PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Private equity: le nuove lenti del business

Private equity: le nuove lenti del business

Salva
Salva
Condividi
Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello

25 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 2 min
Tempo di lettura: 2 min
Salva
  • I giovani imprenditori di seconda o terza generazione si trovano, inoltre, ad affrontare sfide che i loro padri non hanno mai dovuto prendere in considerazione. Una di questa è la “deriva generazionale”

  • Per il 2020 le prospettive sono positive. Sul fronte economico e politico, lo scenario appare meno incerto rispetto a pochi mesi fa. La Brexit sembra avviata su un sentiero meno tortuoso, dopo l’esito delle elezioni di dicembre

Le generazioni più giovani di imprenditori guardano ai fondi di private equity con minor sospetto, consapevoli che possano rappresentare una via preferenziale per l’apertura ai mercati internazionali

Ai giovani imprenditori piace il private equity. Anzi, lo reputano uno dei modi migliori per poter affrontare con successo la crescita dimensionale, il passaggio da una piccola impresa a una media o grande realtà. Le nuove generazioni guardano dunque “ai fondi di private equity con minor sospetto, ne comprendono – meglio dei loro predecessori – il ruolo e l’utilità e, soprattutto, vedono nell’apertura del capitale ad un fondo di private equity un canale per affrontare una delle grandi sfide dei propri tempi: realizzare il passaggio dimensionale, che non vuol dire solo aumentare il fatturato dell’azienda, ma anche aprirsi alla competizione internazionale, all’innovazione tecnologica, essere connessi ad un network di qualità composto da università, centri di ricerca, investitori e interlocutori finanziari a livello globale”, spiega Eliana Catalano, partners e leader del focus team private equity di BonelliErede.

I giovani imprenditori di seconda o terza generazione si trovano, inoltre, ad affrontare sfide che i loro padri non hanno mai dovuto prendere in considerazione. Una di questa è la “deriva generazionale”, l’aumento esponenziale del numero di fallimenti tra i soci che hanno interessi ed obiettivi diversi. E dunque ci si può trovare nella situazione in cui, all’in- terno della società di famiglia, ci siano famigliari attivamente coinvolti nella gestione e quelli che invece non hanno questo genere di interessi. Considerano la propria partecipazione nel family business come un qualsiasi altro investimento dal quale si aspettano ogni anno un certo ritorno. L’entrata del private equity in questi casi, precisa Catalano, può dunque essere decisamente di aiuto.

Spostando il focus più a livello nazionale, Catalano spiega come “quanto abbiamo visto nel 2019 potrebbe ripetersi anche nel 2020. L’anno scorso il mercato del private equity in Italia ha registrato un lieve incremento (+6%) in termini dinumero di deal rispetto al 2018 (che comunque è stato un anno record per il private equity), ma un significativo decremento in termini di valore delle operazioni.

Basti pensare che le tre più grandi operazioni registrate nel 2018 (Recordati, Magneti Marelli e Ntv) hanno superato un valore complessivo di 14 miliardi di euro mentre, nel 2019, i tre deal più rilevanti (Doc Generici, Forgital e Sorgenia) hanno raggiunto un valore aggregato di circa 3,1 miliardi di euro”.

La riduzione dei megadeal (cioè le operazioni di valore superiore a 500 milioni di euro), registrata in Italia l’anno scorso rispetto al 2018 (-42%) rappresenta un trend presente anche nel resto dell’Europa. Questi risultati sono figli di diversi fattori, spiega Catalano. Tra questi ci sono sicuramente le incertezze a livello geopolitico ed economico e le valutazioni molto elevate. In una situazione di incertezza politica ed economica, molti investitori hanno infatti preferito fare operazioni domestiche. Non a caso il numero di operazioni cross-border (transnazionali) nel 2019 si è significativamente ridotto. “Le valutazioni ancora molto elevate, specialmente sulle operazioni di dimensioni maggiori, dove i multipli sono aumentati fino a massimi storici, hanno invece determinato una maggiore concentrazione nei deal di dimensioni minori”, conclude Catalano, “dove i multipli sono rimasti più contenuti”.

Giorgia Pacione Di Bello
Giorgia Pacione Di Bello
Condividi l'articolo
LEGGI ALTRI ARTICOLI SU: Venture & Private Equity Italia