PREVIOUS ARTICLE NEXT ARTICLE

Cipolletta: governo ok, private equity cruciale per ripresa

Cipolletta: governo ok, private equity cruciale per ripresa

Salva
Salva
Condividi
Teresa Scarale
Teresa Scarale

24 Marzo 2020
Tempo di lettura: 5 min
Tempo di lettura: 5 min
Salva
  • “il governo si sta muovendo bene. È normale, in una situazione che non abbiamo mai vissuto prima, prendere dei provvedimenti graduali, sfido chiunque a trovare quale sia il provvedimento giusto o esatto, nessuno ha la bacchetta magica”

  • Questo non eviterà però il crollo del Pil nel 2020. “Il Pil probabilmente cadrà a -5% quest’anno. Cifra mai vista”. Il presidente di Aifi si focalizza però anche sulla rinascita post coronavirus. “Dopo potremo avere un grosso rimbalzo, se le cose miglioreranno in tutto il mondo. Il private equity avrà una responsabilità importante nella ripresa”

  • “Tutto il settore potrà giocare un ruolo importante”. Poi è chiaro che “quando analizzeremo il 2020, avremo dei risultati sconvolgenti”

  • L’organizzazione delle nostre imprese potrebbe subire trasformazioni importanti. Oltre 1/3 delle operazioni nel 2019 ha riguardato settori high tech. Si badi bene: non solo i settori originariamente innovativi, ma anche quelli più tradizionali, che stanno però innovando profondamente

Può il private equity, settore il cui andamento presenta una “evoluzione erratica”, essere cruciale per la ripresa post coronavirus dell’Italia? Ne è convinto Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi

“Evoluzione erratica”. Con queste due parole Innocenzo Cipolletta, presidente Aifi, tratteggia l’andamento del segmento del private equity in Italia durante la presentazione annuale Aifi e Pwc dei dati del settore.

I segmenti del private equity e del venture capital mostrano che nel 2019 la raccolta sul mercato è calata del 54%, a 1.566 milioni di euro. L’anno precedente i milioni raccolti erano stati 3.415. Come mai? A determinare la contrazione del 2019 sono stati alcuni disinvestimenti di “significativa importanza”, aspetto “fondamentale e sano di tutto il processo”.

I tempi però sono troppo bui per concentrarsi sull’anno passato senza prima dire qualche parola su quanto sta accadendo adesso. Ed è infatti dal 2020 che parte infatti Cipolletta nella sua introduzione via conference call ai dati annuali. “Nel 2020 le cose sono cambiate in maniera sostanziale. Se il 2019 aveva visto una contrazione del comparto, l’infausto nuovo anno ha visto un blocco totale delle attività produttive a causa dell’emergenza sanitaria. Il governo ha varato provvedimenti idonei, adesso deve garantire al sistema bancario la possibilità di far respirare le imprese”. Ripete Cipolletta che “il governo si sta muovendo bene. È normale, in una situazione che non abbiamo mai vissuto prima, prendere dei provvedimenti graduali, sfido chiunque a trovare quale sia il provvedimento giusto o esatto, nessuno ha la bacchetta magica”. Questo non eviterà però il crollo del Pil nel 2020. “Il Pil probabilmente cadrà a -5% quest’anno. Cifra mai vista”.

Il crollo e poi il rimbalzo: private equity cruciale e strategico per la ripresa

Il presidente di Aifi si focalizza però anche sulla rinascita post coronavirus. “Dopo potremo avere un grosso rimbalzo, se le cose miglioreranno in tutto il mondo. Il private equity avrà una responsabilità importante nella ripresa”. Sarà possibile “approfittare del ribasso che ci sarà successivamente. Tutto il settore potrà giocare un ruolo importante”. Poi è chiaro che “quando analizzeremo il 2020, avremo dei risultati sconvolgenti”.

Private equity Italia: l’occasione per il salto tech?

