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Il private equity fa bene alle imprese

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Riccardo Sabbatini
Riccardo Sabbatini

09 Agosto 2018
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Le aziende partecipate dal PE perfomano meglio – Le caratteristiche di un’impresa di successo: utilizzo delle nuove tecnologie, anche in settori tradizionali, e globalizzazione

Le aziende partecipate dal private equity (PE) e dal venture capital (VC) hanno una marcia in più? Di certo la hanno avuta nel periodo 2006-2016 analizzato da AIFI e PWC. Lo studio “L’impatto economico del Private Equity e del Venture Capital in Italia” mostra infatti che nel periodo 2006-2016 le imprese su cui hanno investito i fondi di private equity hanno registrato performance migliori sia rispetto al PIL nazionale che ad altre aziende di dimensioni simili. In questo arco di tempo, infatti, la crescita dei ricavi si è attestata al 6,3% rispetto al più modesto 0,8% del PIL. Se guardiamo i ricavi, questi sono superiori del 3,9% rispetto ad imprese di pari dimensioni (6,3% vs 2,4%).

Ancora più brillanti i dati sul fronte occupazionale: le imprese partecipate da PE hanno realizzato un incremento del 5% contro un dato negativo delle imprese benchmark (-0,2%). Non solo, la ricerca evidenzia che l’incremento
dei posti di lavoro non ha penalizzato la redditività aziendale. Uno studio tutto luci e niente ombre? We Wealth ne ha parlato con Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI che spiega: “I risultati delle imprese in cui investono gli operatori PE e VC non devono stupire: si tratta di società
selezionate e dotate di un management team che ha voglia di crescere.
Se un fondo decide di investire delle risorse e delle competenze manageriali in una società è perché ritiene quel progetto imprenditoriale vincente ed
è relativamente importante che l’ingresso nel capitale avvenga con una
quota di maggioranza o di minoranza.

Ma oltre al volume delle risorse finanziarie quello che conta è la capacità del
management team: per una società che ha un progetto di crescita avere a
disposizione la consulenza e l’esperienza dei professionisti che operano nei
fondi PE e VC (e le relazioni nei loro network) può rivelarsi un grande aiuto, con ricadute positive anche nella gestione del debito bancario. Per un istituto di credito, infatti, un’impresa partecipata da PE ha delle credenziali importanti: ha bilanci trasparenti e certificati, ha superato un periodo di accorta due diligence e si presenta di solito con una governance
professionale e moderna”.

Non si può però dire che le banche in questa fase di mercato eroghino facilmente credito. “E’ vero”, prosegue Anna Gervasoni, “per questo ogni impresa deve gestire in base alle proprie esigenze il volume di equity e di debito, valutando, nel secondo caso, oltre le banche anche gli operatori specializzati nel Private Debt (PD) una realtà nuova per il nostro Paese ma già incoraggiante, con una ventina di operatori molto dinamici.

Inoltre molti imprenditori italiani hanno le carte in regola per approdare al mercato dei capitali e quando questo avverrà in maniera importante i riverberi positivi sull’economia saranno ancora più evidenti, a tutto vantaggio della crescita del PIL. Perché questo settore diventi un volano positivo per l’intera economia del Paese il numero delle operazioni dovrebbe essere molto più alto dell’attuale, dell’ordine di qualche migliaio. Tanto per avere un’idea dei numeri di cui stiamo parlando, il campione analizzato nello studio a cui si è fatto riferimento è di 492 disinvestimenti effettuati in Italia nel decennio
considerato.

Un altro elemento da tenere sotto osservazione è la distribuzione sul territorio delle operazioni di PE e VC. Per ora sono concentrate nel nord e in Lombardia in particolare dove, negli ultimi tre anni, si è registrato il 41% del
totale degli investimenti ma è auspicabile che si allarghino quanto prima a
tutto il territorio”. Insomma le piccole e medie imprese italiane sono a
prova di spread? Qual è l’identikit dell’impresa resiliente che prospera anche in periodi di crisi e di incertezza politica? “Tra le caratteristiche di
un’impresa di successo quelle che vedo più determinanti sono l’utilizzo delle
nuove tecnologie, anche nei settori più tradizionali come quello del food, fashion, macchinari e chimica, solo per fare qualche esempio.

E anche l’internazionalizzazione gioca un ruolo importante in questo processo di affermazione. Ci tengo a sottolineare che non manca la capacità di iniziativa nel settore delle pmi. Ci sono tanti indicatori al riguardo, ma basta guardare quante realtà si sono iscritte agli eventi organizzati da AIFI per favorire le start up e lo sviluppo di iniziative imprenditoriali per
avere un’idea dell’ampiezza di questo fermento”.

 

Riccardo Sabbatini
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