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Private equity o venture? Una bussola per orientarsi

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Valentina Magri
Valentina Magri

25 Febbraio 2021
Tempo di lettura: 5 min
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  • Un’analisi di Kpmg e Aifi ha stimato per il 2019 un rendimento lordo del private equity superiore al 21%. Nel venture capital abbiamo rendimenti fino al 60% annuo e oltre, ma a volte anche negativi

  • Secondo Aifi nel 2019 gli investimenti in private equity sono stati pari a 7 miliardi di euro, contro il record di quasi 10 miliardi del 2018. Nel venture capital sono stati investiti 270 milioni

  • I risparmiatori possono investire in private equity e venture capital indirettamente (tramite i family office, i club deal e nuovi prodotti quali Eltif e Pir) o direttamente solo se hanno un patrimonio tale da poter essere considerati investitori professionali

Sono asset class affini, ma differenti. La prima miraalle aziende mature, per coglierne la crescita, o a quelle in crisi,ma con un potenziale di ripresa. La seconda guarda ai nuovi business che bruciano cassa, ma hanno la possibilitàdi conquistare nuovi mercati

Investire in aziende non quotate, ma quali? Da un lato aziende mature e in salute, per partecipare alla crescita, ma anche aziende consolidate che hanno bisogno di un turnaround per esprimere il proprio potenziale; dall’altro le startup, che per loro natura bruciano cassa e spesso presentano bilanci in perdita. Il primo è il campo di azione del private equity, il secondo quello del venture capital.

Entrambi, nel nostro Paese, sono ancora sottosviluppati. Secondo i dati di Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) nel 2019 gli investimenti in private equity sono stati pari a 7 miliardi di euro, contro il record di quasi 10 miliardi del 2018. Ma il settore è ancora poco sviluppato rispetto agli altri paesi: vale 19 miliardi in Francia e 14 miliardi in Germania. In Italia si chiudono mediamente 350-370 operazioni l’anno. Oltre metà dell’ammontare investito (5 miliardi) riguarda operazioni di buyout (acquisto di quote maggioranza o totalitarie da parte di operatori spesso internazionali, tipicamente ricorrendo all’indebitamento). È cresciuto il peso delle operazioni in infrastrutture, con 500 milioni di investimenti nel 2019 e 3 miliardi nel 2018. Meno rilevanti per ammontare le operazioni di expansion (aumento di capitale con ingresso con quote di minoranza, dove sono stati investiti 900 milioni) e di replacement (350 milioni, effettuate per liquidare dei soci). “I primi numeri relativi al 2020 non sono così negativi come temevamo. Nonostante la situazione complessa, ci sono state operazioni molto importanti e molti fondi hanno raccolto capitali”, spiega Alessia Muzio, responsabile dell’ufficio studi di Aifi. “Nel 2020 abbiamo visto una contrazione degli investimenti di private equity anche se non drammatica, e con la graduale ripartenza dell’economia nel 2021 mi aspetto anche una ripresa degli investimenti”, prevede Stefano Ghetti, senior partner di Wise Equity. “Il private equity potrà avere un ruolo importante per il fabbisogno di capitali che avranno le imprese a causa della crisi dovuta al coronavirus. Ci sarà un grande focus sulle società già in portafoglio ai fondi, per farle crescere e creare dei poli di eccellenza”, aggiunge Muzio. “Nei momenti di crisi come quello che stiamo vivendo sono comunque possibili interessanti investimenti di private equity, perché si possono acquisire a valutazioni ragionevoli aziende con buoni fondamentali, a patto di comprendere bene come la crisi sta influendo su questi fondamentali. Anche nel medio periodo le prospettive sono buone perché esiste, in particolare nel mercato italiano, un divario importante tra domanda e offerta di private equity, soprattutto nel segmento delle pmi: sempre più spesso imprenditori in fase di passaggio generazionale o che semplicemente vogliono cedere la loro azienda trovano nel fondo di private equity un interlocutore credibile ed efficace”, specifica Ghetti.

Per quanto riguarda invece il venture capital, nel 2019 sono stati investiti 270 milioni con 170 operazioni, la maggior parte delle quali su startup early stage. “I nostri sono ancora numeri piccoli rispetto a paesi come Francia e Germania, ma iniziano a essere significativi. Il mercato del resto è sempre più articolato e su di esso c’è grande attenzione anche a livello governativo da parte di Cdp Venture Capital sgr. Si spera che le misure governative porteranno a un aumento degli operatori sul mercato”, auspica Muzio. Fermo restando che “l’intervento pubblico deve stimolare il settore privato, ma non sostituirlo”, puntualizza Fausto Boni, fondatore e general partner di 360 Capital, oltre che presidente di VC Hub Italia, l’associazione dei venture capital italiani, degli investitori in innovazione e delle startup italiane.

Per quanto riguarda i ritorni, un’analisi di Kpmg e Aifi ha stimato per il 2019 un rendimento lordo del private equity superiore al 21% e del 15-20% tra il 2015 e il 2019. “I migliori fondi di private equity hanno anche rendimenti lordi superiori al 30%”, precisa Ghetti. A differenza della maggior parte delle asset class liquide, che presentano una variazione di performance contenuta, “nel venture capital abbiamo una dispersione colossale dei rendimenti: fino al 60% annuo e oltre, ma a volte anche negativi. Il rendimento non è influenzato tanto dall’asset class, quanto dalla bravura del gestore”, spiega Boni.

I costi legati all’investimento in private equity o venture capital sono le commissioni di gestione (solitamente pari al 2% della raccolta) e il carried interest, una sorta di commissione di performance pari al 20% della plusvalenza realizzata quando si raggiunge una certa soglia di rendimento, fissata solitamente all’8%. I risparmiatori possono investire in private equity e venture capital indirettamente tramite i family office, i club deal e i nuovi prodotti degli asset manager, quali Eltif e Pir. Gli investitori privati possono accedere direttamente al private equity o venture capital solo se hanno un patrimonio tale da poter essere considerati investitori professionali, oltre che un’alta tolleranza al rischio ed elevate competenze.

“Le cifre da loro investite sono importanti, ma comunque costituiscono una piccola percentuale del loro patrimonio”, spiega Ghetti. Un’altra modalità di investimento diretta in venture capital può essere per certi versi l’equity crowdfunding, che pur non rientrando formalmente nel venture capital, permette di investire in startup non quotate.

Articolo tratto dal magazine We Wealth di febbraio 2021

Valentina Magri
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