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Eltif, il private equity rivolto alle piccole e medie imprese

Eltif, il private equity rivolto alle piccole e medie imprese

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Francesco Guelfi
Francesco Guelfi

25 Settembre 2020
Tempo di lettura: 3 min
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Il target è rappresentato dalle piccole e medie imprese. L’obiettivo è quello di stimolare il finanziamento a lungo termine dell’economia reale dell’Ue, mediante equity e debito. Focus su Eltif e Pir alternativi quali veicoli di investimento rivolti sia a istituzionali, sia a retail

I fondi di investimento europei a lungo termine (European long term investment fundo Eltif) sono fondi di investimento alternativi di tipo chiuso che investono prevalentemente in società non quotate o in piccole e medie imprese (pmi) quotate, che non sono imprese finanziarie, con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo.

Gli Eltif sono stati introdotti con regolamento europeo (si tratta del regolamento Ue 2015/760 del 25 aprile 2015) con l’obiettivo di stimolare il finanziamento a lungo termine, mediante equity e debito, dell’economia reale dell’Unione europea, ovviando alla penuria di fonti di finanziamento sofferta da una parte rilevante degli operatori economici dell’economia reale.  Si tratta di una categoria di fondi di investimento alternativi (Fia), disciplinati, in materia di rilascio dell’autorizzazione, strategie di investimento e commercializzazione, in modo speciale rispetto alle previsioni dettate per tutti i Fia dalla direttiva 2011/61/Ue (cosiddetta Aifmd).

In particolare, un Eltif deve investire almeno il 70% del proprio capitale in strumenti di equity, quasi equity e debito di imprese non quotate o di imprese quotate aventi capitalizzazione inferiore ai 500 milioni di euro, che non siano imprese finanziarie e che siano stabilite in un paese membro dell’Unione europea o in un paese terzo che non sia classificato come ad alto rischio e che assicuri lo scambio di informazioni in materia fiscale, ovvero in attività reali (ad esempio, infrastrutture sociali, immobili etc.).  Il rimanente 30% del capitale di un Eltif può essere investito in strumenti liquidi, quali valori mobiliari, strumenti del mercato monetario quotati, quote di Oicvm e depositi bancari.

Sono, inoltre, previsti alcuni limiti di concentrazione e il divieto all’investimento in particolari strumenti finanziari ritenuti non coerenti con le finalità degli Eltif (quali, ad esempio, contratti derivati speculativi, operazioni di riporto e pronti contro termine oltre certi limiti, vendite allo scoperto e assunzione di esposizioni finanziarie verso commodity).  Inoltre, con alcune limitazioni, un Eltif può ricorrere alla leva finanziaria, a condizione che il prestito non superi il 30% del capitale del fondo.

Circa la commercializzazione, le quote o azioni di un Eltif possono essere offerte sia agli investitori istituzionali sia al retail, in quest’ultimo caso con particolari presidi fra i quali l’emissione del Key information document (cosiddetto Kid) e l’obbligo di prestazione all’investitore del servizio di consulenza.  Inoltre, in caso di offerta a un investitore retail con portafoglio finanziario inferiore a 500mila euro, l’investimento non può eccedere il 10% di tale portafoglio e non può essere inferiore a 10mila euro.

Queste caratteristiche rendono Eltif un fondo destinato a investire in un comparto tipicamente illiquido, quale quello delle pmi, in molteplici asset class, ivi inclusi gli strumenti di debito, in modo più flessibile rispetto ad altre tipologie di fondi (tipicamente, i fondi aperti) che trovano nell’illiquidità tipica di tali strumenti un limite operativo all’assunzione di tali asset.

Inoltre, l’Eltif può essere offerto a una vasta platea di investitori, incluso il retail, con livelli di investimento minimo abbastanza contenuti, avvicinando all’investimento in strumenti illiquidi soggetti che prima ne erano di fatto esclusi o, comunque, disincentivati.

Gli incentivi fiscali originariamente previsti a favore di investitori in Eltif sono stati abrogati dal recente Decreto Rilancio (il D.L. 19 maggio 2020, n. 34) che, tuttavia, ha introdotto una nuova categoria di piani individuali di investimento detassati (cosiddetti Pir), cioè i Pir alternativi che, per conservare il beneficio della detassazione in capo all’investitore, devono investire necessariamente almeno il 70% del capitale in strumenti di equity o debito di società non quotate o in strumenti illiquidi quali gli Eltif.

La ragione sottostante il lancio dei Pir alternativi è esplicitamente quella di incentivare l’afflusso di risorse finanziarie a un comparto dell’economia, quello delle piccole e medie imprese, che si è trovato in grande difficoltà a seguito dell’emergenza coronavirus, e che non aveva tratto beneficio dai Pir tradizionali che avevano investito prevalentemente in strumenti di società quotate o, comunque, più liquidi.

È chiaro che veicoli di investimento come gli Eltif, strutturalmente destinati a investire in un mercato illiquido come quello delle piccole e medie imprese, possono diventare, in combinazione con un pir alternativo, uno strumento molto efficace per approcciare una clientela di tipo affluent o private, con una propensione al rischio adatta a investimenti in strumenti diversi da quelli liquidi e un patrimonio sufficiente a includere un Pir alternativo.  Infatti, la combinazione di questi due strumenti permette l’accesso, tramite un veicolo flessibile e specializzato come l’Eltif, all’investimento in strumenti di equity, quasi equity e, soprattutto, debito di piccole e medie imprese e in attività reali (ad esempio, infrastrutture sociali, immobili etc), beneficiando al contempo della detassazione di una parte rilevante dei relativi rendimenti e dall’esclusione da imposte di successione assicurate dal Pir alternativo.

Non è un caso che alcuni primari gestori abbiano già lanciato (o si accingano a farlo) fondi Eltif offerti in combinazione con Pir alternativi, orientati al finanziamento, mediante debito ed equity, di piccole e medie imprese che, seppure avviate su un sentiero di crescita e sviluppo e quindi nella necessità di finanziare l’espansione, non trovino soluzioni adeguate presso il tradizionale canale bancario e non siano, tuttavia, ancora pronte all’ingresso in borsa.

Si tratta di un mercato particolare che necessita di esperienza e competenze specifiche, in alcuni casi lontane da quelle dei gestori più tradizionali che hanno sempre operato su strumenti liquidi quali quelli negoziati in mercati regolamentati, ma che, in un periodo in cui le asset class liquide più diffuse generano rendimenti risicati, offre opportunità e rendimenti potenziali sicuramente più interessanti per molti investitori.

Francesco Guelfi
Francesco Guelfi
Avvocato e dottore commercialista, è partner e responsabile del dipartimento Tax di Allen & Overy. Ha 25 anni di esperienza nell’assistenza a fondi di investimento, investitori istituzionali, family offices, hnwi e istituti finanziari italiani e internazionali e vanta una riconosciuta expertise che spazia da tutte le tematiche inerenti la fiscalità domestica e internazionale, il contenzioso fiscale e la regolamentazione finanziaria.
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