L’organizzazione delle imprese italiane potrebbe subire trasformazioni importanti. Oltre 1/3 delle operazioni nel 2019 ha riguardato settori high tech. Si badi bene: non solo i settori originariamente innovativi, ma anche quelli più tradizionali, che stanno però innovando profondamente. Il 2019 vede il settore ICT primeggiare per numero di operazioni totali, con il 17%. Seguono poi beni e servizi industriali, 15%, e il medicale, 13%. A livello geografico la regione che ha totalizzato la gran parte delle operazioni è la Lombardia con il 41% del numero degli investimenti in Italia, seguita da Emilia Romagna (12%) e Veneto (9%).

La forte riduzione della raccolta è stata dovuta ai closing e non a un calo di interesse da parte degli investitori. “Disinvestimento (closing) vuol dire anche che i fondi possono iniziare a operare”, prosegue Cipolletta. Tuttavia, risultano ancora scarse purtroppo le Ipo, ossia “quello che nei libri di testo sarebbe l’esito naturale di tutto il processo”.

Con riferimento alla provenienza geografica dei fondi, la componente domestica ha rappresentato il 73%, mentre il peso di quella estera è stato del 27%. Gli operatori che nel 2019 hanno svolto attività di fundraising sul mercato sono stati 22. A livello di fonti, il 24% della raccolta deriva da fondi pensione e casse di previdenza. Segue poi il settore pubblico, inclusi i fondi istituzionali (22%), e investitori individuali e family office (21%).

Gli investimenti nel 2019: i dati rivelano più di quel che mostrano (e le notizie sono positive)

L’ammontare investito dagli operatori di private equity e venture capital è stato pari a 7.223 milioni di euro, con una riduzione pari al 26%. Il 2018 invece aveva registrato i volumi più alti mai riscontrati nel mercato italiano (9.788 milioni di euro). Il mistero è presto svelato: nel 2018 vi era stata una forte componente legata alle infrastrutture.

“Il mercato italiano è ancora fortemente influenzato dalla presenza di mega deal che avevano spinto al rialzo, specialmente nel comparto infrastrutture, le statistiche del 2018,” specifica infatti Francesco Giordano, Partner di PwC – Deals. “I dati del 2019, pur con un minor numero di mega deal rispetto allo scorso anno, mostrano una buona tenuta del numero di buy out che cresce del 13%”.

Escludendo le infrastrutture dalle analisi, il dato del 2019 (6.713 milioni di euro) risulta in linea con l’anno precedente (6.747 milioni). Anzi. Aggiungendo al totale le quote degli investitori non classificabili come operatori di Pe/Vc e la leva finanziaria usata per le operazioni di buy out, l’ammontare complessivo si attesta a oltre 12 miliardi di euro.

Non è finita. Se si considerano anche soggetti di natura non istituzionale, come club deal, family office, Spac, asset manager e altri veicoli di investimento, si scopre che nel corso del 2019 sono stati investiti complessivamente in equity quasi 10 miliardi di euro. 450 in totale le società destinatarie.

Private equity, per la ripresa sarà cruciale la dimensione degli operatori

Francesco Giordano sottolinea poi che ci sono stati flussi dall’area britannica a quella continentale. In Germania si è assistito a una crescita del valore ma alla diminuzione del numero degli operatori: i grandissimi mega deal sono assenti sul mercato italiano.

Cipolletta aggiunge che “Pesa la carenza di operatori di rilievo e di fondi dei fondi nazionali tali da far crescere il numero e la dimensione degli operatori italiani. Nel 2019 i soli fondi di fondi operanti in Italia sono stati quelli internazionali che tuttavia stentano a ritrovare condizioni di investimento adatto ai loro target. Urge in Italia, come in altri paesi europei, avere un operatore di grandi dimensioni che sappia convogliare il risparmio, che resta abbondante nel nostro Paese. In questa direzione si sta muovendo Cdp con FII, ma servono dimensioni più rilevanti di quelle finora concepite”.

Teresa Scarale
Teresa Scarale
Condividi l'articolo
Se non vuoi mancare aggiornamenti importanti per te, registrati e segui gli argomenti che ti interessano.
ALTRI ARTICOLI SU "Venture & Private Equity"
ALTRI ARTICOLI SU "AIFI"
ALTRI ARTICOLI SU "coronavirus"