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Private equity, poco capitale investito. Piccole e medie imprese offrono opportunità

28 Gennaio 2019 · Redazione We Wealth · 3 min

  • Le piccole e medie imprese, molto spesso sconosciute agli investitori, possono essere uno sbocco naturale per il mondo del private equity

  • Secondo la ricerca pubblicata da Unigestio, si stima che ci siano 500.000 società in cui è possibile investire. Numero in aumento ogni anno

Il mercato del private equity fa fatica a decollare. Si verificano aumenti di capitale ma l’investimento rimane circoscritto e fa fatica a svilupparsi

Il mercato del private equity ha ancora poca spinta. Secondo la ricerca “Private equity thought-leadership” pubblicato da Unigestion sul mercato del private equity vi sono importi record di capitale impegnato ma non ancora investito (c.d. “dry powder”), grazie ad una raccolta record di fondi. Tuttavia, le condizioni non sono necessariamente uniformi in tutto il mercato.

Infatti, per i fondi di piccole e medie dimensioni, il dry powder è cresciuto ad un ritmo più lento rispetto al resto del mercato negli ultimi tre anni (a giugno 2018, Cagr 6% contro il 16% per le grandi imprese). Con meno dry powser, la dinamica della domanda e dell’offerta rimane favorevole nella fascia bassa del mercato. Inoltre, stando al report il mercato legato alle Pmi, è ampio e ha una considerevole gamma di opportunità di investimento. A livello globale si stimano circa 500.000 società in cui è possibile investire e questo numero aumenta ogni anno. Infatti, il numero di buyout conclusi con meno di 500 milioni di dollari in valore d’impresa è di cinque volte superiore a quelli effettuati con un valore superiore a questa cifra. Se si considerano, oltre alle operazioni di buyout, anche quelle di turnaround e growth capital, questo numero sale di dieci volte. Ciò accade costantemente da dieci anni a questa parte ed è improbabile che la situazione cambi nell’immediato futuro.

I fondatori di queste società continueranno ad avere problemi di successione, le aziende avranno sempre la possibilità di espandersi in nuovi mercati o lanciare nuovi prodotti e i conglomerati finanziari forniranno continuamente opportunità di spinout.

Con un universo così ampio e diversificato, ci sono un gran numero di aziende con un notevole potenziale di crescita, ma che al momento non sono molto conosciute dagli investitori.

Crescita di breve o lungo periodo?

Gli investitori di private equity di maggior successo devono essere vicini ai mercati per differenziare le tendenze a lungo termine da quelle a breve.

Ad esempio, dopo il disastro nucleare di Fukushima nel 2011, il governo giapponese ha emanato un divieto immediato e permanente dell’uso dell’energia nucleare. Poiché il Giappone è privo di combustibili fossili, c’era un disperato bisogno di energia prodotta localmente da fonti rinnovabili come alternativa a quella che veniva importata a costi più elevati. Questa poteva chiaramente rappresentare un’opportunità a lungo termine per le piccole imprese attive nel settore delle energie rinnovabili. Nel 2012, una società di private equity asiatica ha investito in un piccolo sviluppatore di energia solare nel paese e ha generato rendimenti interessanti per i suoi investitori.

Al contrario, Paesi come la Spagna hanno cercato di raggiungere i propri obiettivi in materia di energie rinnovabili, ma non hanno avuto nessuna urgenza in quanto potevano sempre ricorrere alle fonti energetiche tradizionali. Le imprese del settore delle energie rinnovabili in questi paesi sono quindi molto esposte ai cambiamenti normativi e, a nostro avviso, non sono destinate a crescere in modo significativo nel lungo termine. Questa è la prima cosa di cui gli investitori di private equity dovrebbero essere ben consapevoli: dovrebbero puntare su aree che promettono una crescita a lungo termine, a differenza delle aziende esposte a temi che sono “caldi” al momento dell’investimento, ma che non hanno a disposizione driver concreti per garantire una crescita sostenibile.

Redazione We Wealth
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