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Fed, debito delle imprese ai livelli storici

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Rita Annunziata
Rita Annunziata

07 Maggio 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • “Il fatto che il debito sia cresciuto sulla base delle obbligazioni che potrebbero poggiare su una illiquidità molto pericolosa, aumenta il rischio”, commenta Carlo De Luca di Gamma Capital Markets

  • “Se si cercassero oggi delle opportunità sia sul quotato che sul mondo del private equity, bisognerebbe cercarle in Europa”, aggiunge Enrico Vaccari di Consultinvest

La banca centrale statunitense lancia l’allarme sui rischi legati all’indebitamento tra aziende non finanziarie. I prestiti alle società con un debito elevato sono cresciuti del 20% dal 2018 e i prezzi delle azioni statunitensi sono “elevati”, ma il sistema finanziario statunitense risulta “resiliente” alle avversità

Il debito delle imprese è ai livelli storici. È l’allarme lanciato dalla Federal Reserve nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. Secondo la banca centrale statunitense, le aziende fortemente indebitate continuano ad accedere ai prestiti, minando di fatto la stabilità del mercato finanziario. La quota dei nuovi prestiti, infatti, ha registrato una crescita del 20% dall’inizio dell’anno scorso ad oggi, avvicinandosi ai valori raggiunti nel 2007 e nel 2014.

“La preoccupazione della Fed sul debito non nasce ora, in quanto la banca centrale statunitense ha aumentato a dismisura il livello di debito già da alcuni anni attraverso la politica del QE e dell’ampliamento del bilancio, che ora sta cercando di ridurre – spiega Carlo De Luca, responsabile asset management di Gamma Capital Markets – Il fatto poi che questo debito sia cresciuto sulla base delle obbligazioni che potrebbero poggiare su una illiquidità molto pericolosa, aumenta il rischio”.

Tuttavia, nonostante anche i prezzi delle azioni statunitensi siano “elevati”, la Fed sottolinea che il sistema finanziario nel suo complesso risulti “resiliente” alle avversità e non ci sarebbero rischi nell’immediato. “Dal punto di vista dei mercati, alcune valutazioni sono care, ma non quanto i tassi di interesse, che sono effettivamente molto bassi in tutto il mondo – commenta Enrico Vaccari, responsabile clientela istituzionale di Consultinvest – Questo vuol dire che la correzione del 2018 è servita a sgonfiare i valori fondamentali”.

La situazione di fragilità delle aziende potrebbe inoltre rappresentare un’opportunità per il private equity americano, poiché l’abbassamento delle valutazioni delle imprese con problemi di credito potrebbe di fatto trasformarsi in un’opportunità di investimento. In questo senso, le imprese europee non sarebbero da meno. “Le aziende europee soffrono di un contesto macroeconomico peggiore rispetto agli Stati Uniti, ma hanno un vantaggio: dal punto di vista dei fondamentali sono tutte a buon mercato, quindi sia i finanziari che gli industriali, ma anche i tecnologici europei hanno ancora valutazioni molto attraenti. Se si cercassero delle opportunità sia sul quotato che sul mondo del private equity, bisognerebbe cercarle in Europa in questo momento”, spiega Enrico Vaccari. D’altra parte, secondo Carlo De Luca, il mercato del lavoro americano è più flessibile di quello europeo. Qualora le imprese avessero bisogno, potendo contare su una politica monetaria dinamica, potrebbero avvantaggiarsi di un sostegno sistemico. Di conseguenza, anche se le aziende europee sembrano essere migliori in termini di valutazioni, le imprese americane – in caso di difficoltà – potrebbero godere del “mandato” della Fed di evitare la recessione. “Tale situazione rappresenta certamente sia un’opportunità per il private equity statunitense, che entra nelle cosiddette aziende ‘sane’ diventandone partner strategico per la crescita e senza fare ulteriore ricorso al debito, sia un’opportunità per le società”, commenta Carlo De Luca.

Alla questione dell’indebitamento delle imprese, si aggiungono poi i potenziali shock economici che potrebbero condizionare nel breve termine il mercato statunitense: tra queste, la Brexit, le tensioni commerciali tra Cina e Stati uniti, e il rallentamento della crescita economica globale. “La Fed vuole essere in grado di agire qualora ce ne fosse bisogno. Di fatto, si sta tenendo aperte più strade: quella di proseguire sul mantenimento dei tassi al livello attuale e, allo stesso tempo, se ci fossero degli shock esterni, di agire come fece nel 1998, quando abbassò i tassi nonostante un contesto economico forte e un’inflazione”, aggiunge Enrico Vaccari, che conclude: “E’ una Fed attendista che sta comprando tempo in attesa di capire cosa succederà sui fattori, soprattutto per quanto riguarda quelli esterni che non dipendono dal mercato”.

Rita Annunziata
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