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Private equity: ecco perché puntare sulle small cap italiane

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

08 Aprile 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • A rischio chiusura 300mila imprese del commercio al dettaglio non alimentare e del terziario di mercato, 240mila delle quali come conseguenza diretta della crisi di liquidità

  • Arthur Bernardin: “In Italia ci sono moltissime società che desiderano crescere e che possono essere supportate nei loro piani di espansione. Anche all’estero”

  • Lbo France è uno dei principali attori di private equity attivo da oltre trent’anni nel segmento non quotato europeo, con 6,2 miliardi di euro di capitale raccolto

Il segmento delle small cap italiane non quotate sembra resistere alla crisi, anche sulla spinta degli aiuti emergenziali. Ma qual è il loro valore aggiunto in portafoglio? Ne parliamo con Arthur Bernardin, managing director di Gioconda, filiale di Lbo France in Italia

La ferita della crisi fatica a sanarsi per gli imprenditori italiani. Secondo gli ultimi dati presentati da Confcommercio in audizione dinanzi alle commissioni riunite di bilancio, finanza e tesoro del Senato, a rischio chiusura sono ancora circa 300mila imprese del commercio al dettaglio non alimentare e del terziario di mercato, 240mila delle quali come conseguenza diretta della crisi di reddito e di liquidità. Ma il segmento delle small cap non quotate sembra resistere, anche sulla spinta degli aiuti emergenziali. Arthur Bernardin, managing director di Gioconda, filiale di Lbo France in Italia, spiega a We Wealth perché sono attraenti per i fondi di private equity. E qual è il loro valore aggiunto in portafoglio.

Perché puntare sulle small cap italiane non quotate?

“A mio avviso, è sempre fondamentale avere un portafoglio bilanciato e ben diversificato. Ma perché le small cap in Italia sono così attraenti per fondi di private equity? Perché il 95% delle imprese tricolori sono pmi, quindi ci sono moltissime società che desiderano crescere e che possono essere supportate nei loro piani di espansione. In Italia o all’estero. Ma anche nei momenti di difficoltà, come la crisi dello scorso anno. Inoltre, il mercato non è molto competitivo all’ingresso e all’uscita si possono ottenere valutazioni molto interessanti. La chiave è selezionare società con un raggio d’azione internazionale e in grado di crescere al di fuori dei propri confini”.

Qual è lo stato di salute attuale di questo segmento?

“Potrebbe sorprendere ma è ancora relativamente buono. C’è da dire che gli aiuti statali hanno giocato la loro parte, oltre al sostegno di società di private equity come la nostra. Ma in futuro bisognerà tenere sotto osservazione due aspetti fondamentali. Il primo è legato proprio al fatto che tutte le imprese hanno accumulato un po’ più di debito per gestire questa crisi e questo avrà un impatto sui rendimenti all’uscita. Il secondo, è che probabilmente questa emergenza genererà un cambiamento nelle abitudini di consumo, che potrà impattare positivamente o negativamente sul tessuto produttivo. Un operatore di private equity, in questo contesto, può cercare di supportarle nel processo di trasformazione oppure, se non possiede queste società in portafoglio, fare una scelta ancora più mirata per essere certo che la loro strategia e i loro prodotti siano allineati alla domanda e alle nuove idee di consumo post-covid”.

Secondo alcuni esperti, l’eccesso di liquidità iniettato nel sistema nell’ultimo anno potrebbe generare un “esercito” di imprese zombie. Realtà poco produttive e in grado di frenare la riallocazione delle risorse verso attività più dinamiche e redditizie. Cosa ne pensa?

“Non è facile oggi fare delle statistiche e capire quali società siano realmente società zombie. Ad ogni modo, al momento non sappiamo quando saranno ritirati gli aiuti statali e quanto ancora potranno sopravvivere di conseguenza (per 12 mesi, 24 mesi, o più). Credo che però ci sia per loro una via d’uscita. Potremmo assistere alla fusione di due, tre o quattro società in difficoltà che hanno anche asset interessanti e potrebbero diventare target altrettanto interessanti per gli stessi operatori di private equity”.

Qual è il ruolo di Lbo France? In che modo il team small cap supporta le imprese e i loro dirigenti?

“Il nostro punto di partenza è cercare di aiutare le società in portafoglio nel processo di crescita, soprattutto internazionale. Sia organica (con l’apertura di filiali, per esempio) sia tramite acquisizioni. Cerchiamo aziende target anche fuori dall’Italia, intavoliamo per loro delle trattative e le aiutiamo nella strutturazione dell’operazione. Ma cerchiamo di supportarle anche in modo operativo, con una squadra di operating partner a loro disposizione per risolvere problemi inerenti alla crescita, sia di tipo It, sia di tipo industriale o logistico”.

Rita Annunziata
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