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Private equity 2020-2021: solido e senza paure

Private equity 2020-2021: solido e senza paure

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

02 Marzo 2021
Tempo di lettura: 3 min
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  • «Non abbiamo riscontrato fretta, panico, necessità di arrivare al realizzo. La pazienza ha vinto sia nei venditori, che hanno saputo gestire bene le attività di exit., che negli investitori, ovvero in coloro che hanno fatto acquisti nonostante il fortissimo rallentamento

  • I primi due mesi del 2021 hanno fatto registrare un aumento del 60% del valore dei deal di buyout rispetto alla media dell’analogo periodo negli ultimi 5 anni

  • In Italia hanno brillato, occupando due terzi delle transazioni, tech, beni industriali, servizi finanziari e sanitari. E il B2B ha fatto la parte del leone L’attività è ripresa nel secondo semestre 2020, «con un buon bilanciamento degli investimenti da parte di fondi internazionali e locali»

  • Nell’ultimo anno, almeno cinque fondi internazionali di Pe hanno aperto un ufficio nel nostro paese e aumentato l’asset allocation sull’Italia, nonostante le nostre complessità

Nessuna crisi, anzi. Il numero delle operazioni nel mercato del Pe è stato in linea con il trend degli anni precedenti. Solo, si è distribuito in modo non uniforme nei trimestri. Ne abbiamo parlato con Roberto Fiorello, responsabile della practice di private equity di Bain & Company

Una delle caratteristiche più note degli investimenti in private equity (e in generale in società non quotate) è la pazienza, qualità necessaria alla maturazione del valore. Come si sono comportati a tal proposito gli investitori nel 2020 (e in questo principio di 2021)? «La pazienza c’è stata per avere la migliore realizzazione possibile di affari che in caso di non covid avrebbe avuto nella prima metà dell’anno e non nella seconda, come è stato», chiarisce Roberto Fiorello responsabile della practice di private equity di Bain & Company in Italia a margine della presentazione del dodicesimo report annuale Global Private Equity della società di consulenza.

«Non abbiamo riscontrato fretta, panico, necessità di arrivare al realizzo. I multipli di transazione del 2020, sia in America (11,4) che in Europa (12,6) sono i più alti della storia del Pe. La pazienza ha vinto sia nei venditori, che hanno saputo gestire bene le attività di exit. E ha vinto anche negli investitori, ovvero in coloro che hanno fatto acquisti nonostante il fortissimo rallentamento delle operazioni nel secondo trimestre 2020». Il totale degli investimenti è stato sostanzialmente uguale a quello degli anni precedenti, solo «si è concentrato nel terzo e soprattutto nel quarto trimestre. Q3 e Q4 hanno ripreso tutto quanto era andato smarrito nel Q2». Il trend Esg in particolare ha vissuto un boom nel secondo semestre. Ma la notizia è forse un’altra. I primi due mesi del 2021 hanno fatto registrare un aumento del 60% del valore dei deal di buyout rispetto alla media dell’analogo periodo negli ultimi 5 anni.

La traiettoria di salute dell’industria è evidente. E il successo si deve a due aspetti fondamentali. «Il primo è la sempre maggiore professionalizzazione e competenza dei fondi di private equity. Anche in situazione di turbolenza estrema dei mercati. Qualità queste che consentono ai fondi di consegnare agli investitori un IRR maggiore del 20%».

La clientela attenta al rendimento non può restarvi indifferente. Il secondo aspetto discende dal primo ed è il «supporto industriale» alle imprese oggetto di investimento. In passato, i mercati spingevano molto sul cosiddetto trade multiple, il differenziale fra multipli per ottenere guadagno. Oggi, a causa dei prezzi molto alti, questo elemento non c’è più. E i fondi, dopo l’acquisizione, sono obbligati a lavorare per migliorare la società. «Molte famiglie, proprietarie di ottime imprese, lo hanno compreso: cedere quote a investitori che non sono più solo finanziari, ma estremamente professionali anche dal punto di vista industriale, li possono aiutare anche sotto il profilo delle competenze». La combinazione virtuosa di rendimenti e supporto industriale determina la buona salute dell’industria del private equity nel 2020-2021.

Attenzione però: gli investimenti vanno divisi in quartili, ricorda Fiorello. Se nel primo quartile si collocano quelli con i rendimenti citati, nell’ultimo si casca a zero. «Di qui l’importanza della scelta di un buon fondo. Una volta effettuata la scelta corretta dell’operatore però, i benefici sono osservabili».

E l’Italia? Proseguirà quest’anno la buona performance dei settori che nel 2020 hanno brillato, occupando due terzi delle transazioni: tech, beni industriali, servizi finanziari e sanitari. E il B2B ha fatto la parte del leone. Anche nel Belpaese l’attività è ripresa nel secondo trimestre, «con un buon bilanciamento degli investimenti da parte di fondi internazionali e locali». Nell’ultimo anno, almeno cinque fondi internazionali di Pe hanno aperto un ufficio nel nostro paese e aumentato l’asset allocation sull’Italia, nonostante le nostre complessità.

Anche in Italia il primo bimestre del 2021 sta mostrando un certo «fermento delle attività», sia dal punto di vista della qualità che della quantità delle transazioni. «Il numero di deal sul mercato è attualmente compreso in una forbice tra 15 e 20 operazioni, con un’ottima copertura di investitori internazionali, a conferma del fatto che il nostro mercato è appetibile per i principali fondi e mostra buoni fondamentali», conclude Fiorello. Si tratta del famoso shopping a buon mercato dei fondi esteri nei confronti delle nostre imprese? «Sarebbe vero se i prezzi fossero bassi. Vendere a multipli del tutto coerenti con i migliori livelli internazionali invece fa parte del legittimo fare impresa».

I periodi di crisi offrono ai fondi di private equity un’opportunità per scovare asset in difficoltà e godere dei successivi rialzi, come testimoniano i periodi post crisi 2002 e 2009. «Tuttavia la crisi causata dal Covid è stata diversa, se consideriamo che ci sono voluti quasi sette anni perché l’S&P 500 tornasse ai suoi massimi pre-crisi dopo la crisi finanziaria globale del 2008-2009. Nel 2020, l’S&P ha recuperato le perdite in 150 giorni e ha chiuso l’anno in rialzo del 16% rispetto a come era stato avviato». In questo scenario l’industria globale ha generato 592 miliardi di dollari in termini di valore di deal di buyout nel 2020 (+8% rispetto al 2019).

Teresa Scarale
Teresa Scarale
caporedattore
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