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Capitale di rischio, una strada difficile per le Pmi italiane

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Francesca Conti
Francesca Conti

17 Ottobre 2019
Tempo di lettura: 3 min
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  • Secondo l’Afme il capitale di rischio pre Ipo per le Pmi italiane rappresenta lo 0,6% del flusso annuale di nuovi finanziamenti contro il 2,64% medio dell’Unione

  • Le Pmi europee hanno registrato un incremento annuo dell’8% degli investimenti da parte di fondi di private equity, dell’8% da parte di business angel, del 12% da parte di società di venture capital e del 24% dal crowdfunding

  • Nella classifica europea, l’Italia si trova al 23esimo posto per gli investimenti nel fintech e al 19esimo posto per l’integrazione finanziaria intra Ue

Italia è il peggior Paese in Europa per l’accesso al capitale di rischio da parte di Pmi, startup e imprese non quotate. Lo certificano i dati dell’ultimo report di Afme, l’associazione europea dei mercati finanziari

Per le Pmi e startup italiane ottenere finanziamenti tramite operazioni di venture capital, private equity, business angel e crowdfunding è molto più difficile rispetto alle omologhe imprese europee. Il canale più utilizzato dalle giovani aziende italiane è ancora quello degli istituti di credito, che nel Vecchio continente si distinguono per la buona capacità di cartolarizzare e cedere crediti deteriorati. Un primato europeo che si scontra però con diverse altre posizioni poco brillanti nell’Ue, come gli scarsi investimenti nazionali nel fintech.

Questi risultati emergono da un’analisi dell’Afme, l’associazione europea dei mercati finanziari, che ha messo a confronto i paesi europei nella seconda edizione del rapporto sulla Capital Markets Union. Secondo l’indicatore Afme, il capitale di rischio pre Ipo per le Pmi italiane rappresenta lo 0,6% del flusso annuale di nuovi finanziamenti. Un dato oltre 4 volte inferiore rispetto al 2,64% medio dell’Unione. L’Italia si classifica così in questa categoria al 27esimo posto su 27 Stati europei (i dati per la Polonia non sono disponibili).

L’Italia si posiziona a fanalino di coda di un continente che però in questo campo sta vedendo grandi miglioramenti. Gli altri paesi europei nel 2018 hanno aumentato complessivamente il capitale di rischio disponibile per finanziare la crescita delle Pmi. La quota di capitale di rischio per le Pmi Ue è aumentata rispetto al 2,55% registrato nel 2017 e all’1,4% del 2013.

E le piccole società dell’Unione hanno registrato un incremento annuo dell’8% degli investimenti da parte di fondi di private equity, dell’8% da parte di business angel, del 12% da parte di società di venture capital e del 24% dal crowdfunding. Certo, il confronto con gli Stati Uniti rimane una sfida ancora da battere: il capitale di rischio annuale degli Usa per le Pmi è pari a 193 miliardi di euro, circa 7,7 volte i 25 miliardi di euro investiti nell’Ue.

Guardando alla classifica europea, l’Italia non eccelle in molte posizioni. Il Belpaese si trova infatti al 23esimo posto per gli investimenti nel fintech, al 19esimo posto per l’integrazione finanziaria intra Ue, al 15esimo posto per integrazione finanziaria globale, per finanza sostenibile, per emissioni di debito ed equity e per spessore di mercato. Il paese ha ottenuto risultati distintivi solo in due ambiti, ovvero la gestione degli Npl da parte delle banche (terzo posto) e gli investimenti delle famiglie nel settore finanziario (settimo posto).

Guardando invece ai dati emersi a livello europeo, si possono evidenziare tre risultati principali:

  • L’Europa ha rafforzato la propria leadership globale nella finanza sostenibile – L’emissione di obbligazioni sostenibili è aumentata del 16% nell’Ue nel corso del 2018 a 69 miliardi di euro, con un incremento di 9 miliardi di euro rispetto al 2017.
  • L’Unione è in ritardo nei finanziamenti al fintech – le società FinTech dell’Ue a 27 hanno beneficiato solo di 7,2 miliardi di dollari di investimenti dal 2009, rispetto ai 120 miliardi negli Stati Uniti, ai 23,8 miliardi della Cina e ai 20,3 miliardi del Regno Unito.
  • È aumentata la dipendenza dell’Europa dai prestiti bancari – Come per l’Italia, le aziende europee continuano a fare eccessivo affidamento sui prestiti bancari, con l’88% dei loro nuovi finanziamenti del 2018 provenienti dalle banche e solo il 12% dai mercati dei capitali. Il continente registra però un calo del 14% rispetto alla media registrata tra il 2013 e il 2017.
Francesca Conti
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