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Investimenti in private equity: un tesoro di pazienza

Investimenti in private equity: un tesoro di pazienza

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Teresa Scarale
Teresa Scarale

24 Febbraio 2020
Tempo di lettura: 3 min
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  • Gli investimenti che si incrociano nei cosiddetti mercati privati sono quelli che guardano a tutte quelle realtà ancora non quotate

  • “Gli operatori di pe non sono manager, non sono imprenditori: diventano azionisti d’impresa con l’obiettivo di farla crescere, allineandosi al suo percorso di sviluppo, per valorizzarla”

  • “Il ticket di investimento dovrebbe essere da 50.000 – 100.000 euro su un patrimonio dai due milioni di euro in su”

Cosa sono gli investimenti in private equity, quali sono le caratteristiche di quelli italiani e a chi conviene scommettervi? Ecco le risposte, niente affatto scontate, di Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi

Al settore dei capitali privati (private capital) fa capo tutto il mondo che investe in imprese non quotate. Un mercato molto ampio, in costante crescita. È l’universo parallelo degli investitori che non si servono delle piazze borsistiche.

Gli investimenti che si incrociano nei cosiddetti mercati privati sono quelli che guardano a tutte quelle realtà che non hanno ancora preso in considerazione i mercati finanziari più tradizionali. Per dimensioni, volontà, perché magari devono fare ancora un percorso di crescita. C’è di più: ricevere un investimento “privato” vuol dire non ricorrere al canale bancario.

Il private equity nella galassia degli investimenti

All’interno di questa galassia “privata” si collocano i fondi di private equity, gli operatori più importanti nel mondo del private capital (gli altri sono i fondi di private debt e quelli di venture capital, dedicati alle startup). Il private equity rappresenta dunque un fondo che investe, al di fuori dei mercati, in equity. Ossia, in capitale di rischio di imprese non quotate. Da questa definizione parte la chiacchierata con la professoressa Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi.

“Gli operatori di pe non sono manager, non sono imprenditori: diventano azionisti d’impresa con l’obiettivo di farla crescere, allineandosi al suo percorso di sviluppo, per valorizzarla”. Questo, dal punto di vista dell’investitore. Ma dal punto di vista dell’impresa obiettivo (impresa target)? Si pone l’esigenza di accesso a capitali che non siano quelli bancari.

Il private equity è un investimento illiquido

È chiaro che si tratta di un investimento illiquido, con una relazione rischio rendimento elevata. Non a caso “gli americani chiamano i fondi di private equity patient capital, capitale paziente”. Il motivo è che “le imprese non quotate sono per definizione illiquide, sulle quali faccio un lavoro di build-up, di costruzione, ho bisogno di un po’ di tempo”. Cosa trovano allora gli investitori? “Un’asset class illiquida, complicata da capire. Ma con un profilo rischio – rendimento elevato.

Il che vuol dire che si tratta di un investimento rischioso, che però può dare dei ritorni elevati. Con elevato ritorno ci si riferisce a una media delle medie del 7-8% netto. Non esistono indici di mercato: l’investitore deve essere consapevole che si tratta di un prodotto particolare, che lavora su orizzonti temporali molto lunghi”.

Non più del 10%

Per questi motivi, si tratta di un prodotto che “non dovrebbe essere inserito in portafoglio per più del 10%”. Per quanto riguarda il pubblico retail, bisogna pensare al cliente di private banking: “Il ticket di investimento dovrebbe essere da 50.000 – 100.000 euro su un patrimonio dai due milioni di euro in su” in tal modo si avrà una “presa di rischio limitata rispetto al portafoglio generale”. Il fondo medio oggi conta 10 – 20 imprese non quotate. La professoressa Gervasoni tiene a ribadire che “se voglio vedere subito la performance o posso avere bisogno di quei soldi entro pochi anni, il private equity non è lo strumento per me. Bisogna pazientare almeno 5 – 7 – 10 anni”.

Non esistono limiti legali all’acquisto di quote nelle società target. “Possono aversi operazioni di minoranza, le cosiddette operazioni di sviluppo, di expansion capital. In questi casi il fondo entra solitamente in aumento di capitale (30 – 40%). Esistono poi delle operazioni di management buyout, dove si può comprare fino a 100% dell’azienda. Poi, si rivende. Sia nell’expansion che nei buyout.

Si rivende la propria partecipazione ad esempio a un altro fondo di private equity (es. Moncler), che a sua volta potrebbe rivendere a un altro operatore, per poi approdare finalmente in Borsa. O magari si può cedere la partecipazione a un’altra azienda, o si può andare in Ipo e quotarsi direttamente. Vi è infine il caso del buy back: la partecipazione se la ricompra l’imprenditore. Tipica la situazione del riassetto proprietario fra consanguinei”.

Le caratteristiche del private equity italiano

Quali sono le caratteristiche del pe italiano? “Intanto, non è italiano. O meglio, per la metà si tratta di fondi paneuropei. I fondi italiani sono dal canto loro sostanzialmente allineati a quelli che sono i fondi internazionali, anche dal punto di vista normativo. Il tratto distintivo è quello numerico: gli operatori italiani sono ancora pochi”. Poi la Gervasoni spiega che esistono due mercati: quello dei fondi globali (paneuropei, panamericani, panasiatici) e quello dei fondi locali, più piccoli. Fondi di ridotte dimensioni lavorano con imprese target più piccole. I fondi italiani lavorano con l’economia reale italiana.

È da notare che a livello settoriale, l’Italia è piuttosto simile a paesi “cugini” come Francia e Germania. “Le grandi etichette settoriali sono abbastanza simili, anche sui settori delle macchine utensili. L’unico tema è quello della numerosità delle operazioni: in Italia fai 300 operazioni, in Germania 700, in Francia ne fai 1200”.  Le differenze strutturali ci sono con paesi come gli Usa, “economia completamente diversa”.

 

La corretta comunicazione, il nodo fondamentale

Una delle note dolenti dell’economia reale italiana è quella dell’accesso a fonti di capitali alternative a quelle bancarie. Il private equity può essere una soluzione. Ma in quanti ne sono a conoscenza? Il tema del corretto dialogo fra fondo di private equity e impresa è una questione importantissima. “Le imprese devono sapere che questa opportunità esiste, e soprattutto devono sapere in cosa consiste”. La grande frontiera della comunicazione sulle possibilità del private equity deve allora allargarsi ai “professionisti più vicini all’impresa: commercialisti, avvocati, consulenti”.

Teresa Scarale
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