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Private equity, un successo (quasi) senza sosta

14 Settembre 2018 · Teresa Scarale · 5 min

  • Investire nel private equity: una scelta che da qualche anno si sta rivelando vincente

  • Perché sceglierlo?

  • Meglio la quantità o la qualità? Entrambe, possibilmente

Continua il successo dei grandi fondi di private equity. L’anno scorso in particolare ha visto il consolidarsi negli Usa dei “megafondi” di investimento, ossia fondi il cui valore iniziale è di almeno cinque miliardi di dollari. Una ricerca indaga il fenomeno

Fonte McKinsey

Private equity: un fiore lussureggiante dal 2010

L’attuale ciclo di espansione nel mondo del private equity ha avuto inizio otto anni fa.  E nonostante l’interesse crescente di sempre più soggetti (e il conseguente rischio di “affollamento”), questa tipologia di investimento continua a solleticare l’interesse dei fondi internazionali. Gli asset manager del private nel 2017 hanno infatti raccolto la cifra record di 750 miliardi di dollari. Secondo una ricerca della società di consulenza strategica McKinsey, ciò che è interessante in un trend già “veloce”, è la sua ulteriore accelerazione.

Una corrente si distingue nella marea

Gli elefanti

All’interno della marea di capitali affluita nel mercato del Pe, può evidenzarsi come da grafico la sotto corrente dei mega fondi. Si tratta di quei fondi che da soli apportano almeno cinque miliardi di dollari. soprattutto negli Stati uniti e soprattutto nei buyout.

Il motivo del successo dei mega fondi può essere ascritto alla consapevolezza che la loro dimensione non è penalizzante per la performance. Del resto i fondi più grandi hanno restituito in media i rendimenti maggiori negli ultimi dieci anni (dati Cambridge Associates).

Le gazzelle

Anche nel middle maret dei buyout le cose non vanno male, anzi. Per i fondi che vanno dal mezzo miliardo al miliardo il tasso di crescita nel 2017 è stato del 7%.

Quali sono motivi che spingono ad investire nel private equity?

  • Il grande potenziale per la generazione di alpha;
  • l’utilizzo delle economie di scala (il vantaggio dimensionale);
  • i fondi pensione rendono meno;
  • il 90% dei limited partners è convinto che il private equity sovraperformerà i public market di qui ai prossimi anni, nonostante la ricerca accademica abbia previsto che in media la sovraperformance è destinata ad assottigliarsi.

Per tutti questi motivi, i capitali stanno continuando ad affluire, consolidando un mercato spesso frammentato.

Una piccola increspatura

Ma secondo McKinsey, i gestori non la raccontano tutta. Come si evince infatti dal grafico che segue, qualche vento contrario è spirato, dato che l’ammontare dei deal è calato dell’8%.

Questione di misure

Si tratta solo di un lieve segnale però. Perché è creciuta la misura media del deal (dai 126 milioni di dollari del 2016 ai 157 del 2017, un aumento del 25%) come l’Aum, cresciuto dell’8% su base annua.

 

Fonte McKinsey

Limited e general partner, le sfide per il futuro

La conclusione della ricerca di McKinsey è che responsabili del loro successo saranno le scelte poste in essere da limited (i finanziatori: fondi pensione, compagnie assicurative, HNWI, family office, fondi sovrani, fondazioni fondi…) e general partner (i gestori). Prima di quanto si immagini, i general partner si vedranno costretti a scegliere fra la larga e la (relativamente) piccola scala. Il vantaggio della prima è l’enorme afflusso di capitali, che poi vanno remunerati appetibilmente. La seconda strategia può invece giovarsi dei vantaggi dell’efficienza. Entrambe le scelte potranno rivelarsi vincenti, se il management saprà dotarsi di regole stringenti e ad hoc.

 

Teresa Scarale
Teresa Scarale
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