato patrimonio netto.

La finalità del gruppo è di effettuare investimenti in imprese al fine di sostenerne lo sviluppo, la crescita e il consolidamento magari anche attraverso processi di internazionalizzazione, realizzando al contempo un guadagno volto a incrementare il patrimonio e a remunerare il rischio dell’investimento.

Si tratta dunque di operazioni dove professionisti legali, della finanza, nonché della pianificazione fiscale, individuano un target definito e coinvolgono nell’acquisizione dello stesso un ristretto e qualificato gruppo di investitori che raggruppano formalmente all’interno di un sindacato di investimento, il quale potrà assumere diverse forme societarie, nell’ambito delle quali vengono solitamente definite le “regole di ingaggio”. Ovvero, viene definito un accordo di investimento che delinea il percorso che gli investitori e i promotori si propongono affinché l’investimento possa maturare i propri profitti attesi.

Nel club deal gli investitori sono generalmente un numero piuttosto ristretto ai quali viene sottoposta l’opportunità di investire in una singola società ritenuta interessante per vari motivi e prospettive e nel cui capitale gli investitori possono entrare in maniera consistente, arrivando addirittura a poter diventare soci di maggioranza.

Il club deal è dunque una forma particolare di private equity, attraverso il quale porre in essere una gestione mirata di un investimento che il singolo investitore  non avrebbe la capacità manageriale e finanziaria di gestire in autonomia. Sono forme di investimento, che trovano realizzazione nella definizione di operazioni di taglia superiore a quella singolarmente approcciabile dai singoli investitori, anche in termini di diversificazione del rischio.

Questo tipo di investimento è molto flessibile, perché i soci del club possono liberamente scegliere di parteciparvi o meno in base alle proprie disponibilità e a quanto credono nel progetto, tentando di costruire un portafoglio di partecipazioni il più possibile differenziato tra le varie proposte sul tavolo. Inoltre, l’ammontare della quota investita dal singolo socio può variare da pochi milioni ad alcune decine e, al contrario del private equity, non è prevista esplicitamente una data di exit che può quindi avvenire nel momento migliore per cogliere le opportunità offerte dal mercato. La società target (ovvero quella che è oggetto dell’operazione) può variare tra diverse tipologie, dalla startup alle pmi innovative, alle imprese del settore immobiliare.

Proprio a proposito delle pmi e delle startup innovative, alcune forme di agevolazioni, previste dai recentissimi interventi a sostegno dell’economia come conseguenza della crisi innescata dal covid-19, possono ben combinarsi con le operazioni di club deal.

Ricordiamo infatti che l’art. 26 del decreto rilancio ha definito, tra l’altro, una misura per il “rafforzamento patrimoniale delle pmi” dove – ai sensi dell’art. 4 del decreto legge del 24 gennaio 2015, n. 3 convertito, con modificazioni, dalla legge del 24 marzo 2015, n. 33 – sono definite pmi innovative quelle imprese che occupano meno di 250 persone, il cui fatturato annuo non supera 50milioni di euro oppure il cui totale di bilancio annuo non supera i 43 milioni.

Ebbene, il citato decreto dispone un credito di imposta pari al 20% dei conferimenti in denaro effettuati fino a un massimo di 2 milioni. In sostanza, oggi nell’ambito di una strutturazione di una operazione di club deal, gli investitori chiamati a versare il capitale nella società target, al verificarsi di determinate condizioni, potranno godere di un credito di imposta pari al 20% dell’importo versato a titolo di investimento.

 

A cura di Maurizio Di Marcotullio, DMG & Partners – Dottori Commercialisti

Maurizio Di Marcotullio
Maurizio Di Marcotullio
Aree di specializzazione: pianificazioni fiscali, M&A, perizie e valutazioni aziendali, ristrutturazioni e soluzioni della crisi di impresa, wealth management, fiscalità energie rinnovabili. È esperto nella negoziazione di contratti relativi a M&A e nel diritto societario. Assiste fondi di private equity in operazioni di investimento. È componente della Commissione fiscalità operazioni straordinarie dei dottori commercialisti di Roma ed è iscritto nell’albo degli amministratori giudiziari – sez. esperti in gestione di azienda.
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